Velo

UN PODI STORIA
I TIPI DI VELO
NORMATIVA ITALIANA
COSA SUCCEDE ALL’ESTERO
PERCORSI D’APPROFONDIMENTO

UN PODI STORIA

L’usanza di coprirsi il capo con un velo è antichissima, e documentata da oltre tre millenni in area mesopotamica prima, poi indo-iranica. Fin dall’inizio l’atto di velarsi il capo ha assunto una pluralità di significati alquanto diversificati, dall’attribuzione di un’eccellenza a quella di simbolo dello stigma sociale, sia in ambito sacro che in ambito profano.

Anche nel mondo classico la sua presenza è legata sia al mondo della religione che alla vita quotidiana. Divinità o personaggi mitologici sono quasi sempre raffigurati con un velo che ricopre testa e spalle. A Roma il flamen dialis, il sacerdote incaricato del culto di Giove, aveva l’obbligo di indossare sempre un copricapo, l’apex, salvo quando stava nella sua abitazione. Il cristianesimo riprende l’uso del velo riservandolo alle donne.

Il Nuovo Testamento (1Cor 1,3-17) contiene infatti questa prescrizione di san Paolo: “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio”.

Il cristianesimo, fino a non molto tempo fa, ha sempre raffigurato le donne (la Madonna, le sante) con il capo velato; le stesse suore indossano il velo.

L’usanza si è ampiamente tramandata anche nella cultura popolare, tanto che in alcuni comuni del nostro paese l’usanza di portare il velo da parte della donne anziane è tuttora diffusa.

L’usanza di riservare il velo alle donne è diffusa anche nell’islam: all’epoca della predicazione di Maometto non sembra che le donne della penisola arabica apparissero coperte in pubblico: l’obbligo è stato probabilmente mutuato dai ‘vicini’ bizantini.

Anche il Corano contiene un riferimento al velo (Sura 24,31): “E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo (hijab) fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne”. E anche gli Hadith, i detti che la tradizione attribuisce a Maometto, contengono alcuni ambigui riferimenti all’obbligatorietà dell’uso del velo: pertanto, nel mondo islamico, essi vengono utilizzati sia da sostenitori, sia da detrattori dello svelamento (totale o parziale) del viso della donna. Il grande imam dell’università al-Azhar del Cairo, Mohammed Said Tantawi, nel 2009 ha emanato una fatwa con cui ha dichiarato il niqab e il burqa incompatibili con l’islam: a suo dire non sarebbero simboli religiosi, ma soltanto il retaggio di tradizioni locali.

Anche nell’ebraismo vi è obbligo di coprirsi il capo all’interno della sinagoga.

Nelle società contemporanee l’obbligo di coprirsi la testa non è più considerato accettabile, in quanto contrasta con diritti fondamentali, quali la parità tra uomo e donna, che la maggioranza delle religioni non accetta, in quanto attribuiscono al genere femminile un ruolo subalterno (si pensi alle limitazioni nell’accesso al sacerdozio, per esempio). Proprio per questo motivo, però, è difficile comprendere quando una donna decide volontariamente di coprirsi il capo, e quando invece tale abbigliamento le viene imposto dal condizionamento familiare e sociale: in entrambi i casi si rischia di mettere a repentaglio un fondamento della democrazia, la libertà di coscienza. Il dibattito sulla questione all’interno del mondo laico è dunque intenso: e ancor di più lo è sui mezzi di informazione, dove il tema del velo tende a diventare sempre più ‘caldo’ con l’intensificarsi dei fenomeni migratori, il proliferare dei casi di cronaca e l’uso che ne viene fatto all’interno del confronto politico.

I TIPI DI VELO

Sotto il generico nome di velo si tende impropriamente a raggruppare uno spettro assai variegato di capi di abbigliamento. È pertanto utile presentare un piccolo glossario dei termini che più frequentemente sono utilizzati dai mezzi di informazione:

Burqa. È un mantello, di origine afghana, che si usa sopra gli abiti e copre integralmente il volto della donna. Vi sono versioni che lasciano gli occhi scoperti, altri che contengono una piccola rete, altri ancora senza alcun tipo di feritoia.

Chador. È il tradizionale copricapo delle donne iraniane, tenuto chiuso sotto il mento, simile a un mantello che si allunga fino ai piedi.

Hijab. Indice genericamente il foulard che copre la testa e le spalle lasciando scoperto il viso.

Niqab. Di origine arabica, solitamente è composto da due pezzi, uno che copre naso e bocca, un altro che copre i capelli e la parte superiore del busto. Una piccola fessura lascia di solito scoperti gli occhi.

NORMATIVA ITALIANA

Nel nostro paese non esiste alcun esplicito divieto di indossare il velo. Una circolare del ministero dell’Interno del 14 marzo 1995 stabilisce anzi che è permesso, per motivi religiosi, indossare un copricapo sulla fotografia utilizzata per la carta d’identità.

Esiste tuttavia una legge, la numero 152 del 22 maggio 1975 (Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico), che all’art. 5 recita: “È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza”.

Nel mondo politico e giuridico è in corso un dibattito sull’interpretazione da dare all’espressione “senza giustificato motivo” e, in particolare, sulla possibilità che la religione (e il conseguente diritto alla libertà religiosa, costituzionalmente protetto) possa rientrare nella fattispecie. Per questo motivo sono state presentate, da parte di esponenti del centrodestra, proposte di legge miranti a esplicitare il divieto di indossare il burqa o il niqab. La stessa ministra per le pari opportunità, Mara Carfagna, ha manifestatonel 2010  l’intenzione di vietare i veli integrali nelle scuole. I partiti di centrosinistra, pur con i distinguo di diversi esponenti, sono in linea di massima contrari all’introduzione di divieti. I radicali sono favorevoli al divieto nei confronti dei veli integrali. Nell’estate 2011 la Commissioni affari costituzionali della Camera ha adottato un testo base che equipara l’uso del velo integrale a oggetti, quali i caschi, che impediscono il riconoscimento personale, e che ha anche introdotto nel Codice penale il reato di «costrizione all’occultamento del volto».

Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 1663/2007, ha invece stabilito che indossando il burqa «non si è in presenza di un mezzo finalizzato a impedire senza giustificato motivo il riconoscimento», precisando tuttavia che «tale interpretazione non esclude che in determinati luoghi o da parte di specifici ordinamenti possano essere previste, anche in via amministrativa, regole comportamentali diverse incompatibili con il suddetto utilizzo, purché ovviamente trovino una ragionevole e legittima giustificazione sulla base di specifiche e settoriali esigenze». Nel 2017 la procura di Torino ha ribadito che indossare il burqa non viola alcuna legge.

L’organizzazione islamica più diffusa in Italia, l’UCOII, sostiene apertamente l’obbligo di indossare il velo.

COSA SUCCEDE ALL’ESTERO

Anche negli altri paesi europei l’uso in pubblico del hijab è generalmente consentito. Le discussioni vertono semmai sul suo utilizzo nelle scuole e in altri edifici pubblici, nonché sulla possibilità di indossare in pubblico i veli integrali.

Belgio. Dal 2010 è vetato indossare il velo integrale in pubblico.

Bulgaria. Dal 2016 è vietato indossare il velo integrale in pubblico.

Francia. Una legge del 2004 ha vietato di indossare il velo islamico all’interno delle scuole primarie e secondarie, in quanto “simbolo ostensibile”. Il divieto è esteso a tutti gli edifici pubblici. Nel 2010 è stato introdotto il divieto di indossare in pubblico i veli integrali.

Germania. Sette laender su sedici hanno vietato agli insegnanti delle scuole pubbliche di indossare il velo durante le lezioni.

Olanda. Una proposta di legge per il divieto totale di indossare i veli integrali è stato proposto dal PVV, il partito di estrema destra guidato da Geert Wilders, già autore del contestato film Fitna. Il governo di coalizione vorrebbe limitare il divieto agli edifici pubblici.

Regno Unito. Nessun divieto, anche nei confronti dei veli integrali.

Spagna. Non esistono né leggi né divieti. Polemiche sull’uso del burqa sono esplose dopo che una donna, sorella di un terrorista suicida, si è (inizialmente) rifiutata di testimoniare a volto scoperto in tribunale.

Svizzera. È interdetto nella scuola pubblica e alle funzionarie pubbliche.

Unione Europea. La Corte di Giustizia del Lussemburgo ha stabilito che i datori di lavoro possono vietare alle dipendenti di dinossare il velo, se accade all’interno di regole non discrminatorie e valide per tutte le ideologie, religiose e no.

PERCORSI D’APPROFONDIMENTO

  • Alle donne che portano volontariamente il burqa, di Elisabeth Badinter, anche come «passaparola» (applicazione Powerpoint, 676 kb) e in pdf.
  • La guerra dei simboli. Veli postcoloniali e retoriche sull’alterità, di Annamaria Rivera (Dedalo 2005).
  • Islam e democrazia. La paura della modernità, di Fatima Mernissi (Giunti, 2002).
  • Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, di Leila Djitli (Piemme 2005).
  • Il prezzo del velo, di Giuliana Sgrena (Feltrinelli 2008).
  • Ni putes ni soumis: associazione francese impegnata nella lotta contro il velo.
  • Rapporto sulla laicità, della Commisione Stasi (Scheiwiller 2004).
  • Il velo del rispetto, di Raffaele Carcano (A ragion veduta, 2015).
  • Il velo sui valori in gioco, di Adele Orioli e Raffaele Carcano (sito di MicroMega, 2016)
  • Viewpoint del commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani, Thomas Hammarberg, contrario a vietare i veli integrali.
  • Why the French Don’t Like Headscarves: Islam, the State, and Public Space, di
 John R. Bowen (Princeton University Press, 2006).

Ultimo aggiornamento: 15 aprile 2017