Assistenza religiosa

PREMESSA
UN PODI STORIAGLI OSPEDALI
UN PODI STORIALE FORZE ARMATE
UN PODI STORIALE CARCERI
NORMATIVA
COSA FA L’UAAR
PERCORSI DI APPROFONDIMENTO

PREMESSA

Quasi ogni essere umano nel corso della sua esistenza si è trovato a dover vivere per qualche tempo in una realtà di costrizione, qual è quella costituita dagli ospedali. Esistono tuttavia altre realtà di questo tipo: l’esercito, le carceri. Sono tutte strutture definite “obbliganti”, in quanto la libertà dell’individuo è, in modo diverso, sottoposta a restrizioni codificate.

Sono situazioni comunque difficili da affrontare: e, come sempre in queste situazioni, la religione si propone quale soluzione, quale conforto morale e quale spiegazione plausibile del disagio. Un tentativo di risposta irrazionale a problemi sovente irresolubili.

Ospedali, eserciti, carceri sono però anche strutture pubbliche. Diventa dunque inevitabile l’attrito con il principio di laicità che dovrebbe sempre caratterizzarle. Nel corso della storia, i governanti hanno tuttavia quasi sempre preferito agevolare la presenza di assistenti religiosi.

UN PODI STORIAGLI OSPEDALI

Antichissimo è il legame tra religione e malattia. Già nella remota storia umana i templi venivano utilizzati anche quale “rozzo” tentativo di ottenere guarigioni. Non a caso la scienza medica vera e propria, nata con il greco Ippocrate, fu immediatamente ostracizzata dai sacerdoti di Esculapio, dio della medicina.

I più antichi ospedali risalgono anch’essi a due millenni e mezzo fa, e furono create dal re indiano Ashoka. Nel mondo occidentale, i primi luoghi dove raccogliere malati furono i romani valetudinaria, sorta di infermerie create nelle zone di guerre e in prossimità degli anfiteatri dove si svolgevano i ludi gladiatorii. Ma non vi sono tracce di ministri di culto attivi in tali luoghi.

Il cambiamento ebbe luogo con il cristianesimo, e tardivamente. La Chiesa non solo creò proprie strutture ospedaliere, inizialmente presso i monasteri, ma fece agire propri sacerdoti all’interno dei nosocomi secolari, giungendo infine alla creazione di veri e propri ordini religiosi deputati ad assicurare assistenza spirituale. La fede cominciava dunque a essere inevitabilmente legata alla terapie, tanto da diventare una premessa indispensabile per ricevere cure. L’8 marzo 1566 papa Pio V, in seguito proclamato santo, emise una bolla destinata ai medici, nota con il nome di Super Gregem Dominicum, con cui stabilì che i medici non dovevano visitare più di tre volte un ammalato, se quest’ultimo non dimostrava con un documento scritto di essersi confessato. I medici che trasgredivano all’obbligo sarebbero stati multati ed espulsi dall’ordine: già all’atto della laurea, avrebbero inoltre dovuto giurare di rispettare il dettato della bolla.

In tempi moderni, la secolarizzazione di molti (non tutti) gli ospedali lasciò comunque nelle corsie l’eredità di un nutrito numero di suore. A lungo, anzi, il binomio infermiera-suora fu pressoché inscindibile: ancora oggi esistono diversi Ordini ospedalieri. L’ex ministro della sanità Sirchia rimpiangeva la presenza delle religiose: “Quando c’erano le suore in ospedale era molto meglio: per la loro dedizione al reparto e per la continuità di presenza, che diventava un punto di riferimento costante, e consentiva risparmi molto significativi”. Non tutte le infermiere laiche gradirono l’esternazione, e rivendicando giustamente la propria professionalità. Da quando sono predominanti, la necessità di caratterizzare religiosamente i nosocomi ha preso altre vie.

UN PODI STORIALE FORZE ARMATE

La presenza di sacerdoti al seguito degli eserciti è anch’essa assai antica. La loro funzione è facilmente intuibile: propiziare la vittoria con opportuni riti e cercare di dare un senso all’attività di uomini che rischiavano la pelle per ragioni a loro spesso incomprensibili. Anche in questo caso, tuttavia con il cristianesimo (e con l’islam) vi fu un salto di qualità: la guerra stessa cominciava a essere provocata per ragioni religiose. Non esistono precedenti antichi di guerre sante, teologicamente giustificate, se non nell’antico Israele. Agostino e Tommaso, i due più influenti teologi nella storia del cristianesimo, sono anche coloro che più hanno contribuito all’elaborazione del concetto: e a un altro importante santo, Bernardo di Chiaravalle, si deve la tesi della liceità di uccidere i non cristiani (atto da lui definito “malicidio” anziché “omicidio”, in quanto mezzo per estirpare il male).

È dunque scontato ricordare che negli eserciti dei regni cristiani, come quelli che hanno colonizzato a forza il continente americano, l’assistenza religiosa è sempre stata assicurata: molto spesso, su entrambi i fronti della guerra. Anche l’Enola Gay che sganciò la bomba atomica su Hiroshima fu benedetto da due cappellani, uno cattolico e l’altro luterano. In Italia, l’Unità del Paese fu ottenuta combattendo anche contro l’esercito pontificio: forse fu questa circostanza a far sì che i sacerdoti cattolici fossero costretti a prestare servizio come soldati (a meno che non riuscissero a farsi riformare, come capitò per esempio a padre Pio).

Tuttavia, cappellani militari furono utilizzati già durante la campagna di Libia e la prima guerra mondiale, e il loro incarico fu ufficialmente ripristinato sotto il regime fascista, nel 1926. Una nuova legge seguì nel 1936.

UN PODI STORIALE CARCERI

Specifica invenzione del cristianesimo è invece la presenza nelle carceri. Il detenuto era considerato un violatore della legge divina (di cui quella umana era soltanto uno specchio) e andava pertanto “redento”, anche quando era stato condannato a morte. Nacquero pertanto, anche in questo caso, ordini religiosi specializzati. Un caso notissimo è quello dell’arciconfraternita di San Giovanni Decollato, dedita all’assistenza religiosa dei condannati a morte nella Roma governata dal papa: il loro obiettivo era quello di facilitare il “transito” nell’altro mondo. Circostanza che implicava dunque anche ostinati tentativi di conversione nei confronti dei malcapitati non cattolici. Questo atteggiamento durò fino all’Illuminismo: si deve a un italiano, Cesare Beccaria, la fine della concezione della prigione come luogo di “recupero” a Dio del carcerato e il passaggio a una concezione moderna della detenzione.

I rapporti Stato-Chiesa, nell’Italia post-unitaria, furono a lungo molto tesi. Non nel sistema carcerario: lo Stato usava la Chiesa per assicurarsi la moralità dei detenuti, la Chiesa usava i penitenziari per aumentare la propria influenza. Così, già nel 1862 un regio decreto istituiva i cappellani carcerari, ovviamente cattolici, i quali dipendevano direttamente dai direttori dei penitenziari, a cui dovevano relazionare in merito alla religiosità dei condannati. Questo stretto rapporto non venne smontato né dal fascismo, né dalla legislazione repubblicana.

Per contro, gli atei hanno a lungo subito un trattamento discriminatorio. Il regio decreto del 1862 affidò il detenuto irreligioso al cappellano, con il compito “di istruirlo subito sui religiosi doveri, d’insegnargli la dottrina cristiana e di disporlo ad accostarsi con frutto a quei sacramenti”. Col regolamento fascista del 1931 la situazione addirittura peggiorò, e la messa diventò obbligatoria per gli atei. Con l’avvento della Repubblica nessuno osò intervenire per quasi trent’anni per eliminare simili enormità: anzi, ancora nel 1968 la Corte costituzionale, chiamata a giudicare la legittimità della norma, dichiarò inammissibile la questione. Ci vorrà la riforma del 1975 per introdurre la libertà religiosa, adeguandosi con venti anni di ritardo alle Regole Minime stilate dall’Onu, e far conseguentemente cessare il principio della religione cattolica come strumento del mantenimento dell’ordine.

NORMATIVA

L’assistenza religiosa vera e propria, quella fornita dai cappellani, è stata a lungo disciplinata direttamente dagli ospedali: una legge è stata emanata solo nel 1978. La competenza è da allora attribuita alle regioni, i cui “governatori”, negli ultimi anni, hanno fatto a gara a ingraziarsi i vescovi locali. Sono stati così stipulati degli accordi per assumere i cappellani. La nomina spetta alle diocesi, ma lo stipendio è a carico delle Asl, contribuendo ad aggravare i già pesanti deficit regionali. Altrettanto grave, gli accordi riprendono spesso esplicitamente le linee-guida della Cei, che non pongono in primo piano il conforto, quanto la necessità del proselitismo. Nel documento La pastorale della salute nella chiesa italiana, elaborato dai vescovi italiani nel 1989, la “priorità dell’evangelizzazione e della catechesi” è espressamente annunciata, e non si manca di ricordare che il cappellano deve “svolgere opera di educazione sanitaria e morale nella prospettiva del valore inestimabile e sacro della vita”. Le confessioni di minoranza prestano invece un servizio religioso gratuito.

Nel 1961 la legge 512 assimilò i cappellani militari agli ufficiali e li inserì in una gerarchia guidata da un Ordinario militare e da un Vicario generale, equiparati al grado di generali. Dal 1961 c’è stata una sola modifica significativa, intervenuta nel 1997, ed è servita soltanto a migliorare l’inquadramento e la progressione di carriera (e quindi la retribuzione) dei cappellani, assicurando anche la stabilità del posto ai cappellani di complemento. A Roma, presso la Città Militare della Cecchignola, è stato addirittura attivato un seminario. L’organico e i costi dei cappellani militari sono entrambi in aumento.

La religione cattolica è ancora oggi il riferimento privilegiato anche in materia carceraria. Solo essa ha diritto a proprie strutture all’interno della prigione. I cappellani cattolici fanno parte delle commissioni incaricate di redigere i regolamenti interni e possono entrare nel carcere senza autorizzazione del Ministero dell’Interno, prerogativa quest’ultima comune ai ministri di culto delle confessioni che hanno sottoscritto un’Intesa con lo Stato. Per i fedeli di religioni prive di Intesa e personalità giuridica, come l’islam, il Dpr 230/2000 stabilisce che la direzione dell’istituto deve mettere a disposizione “idonei locali” : nient’altro. È un evidente pregiudizio della legge: la libertà religiosa verrebbe assicurata ai detenuti cattolici anche non retribuendo con denaro pubblico i cappellani e non mettendo a loro disposizione in ogni carcere delle cappelle, ma solo “locali idonei”. L’arcaicità della normativa risulta evidente anche da un altro aspetto: oggi la religione di appartenenza più diffusa nelle carceri è molto probabilmente l’islam. Va anche ricordato che in altri paesi europei, dove l’assistenza da parte degli imam è istituzionalizzata, i detenuti che l’hanno ricevuta si sono spesso radicalizzati, mostrando come la strategia di «recuperare» i condannati attraverso un percorso di fede produca risultati contrari a quanto sperato.

COSA FA L’UAAR

Le leggi in materia non trattano oggi quasi mai dei non credenti: e non perché chi le ha scritte ritenga che gli atei siano esseri pacifici che non compiono reati e non si ammalano mai, prospettiva allettante ma non veritiera. Non occupandosene, però, il legislatore finisce implicitamente per ammettere come i non credenti siano persone abituate a cavarsela da sole. Uomini e donne che, se già nel condurre la vita di ogni giorno fanno a meno di una gerarchia religiosa a cui rivolgersi e di testi sacri in cui trovare conforto, allo stesso modo si comporteranno nel momento in cui il bisogno sarà più forte. Ma le persone non sono tutte uguali ed è proprio in occasioni come queste che emergono con più chiarezza le differenze.

Nel 2009 l’Uaar ha avviato un proprio progetto di assistenza morale, ovviamente non confessionale e su base volontaria. Il servizio prestato è definito «un aiuto competente e accurato fornito agli individui atei e agnostici che, all’interno del nosocomio, si interrogano sulle domande esistenziali, come il senso della malattia, della vita e della morte». Inizialmente limitato all’ospedale Molinette di Torino, è stato successivamente esteso a due altri nosocomi del capoluogo piemontese nonché all’Ieo di Milano. All’assistenza morale non confessionale è stata dedicata anche un workshop internazionale, organizzata dall’associazione nel maggio 2011 a Genova.

L’Uaar, nell’ambito del suo progetto I costi della Chiesa, ha inoltre quantificato l’impatto sui bilanci pubblici dell’assistenza religiosa prestata dai cappellani cattolici. Essi sono stati stimati in diciotto milioni per quelli che operano nelle Forze Armate, sei per quelli nella polizia, otto per quelli nelle carceri, trentacinque per quelli negli ospedali e sei per quelli cimiteriali (ebbene sì, esistono anche questi). Il totale ammonta a 65 milioni di euro ogni anno, comprensivi delle relative pensioni: anche il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, in quanto ordinario militare per l’Italia dal 2003 al 2006 è andato in pensione con il grado generale di Corpo d’Armata dell’Esercito, a cui spetta un importo di quasi 4.000 euro mensili.

Esistono poi ulteriori costi aggiuntivi di difficile quantificazione, come quelli rappresentati dall’”aggiornamento spirituale” dei cappellani militari. Anche in questo caso l’Uaar è stata in grado di mostrare lo spreco di denaro pubblico che ne consegue.

Nel gennaio 2014 il circolo Uaar di Bologna ha condotto un’inchiesta sui costi dei cappellani cattolici, che è stata ripresa anche dalla stampa nazionale.

PERCORSI DI APPROFONDIMENTO

Il cappellano carcerario, di Edoardo Semmola.

I casti costi, di Marco Accorti (L’Ateo, n. 6/2011).

Codice dell’assistenza spirituale, a cura di Pierluigi Consorti e Mauro Morelli (Giuffrè, 1993).

La fede e la guerra. Cappellani militari e preti-soldati (1915-1919), di Roberto Morozzo Della Rocca (Studium, 1980).

Il riarmo dello spirito, di Mimmo Franzinelli (Pagus, 1992).

Il volto religioso della guerra. Santini e immaginette per i soldati, a cura di Mimmo Franzinelli (Edit 2003).

 

1 dicembre 2014