Aborto

L’INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA: UN PO’ DI STORIA
LE TESI DELLA CHIESA CATTOLICA
IL PERICOLOSO ESTREMISMO CATTOLICO ANTIABORTISTA
LA LEGGE 194: CHI VUOLE ABROGARLA E CHI LA DIFENDE
L’ATTUALITÀ DELLA LEGGE 194
LA PILLOLA RU-486
PERCORSI D’APPROFONDIMENTO

 

L’INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA: UN PO’ DI STORIA

 

L’aborto è una piaga sociale fin dalla notte dei tempi; anche nell’antichità le maternità indesiderate erano spesso oggetto di decisioni “estreme”, mai semplici da prendere.

Tuttavia, solo nel Novecento si è affacciata, e poi diffusa, la tesi che lo Stato debba garantire alla donne che si ritrovano in questa situazione di poter decidere (da sole) se interrompere la propria gravidanza.

Molti sono i motivi che giustificano la legalizzazione dell’aborto, tra questi:

  • il vietarlo non ne impedisce la pratica, la rende invece clandestina, costosa e pericolosa;
  • la vita di una madre ha più valore di quella di un feto;
  • la maternità deve essere una scelta responsabile e consapevole, e non il frutto, ad esempio, del malfunzionamento di un contraccettivo;
  • la vita per un bambino non desiderato, specialmente se gravemente malato, potrebbe non essere la soluzione migliore.

Fino al 1975 l’aborto era in Italia ancora una pratica illegale: uno degli ultimi Paesi europei a considerarlo un reato. Ciò non significava, ovviamente, che di aborti non ne avvenissero: anzi, le donne italiane, già svantaggiate da una legislazione punitiva nei confronti della contraccezione, quando incappavano in una gravidanza non voluta si dovevano rivolgere clandestinamente alle famigerate “mammane”, praticone senza scrupoli che, con mezzi assolutamente non idonei e in cambio di un lauto compenso, “risolvevano il problema”, talvolta al prezzo della vita della donna stessa.

Nel 1975 una sentenza della Corte Costituzionale stabiliva finalmente la «differenza» tra un embrione e un essere umano e sanciva la prevalenza della salute della madre rispetto alla vita del nascituro.

Il 22 maggio 1978 veniva approvata la “storica” legge 194, con la quale si riconosceva il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, la gravidanza indesiderata. In essa venivano stabilite politiche di prevenzione da attuarsi presso i consultori familiari: purtroppo, era anche ammessa la possibilità di non operare per il medico che avesse sollevato obiezione di coscienza.

Contro questa legge vennero avviate tre raccolte di firme per indire altrettanti referendum: una da parte dei Radicali (che ne chiedevano una modifica in senso ancor più ampio), e due da parte del cattolico Movimento per la Vita (una per un’abrogazione “minimale”, una per l’abrogazione totale). Quest’ultimo verrà poi dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale.

Il 17/18 maggio 1981 si votò, in un clima reso incandescente dal recente attentato a Giovanni Paolo II: la proposta cattolica venne bocciata a schiacciante maggioranza (68 per cento), quella radicale anche (88 per cento).

 

LE TESI DELLA CHIESA CATTOLICA

Nei primi secoli della sua storia non vi fu una posizione unanime della Chiesa sul tema dell’aborto. Ancora al tempo di Agostino molti vescovi lo consideravano lecito fino al terzo mese, mantre san Tommaso d’Aquino riteneva che un feto diviene un essere umano dopo 40 (se maschile) oppure 80 giorni (se femminile), e che solo gli esseri umani hanno l’anima, mentre il feto non la possiede. A partire dal XVII secolo il feto fu considerata una persona da battezzare anche a costo della vita della madre (che tanto era già battezzata, e quindi salva). Solo a partire dal XIX secolo feto ed essere umano si sono unificati in senso temporale, sicché la Chiesa ritiene che il feto vada considerato come una persona, dotata di un’anima fin dal primo istante del concepimento.

Quindici secoli dopo la posizione cattolica non è cambiata: ancora nel 1995 Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Evangelium Vitae, ha ribadito che «…nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia…», arrivando a definire le leggi che autorizzano l’interruzione di gravidanza «del tutto prive di autentica validità giuridica».

Una rigida posizione di chiusura, dimentica della piaga degli aborti clandestini, e ovviamente refrattaria anche ad una politica di prevenzione di tipo contraccettivo: il cardinale Meisner è arrivato a definire l’interruzione volontaria di gravidanza «un genocidio». Giovanni Paolo II ha anche canonizzato una donna, Gianna Beretta Molla, morta per aver preferito la vita del figlio che portava in grembo rispetto alla propria.

Sull’inconsistenza logica delle tesi cattoliche è disponibile, sul sito UAAR, un documento di Marco Musy.

 

IL PERICOLOSO ESTREMISMO CATTOLICO ANTIABORTISTA

Nel dicembre del 1991 il movimento aquilano Armata Bianca, col beneplacito del sindaco ed il pieno avallo dell’arcivescovo, eresse nel cimitero un monumento ai «bambini mai nati». Sembrò allora quasi una scena folkloristica (ed in seguito i suoi vertici furono anche perseguiti per turpi reati quali violenza sessuale e truffa), fu invece il primo segnale di una escalation antiabortista che negli ultimi tempi è diventata impressionante.

Nel 1997 l’assessore regionale piemontese alla Sanità autorizza un’associazione antiabortista di Novara ad organizzare un macabro «funerale dei feti», ogni fine mese.

Il 16 dicembre 1999 il giudice tutelare, sotto le pressioni della stampa e delle gerarchie cattoliche che ne hanno fatto un caso nazionale, decide di revocare la decisione precedentemente presa dal tutore di far abortire una tredicenne psicolabile di Pozzallo, violentata dal padre.

Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, al pronto soccorso dell’ospedale S. Camillo di Roma due sacerdoti entrano nel nosocomio, facendosi largo con la forza tra il personale, allo scopo di bloccare un intervento urgente per l’interruzione della gravidanza di un’altra tredicenne, regolarmente ricoverata con l’autorizzazione del giudice tutelare: per allontanarli occorre l’intervento delle guardie giurate.

Il 7 febbraio 2000 l’abate di Subiaco, dalle colonne dell’Osservatore Romano, chiede di sospendere le interruzioni di gravidanza per tutto il periodo giubilare.

Nell’aprile 2000 in una scuola di Bolzano una professoressa di religione porta in classe dei feti di plastica, in presenza di esponenti di un’organizzazione antiabortista, costringendo le alunne a giurare sulla loro castità presente e futura.

Il 7 agosto a Battipaglia il sindaco inaugura ufficialmente un «monumento alla vita», definendo il locale ospedale «l’abortificio cittadino».

Nel novembre 2001 sponsorizza l’improbabile appello al Parlamento di un ventiquattrenne di Pesaro, affinché l’ex fidanzata non abortisse: in barba al fatto che la decisione fosse stata presa «dopo aver capito che il ragazzo ha dei seri problemi, e aveva raccontato molte cose non vere di sé».

Non che all’estero la situazione sia migliore: in Scozia la Chiesa è arrivata a finanziare bambine dodicenni affinché portassero avanti la gravidanza.

Negli Stati Uniti i cristiani sono perfino scesi nell’illegalità: i medici abortisti sono oramai vittime di continue intimidazioni (basta dare un’occhiata al sito Operation Rescue, dove se ne vantano pure, per farsene un’idea), e l’equiparazione dell’aborto a un assassinio ha spinto diversi facinorosi ad assaltare le cliniche dove viene, legalmente, praticata l’interruzione di gravidanza. Diversi medici stati addirittura assassinati o feriti in questo modo: i casi sono talmente numerosi che la NAF (National Abortion Federation) redige periodici “bollettini di guerra” nei quali si contano le vittime. Queste statistiche sono disponibili anche on line sul loro sito.

Nel febbraio 2003, in Nicaragua, una bambina di nove anni, stuprata e rimasta incinta, ha potuto essere sottoposta a interruzione di gravidanza solo segretamente: l’arcivescovo di Managua - il cardinale Miguel Obando y Bravo - ha prima premuto perché portasse avanti la gravidanza: in seguito ha scomunicato i medici abortisti, chiedendone inoltre l’incarcerazione.

Nel 2006, in Colombia, un’undicenne stuprata è stata sottoposta ad aborto in seguito a un provvedimento della Corte Costituzionale. Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del pontificio Consiglio per la Famiglia, ha immediatamente ricordato in un’intervista che l’articolo 1398 del Codice di diritto canonico stabilisce che qualsiasi persona che pratichi l’aborto, o sia complice in esso, è automaticamente scomunicata.

Nel 2009, il vescovo brasiliano Jose Cardoso Sobrinho, saputo che una bambina di nove anni, ripetutamente stuprata dal patrigno e rimasta incinta di due gemelli, aveva abortito, ha scomunicato i medici e la madre della piccola, "colpevoli" di aver "ucciso" un feto: a suo dire, la legge umana non deve sopravanzare la legge di Dio".

 

LA LEGGE 194: CHI VUOLE ABROGARLA E CHI LA DIFENDE

Negli ultimi anni le gerarchie vaticane non si limitano a rendere note le proprie opinioni, indirizzandole ai propri fedeli: intervengono, continuamente e deliberatamente, sulla scena politica al fine di ottenere quanto da loro richiesto, affinché sia applicato a tutta la popolazione.

All’estero questo interventismo ha già suscitato polemiche: in Germania il Vaticano è intervenuto per vietare ai consultori cattolici il rilascio del certificato necessario per legge per abortire. In Polonia, il governo filo-papale ha nuovamente limitato l’interruzione di gravidanza, ripristinata nel 1993 dal precedente governo.

I vescovi sono anche intervenuti affinché la carta dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Unione Europea contenesse un articolo sul «rispetto del diritto alla vita dal suo inizio alla sua fine naturale», al fine di rendere illegali le leggi nazionali su aborto ed eutanasia.

La legge 194 fu approvata, non a caso, in un momento di transizione e di relativa debolezza del Vaticano (Paolo VI, molto malato, sarebbe morto dopo poche settimane). La strategia cattolica è molto semplice: anzitutto, nell’ambito della legge sulla fecondazione, è stato fatto passare il concetto dei «diritti del concepito». Si è aperto così un conflitto con l’articolato della 194, per cui si potrebbe essere “costretti” a intervenire anche su quest’altra legge, per modificarla in un senso ovviamente più restrittivo, se non per abolirla.

Diversi partiti si sono prontamente mobilitati in tal senso: esponenti di PDL, UDC, PD hanno più volte riaffermato la loro intenzione di modificare o abrogare la legge 194 (un ordine del giorno approvato dalla Camera). L’ex presidente della Regione Lazio, poi ministro della Sanità, Francesco Storace, ora leader de La Destra, attraverso una serie di diversi interventi restrittivi aveva tentato di rendere praticamente inapplicabile la legge nella sua regione.

Nel novembre 2005 proprio Storace diede nuova linfa alla lotta antiabortista, “minacciando” di inviare nei consultori i volontari del Movimento per la Vita. La proposta piaque all'UDC che, nella rincorsa al sostegno vaticano, propose un’indagine parlamentare conoscitiva sull'attuazione della legge 194, autorizzata poi in tempi-record dal Presidente della Camera dei Deputati Pierferdinando Casini (leader della stessa UDC).

Il 14 luglio 2009, il Parlamento ha approvato una mozione presentata dal deputato e presidente Udc Rocco Buttiglione di sostegno alla proposta di moratoria internazionale dell’aborto. La mozione impegna l’Italia a sostenere una risoluzione presso l’Onu contro “l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico” e per affermare “il diritto di ogni donna a non essere costretta o indotta ad abortire favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”. Nel 2010, dopo la vittoria elettorale del centrodestra nelle elezioni amministrative, il tentativo di depotenziare la legge già avviato da Regioni come la Lombardia (le cui linee guida fortemente reazionarie sono state bocciate dal TAR) e il Veneto è stato ulteriormente esteso ad altre realtà, come il Lazio o il Piemonte, cercando di intervenire sui consultori e introducenti volontari e associazioni del Movimento per la Vita negli ospedali.

Il 20 giugno 2012 la Corte costituzionale è stata inoltre chiamata a pronunciarsi sulla legge. Il Tribunale di Spoleto aveva infatti pretestuosamente sollevato una questione di illegittimità costituzionale, della legge, portando a proprio sostegno una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo. Contro l'eventualità di un'ulteriore ferita ai diritti delle donne è nato sulla rete il movimento #save194. La Consulta ha poi dichiarato "manifestamente inammissibile" la richiesta del tribunale.

In questo contesto sono purtroppo poche le voci che si levano a difesa della legge: essa è di solito affidata ad alcune parlamentari che lavorano spesso isolate. A fronte di numerose proposte di legge volte a peggiorare, se non ad abrogare, l’attuale normativa, quelle migliorative si contano sulle dita di una mano.

La situazione non migliora nella cosiddetta “società civile”: la percezione del rischio che si corre è molto flebile. A difendere la legge sono rimaste alcune associazioni storiche come l’UDI (Unione Donne Italiane) o come l’Aied. Tra le poche altre associazioni attive sulla materia segnaliamo la Consulta di Bioetica, la Luca Coscioni, la Laiga e l’Aduc. Fortunatamente, essendo l’Italia uno stato facente parte dell’Unione Europea (insieme ad altre nazioni più evolute su queste tematiche), oltre certi limiti le ingerenze vaticane non possono spingersi: un’ottima risoluzione del Parlamento Europeo è stata approvata il 3 luglio 2002. Anche durante il vertice ONU di Johannesburg del settembre 2002 il Vaticano (alleato agli USA e ad altri Paesi islamici e con il supporto nemmeno tanto velato della delegazione italiana) ha tentato un blitz, stoppato solo in dirittura d’arrivo. Ancora meno bene è andata la conferenza Rio+20, in cui l'asse Vaticano-paesi islamici è emerso con ancora maggiore chiarezza.

L’UAAR è ovviamente sensibile a questo tema e appoggia tutti gli sforzi fatti per difendere o migliorare la legge 194. La nostra rivista L’Ateo si è occupata diverse volte di sensibilizzare i suoi lettori sull’argomento.

 

L’ATTUALITÀ DELLA LEGGE 194

Se la legge 194 è riuscita in gran parte a eliminare la piaga degli aborti clandestini, le finalità sociali e di prevenzione della legge non sono state perseguite seriamente: anche per colpa di chi doveva farla applicare, che non di rado era contrario (magari solo di facciata) alla legge stessa.

Il polverone sollevato dalla Chiesa Cattolica sulla pillola del giorno dopo ha dimostrato, una volta di più, come il Vaticano sia assolutamente indisponibile a dare un apporto per il miglioramento della situazione.

A ciò contribuiscono anche i medici «obiettori»: esistono intere zone della penisola dove abortire è una vera e propria impresa. In Italia il 69,2% dei ginecologi, il 50,4% degli anestesisti e il 42,6% del personale non medico pratica l’obiezione di coscienza (dati 2006).

L’obiezione assicura inoltre dei vantaggi anche dal punto di vista della carriera: l’aborto è un’operazione relativamente semplice, e rifiutandosi di praticarlo si resta “casualmente” disponibili per interventi più impegnativi. Ragion per cui, è venuto il tempo di impedire l’assunzione negli ospedali pubblici di ginecologi che hanno riserve a praticare interruzioni di gravidanza.

Gli ultimi dati dicono che in Italia si praticano annualmente 7,2 aborti ogni mille donne tra i 15 e i 49 anni: un dato molto basso, inferiore ad esempio a paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Australia. Il numero tra l’altro è in costante calo (meno 35% dall’anno di introduzione della legge), mentre purtroppo aumentano le interruzioni di gravidanza tra le giovanissime: un’ulteriore riprova che in Italia manca una seria politica di informazione sulla contraccezione. In aumento anche il dato delle donne immigrate.

Inoltre, l’Istituto Superiore di Sanità ha confermato il calo nel numero degli aborti clandestini, ridottisi oramai a 20/25 mila l’anno e limitati, prevalentemente, all’Italia insulare e meridionale (guarda caso le zone dove maggiore è l’obiezione di coscienza).

Insomma, un bilancio positivo, dove le ombre nascono proprio dalla non applicazione completa della legge. Il Guttmacher Institute di New York, specializzato nello studio delle politiche riproduttive, confrontando i dati di 46 nazioni è arrivato a commentare «è chiaro che l’atteggiamento pragmatico degli europei sulle attività sessuali dei giovani funziona: l’Europa e l’Italia hanno tanto da insegnarci, le giovani americane meritano di meglio».

 

LA PILLOLA RU-486

È un farmaco abortivo: ha il grande vantaggio di impedire l’ospedalizzazione della donna e il conseguente intervento chirurgico.

Più indolore, quindi, e causa di minori traumi e, anche, di minori costi per il Servizio Sanitario. In Italia è stata autorizzata soltanto nel luglio 2009, quando ormai era l'ultimo paese europeo, insieme all'Irlanda, a non permetterne l'uso. Persino in Tunisia era già stata utilizzata da anni senza problemi.

La lobby vaticana, onnipresente sulla scena politica italiana, ne ha impedito a lungo la legalizzazione, nonostante i vantaggi evidenti. Un programma sperimentale, avviato presso l’ospedale “Sant’Anna” di Torino, ha trovato ostacoli sia nel Ministero che dalla Procura. Persino il giorno prima del via libera da parte del'AIFA, l'Authority italiana del farmaco, il sottosegretario al welfare Eugenia Roccella (già presentatrice del Family Day) ha fatto dell'autentico terrorismo psicologico, parlando di sedicenti rischi scientifici: rischi che la stessa scienza e l'ampia mole di dati empirici ormai disponibile a livello mondiale smentiscono abbondantemente. Come se non bastasse, come ultimo tentativo di bloccare la commercializzazione, la Commissione Sanità del Senato, con voto bipartisan, aveva stabilito di creare una commissione d'inchiesta sul farmaco.

La somministrazione è prevista soltanto negli ospedali. Nel 2014 la Regione Toscana ha però autorizzato la pratica anche negli ambulatori.

 

PERCORSI D’APPROFONDIMENTO

Ultimo aggiornamento: 5 aprile 2014