Il multiculturalismo e i suoi critici

Ripensare la diversità dopo l’11 settembre
Kenan Malik
Nessun Dogma
2016
ISBN: 
9788898602254

Quando si parla di multiculturalismo come in passato si parlava di mondialità (come fenomeno sociologico) e di globalizzazione (come fenomeno economico) il rischio della mistificazione è assai elevato, come in tutti i concetti abusati. Questo libro sgombra subito il campo da questo tipo di tentazione.

Si può essere contro il multiculturalismo senza avere nulla a che spartire con i populisti e le estreme destre xenofobe europee, men che meno con la follia omicida di Anders Breivik, che nel suo delirio ha indicato come movente proprio il multiculturalismo. Si può avversare il multiculturalismo senza per questo essere arruolati nel partito degli islamofobi o di chi pensa che l’immigrazione massiccia di questi anni possa stravolgere il tessuto connettivo dell’Europa (quale? Quella delle radici giudaico-cristiane, di Voltaire o dei trattati comuni?) ma esattamente per i motivi opposti. Bisognerà avere il coraggio, come fa Malik in questo testo, di violare il tabù a cui, specialmente tanta sinistra mondialista, è affezionata: essere additati come quegli altri, estremisti di destra, razzisti ed etnocentrici; così si deve ingoiare qualche rospo, magari rinunciando a vedere le derive di certo multiculturalismo che sono sotto gli occhi di tutti.

Il libro si innesta su una accurata disamina storica, articolata su un piano squisitamente politico, estetico e filosofico, dell’idea del multiculturalismo, mettendo a confronto le tesi di illustri studiosi del calibro di Charles Taylor e John Gray, piuttosto che Marion Iris Young e Tariq Modood. L’errore capitale, si sostiene, di molti alfieri del multiculturalismo, nasce dall’equivoco di far slittare l’idea che gli esseri umani siano portatori di cultura a quella che «debbano farsi portatori di una determinata cultura» (in corsivo anche nel libro, ndr). Su questa stregua non sarebbe più concepibile che una donna musulmana rifiuti la sharìa o che un ebreo rifiuti lo Stato ebraico. O finanche, come scrive efficacemente Malik, che Galileo potesse mettere in dubbio l’autorità della Chiesa cattolica. Una cultura specifica risulta un macigno morale, blindato, poco o nulla esposta al cambiamento, agli apporti della ragione. Introduce un determinismo culturale intollerabile mentre storicamente le culture scompaiono e le persone restano. Lo iato è stridente tra essere e dover essere. Appare evidente come non sia possibile far discendere la cultura dalla discendenza biologica poiché, qui Malik va giù pesante, «discendenza biologica è un modo garbato di dire razza» (tra virgolette nel testo, ndr).

La caratteristica più evidente nel multiculturalismo è il peso che viene dato appunto alla cultura, all’etnia o alla religione rispetto ad altre coordinate, come la classe sociale o la generazione, che in passato avevano ben altro peso. Malik si concentra in particolare su due Paesi, Germania e Regno Unito, che hanno adottato politiche multiculturaliste. Per quanto riguarda la Germania, la miopia nell’applicarle, deriva dalla circostanza che si sono create vere e proprie comunità “parallele”, non integrate e che non hanno alcuna voglia, con riferimento per esempio alle donne immigrate spesso relegate in casa, di imparare il tedesco. Anche nel Regno Unito queste politiche hanno creato società frammentate, minoranze non trattate come cittadini ma come membri di particolari gruppi etnici che, ad intervalli regolari, esplodono in rivolte violente.

Emerge una palese contraddizione del vivere in una società pluralista: la salvaguardia coatta della diversità impone di lasciare meno spazio alla diversità di vedute. Arriva così, da parte di Malik, l’elogio alla “offesa” senza la quale non vi è progresso sociale: «Accettare che certe cose non possono essere dette, significa accettare che certe forme di potere non possano essere messe in discussione».

Naturalmente, come si evince anche dal titolo, Malik affronta anche gli argomenti debolissimi di quanti si scagliano contro il multiculturalismo sulla base di posizioni vagamente fanatiche o apertamente razziste. Come mentori vengono nominati, tra gli altri, Bruce Bawer, Melanie Phillips, Mark Steyn, Christopher Caldwell e Oriana Fallaci i quali hanno preso di mira l’immigrazione di stampo islamico accusata di essere una minaccia alla civiltà europea e i suoi valori. Il vero paradosso è che sia i multiculturalisti sia i populisti eurocentrici, parlano lo stesso linguaggio: temendo il disordine ficcano le culture dentro delle gabbie, gli uni per preservarli in cattività, gli altri per renderli inoffensivi. Sembrano ignorare che l’entropia è una legge universale.

Stefano Marullo
da L’Ateo n. 107