Del buon uso della religione. Una guida per i non credenti

Alain de Botton
Guanda
2011
ISBN: 
9788860885227

Un titolo quale Del buon uso della religione costituisce un’evidente replica a Senza Dio di Giulio Giorello, il cui sottotitolo era, per l’appunto, Del buon uso dell’ateismo. Un libro che sostiene che la religione può essere ‘buona’ anche per chi non ne fa parte si contrappone dunque a un libro che sostiene che l’ateismo può essere ‘buono’ anche per chi fa parte di una comunità di fede. In realtà, il titolo è un parto dell’editore italiano, visto che l’originale era invece Religion for Atheists. Nel risvolto di copertina si può addirittura leggere che il testo costituirebbe «un vero e proprio catechismo per atei». Roba da suicidio commerciale: esistono forse atei ansiosi di pagare 17,50 euro per farsi catechizzare, quando vi sono parroci disposti a farlo gratis? L’ipotesi autolesionista sembra peraltro trovare conferma nelle parole dello stesso autore, laddove scrive che «la strategia proposta in questo libro infastidirà i sostenitori di entrambe le fazioni». E invece, ecco la recensione sul sito UAAR.

Cominciamo allora col dire che è stato coraggioso de Botton a scriverlo, l’editore a pubblicarlo e Guanda a tradurlo. L’autore è un non credente che afferma che «nessuna religione è vera nel senso di “mandata da Dio”» e che non appartiene alla specie cosiddetta ‘ateo-devota’, o a quella che blatera di radici cristiane o di superiorità morale del cristianesimo. Si colloca invece tra coloro che ritengono che «abbiamo permesso alla religione» (noi atei, lui incluso) «di rivendicare un dominio esclusivo anche su aree di esperienza che dovrebbero appartenere all’umanità intera, e delle quali dovremmo riappropriarci senza nessun imbarazzo».

De Botton premette infatti che «si può rimanere atei convinti riuscendo, almeno sporadicamente, a trovare nella religione una qualche utilità, un qualche motivo di interesse o fonte di conforto, e prendendo in considerazione l’ipotesi di adattare alla vita laica alcune norme e consuetudine religiose». A suo dire, «è proprio quando smettiamo di credere che le religioni sono calate dal cielo o che non hanno alcun senso che la questione si fa davvero interessante», perché è «a quel punto possiamo riconoscere di averle inventate per rispondere a due bisogni fondamentali e attuali, che la società laica non è riuscita a soddisfare particolarmente bene: prima di tutto il bisogno di vivere insieme, come comunità e in modo pacifico, malgrado i nostri innati impulsi alla violenza e all’egoismo. In secondo luogo, il doverci confrontare con diversi gradi di sofferenza, che scaturiscono dal nostro essere vulnerabili».

Quante volte molti di noi si sono detti che «certe religioni, con duemila anni di esperienza alle spalle, la sanno maledettamente lunga nel conservare gran parte dei propri adepti»? Bene, sembra chiederci de Botton, «sfruttiamo le loro strategie»: «Il problema da affrontare oggi è come abbinare le molte buone idee che attualmente dormono nei recessi della vita intellettuale a strumenti organizzativi (molti dei quali hanno un’origine religiosa) che offrano loro maggiori opportunità di affermarsi nel mondo».

L’assunto, innegabile, è che troppi atei perdono troppo tempo a sparare a zero a 360 gradi contro la religione, mentre quasi nessuno si prende la briga di verificare se, anche se non migliori dal punto di vista della proposta dottrinale (che è per l’appunto quanto ritiene il versante cristianista), non siano invece migliori su alcuni aspetti della vita individuale e collettiva. La briga se l’è presa l’autore di questo libro, secondo cui «quando non ci sentiremo più in obbligo di prostrarci dinanzi alla fede o di denigrarla, saremo liberi di scoprire che le religioni sono fonte di una miriade di idee ingegnose, con cui possiamo cercare di lenire alcuni dei malesseri più persistenti e trascurati della vita laica».

Un intento più da psicologi o da sociologi, questo, ma il nostro filosofo non ha paura. Se la sfida è allettante e il tema interessante, lo svolgimento lo è però meno. I nove ambiti su cui si sofferma l’autore, e che costituiscono le nove parti in cui è suddiviso il testo, sono comunità, gentilezza, istruzione, tenerezza, pessimismo, prospettiva, arte, architettura, istituzioni. Se già questo elenco vi ha fatto venire dei dubbi, sappiate che il testo ve li accrescerà.

«I dieci comandamenti rappresentano un primo tentativo di mettere un freno all’aggressività dell’uomo verso i suoi simili», sostiene de Botton, dimenticando non solo i tentativi che li hanno preceduti, ma anche i conflitti che vi hanno fatto seguito e che sono narrati dalla stessa Bibbia (e tralasciamo il fatto che non esistono tracce archeologiche del secondo millennio aev che testimoniano la conquista ebraica della Palestina, mentre i dieci comandamenti sono stati inventati a metà del primo).

Ma de Botton insiste. «La messa incoraggia i fedeli ad abbandonare l’orgoglio», ed «essere rimessi al nostro posto da qualcosa di più grande, antico e importante di noi non è un’umiliazione, ma piuttosto un modo per liberarci dalle insane ambizioni e speranze che nutriamo per le nostre vite». Vero, ma non è fenomeno necessariamente positivo: l’obbedienza e la sottomissione alle gerarchie ecclesiastiche richieste dal Catechismo cattolico possono far piazza pulita anche di ambizioni e speranze «sane» e «ragionevoli». «Eppure, i fedeli che partecipano alla messa non se la prendono per questi ordini così strutturati, anzi, li accolgono calorosamente, perché generano un’intensità spirituale che sarebbe impossibile raggiungere in un contesto più informale»: siamo sicuri che sia necessario del fervore collettivo di questo tipo? E per uno scopo così estraneo alla vita quotidiana?

L’autore afferma che qualche sua granitica certezza si è ammorbidita ascoltando Bach. Non è l’unico a sostenerlo. Ma oggi, nel mondo, esiste un numero addirittura maggiore di persone che hanno avuto momenti di ‘intensità emozionale’ ascoltando la musica della propria banale popstar preferita, del tipo alla Avril Lavigne. Ai cui concerti i e le fan raggiungono un’intensità collettiva senz’altro maggiore di una messa standard. Uno dei vantaggi di essere ex cattolici anziché ex ebrei è di conoscere molto bene quanto bassa sia la partecipazione emotiva della più parte di chi assiste al culto cattolico.

Un altro errore di de Botton è di soffermarsi soprattutto su quegli aspetti già analizzati da sociologi come Putnam, e che hanno notato come gli effetti positivi dell’affiliazione religiosa (quali, per esempio, quelli sul capitale sociale) siano gli stessi prodotti da altre organizzazioni infinitamente meno considerate. Quali per esempio le bocciofile: e nessuno ha mai pensato di scrivere un libro sul buon uso delle bocciofile. È interessante constatare come l’autore sia in qualche modo avveduto della questione. In fondo al volume si è infatti lasciato scappare che «nessuno dei concetti esaminati qui è nuovo. Esistono praticamente dall’inizio della storia umana e solo alcune centinaia di anni fa sono stati frettolosamente sacrificati sull’altare della Ragione e ingiustamente dimenticati da menti laiche disgustate dalle dottrine religiose».

È tuttavia vero che le religioni «la sanno lunga sulla nostra solitudine»: lo sanno bene i testimoni di Geova che vi citofonano la domenica mattina. Com’è vero che «questi rituali non esplicitano il loro scopo, perché altrimenti rischierebbero di far fuggire a gambe levate i potenziali partecipanti. A ogni modo, il fatto che esistano da tanto tempo e siano così popolari dimostra che senza dubbio servono a qualcosa». Probabilmente un musicista ateo o un organizzatore di eventi laici trarrebbero giovamento dallo studiare anche i meccanismi di svolgimento della messa. Ma ciò non toglie che l’audience delle messe sia in costante calo.

Non finisce qui. Secondo de Botton «le religioni sono state abbastanza abili da stabilire calendari e scadenze elaborati per appropriarsi in maniera puntuale e approfondita della vita dei loro seguaci: non lasciano che passi mese, giorno od ora senza somministrare ai fedeli una dose attentamente calibrata di concetti». Non sono mica le uniche ad averlo fatto. E lui sa bene anche questo. «Le strategie delle religioni e delle multinazionali commerciali si sovrappongono», scrive. In effetti, anche i totalitarismi hanno fatto proprie precisamente queste «lezioni», come sono definite nel testo. E nel modo che sappiamo.

Si potrebbe continuare a lungo. Gli esercizi spirituali «ci inducono a imporre una disciplina più grande alla nostra vita interiore»? Nulla di nuovo sotto il solo, tant’è che non sono pochi gli atei che praticano yoga. Ma vuoi mettere la soddisfazione di raggiungere lo stesso obbiettivo senza farvi ricorso? « Diversamente dalla religione, l’ateismo adotta un atteggiamento di fredda insofferenza verso i nostri bisogni». Il buddhismo fa lo stesso, se è per questo. Ma ‘insofferenza’ non è la parola giusta. L’ateo è solito cercare di dare risposte razionali ai bisogni, mentre quelle delle religioni sono quasi sempre irrazionali. Nessuno nega l’effetto placebo, che però difficilmente può funzionare, se ne si è consapevoli. Dovremmo allora favorire atteggiamenti inconsapevoli verso i bisogni? «In senso più generale, il culto di Maria spiega fino a che punto, nonostante la nostra razionalità di adulti, le nostre responsabilità e il nostro status, siano ancora presenti in noi i bisogni sell’infanzia». Spiegherebbe semmai che sono presenti nei cattolici. In de Botton non sappiamo. «A volte le religioni sono troppo utili, efficaci e intelligenti per essere lasciate solo a chi crede». Ne è talmente convinto che giunge a tentare una rivalutazione di Auguste Comte. Non ha proprio paura di nulla, quest’uomo.

Giunti a questo punto starete già pensando di essere di fronte all’ennesimo libro che vi invita a descrivere i pregi delle religioni. Sbagliato. De Botton, l’ho già scritto, vuol partire dalla religione per giungere a individuare soluzioni ‘laiche’. Il volume non manca perciò di proposte, dal «riempire i calendari di festività in onore di YI Canis Majoris, una stella ipergigante della costellazione del Cane Maggiore, distante 5000 anni luce dalla terra e 2100 volte più grande del nostro sole», alla trasformazione dei musei in «luoghi che utilizzano oggetti bellissimi per farci diventare buoni e saggi», dall’idea di un tempio «della Giusta prospettiva» (che evidenzi da quanto poco tempo homo sapiens abita la terra) a una «agenzia di viaggi psicoterapeutica». Alcune sono ingegnose, altre meno. Ma ci prova.

Corredato di decine e decine di foto didascaliche, a mio avviso superflue, Del buon uso della religione cede più spesso il passo alla fascinazione per il sacro di quanto non si attenga all’analisi dei suoi meccanismi. Contiene molte cose non condivisibili, ma anche molti spunti stimolanti. Non lascia indifferenti. Forse perché non è frutto della pamphlettistica apologetica, ma è l’opera di un non credente. Può costituire una lettura interessante per tutti gli atei che coltivano lo spirito critico. E che non rinunciano a esercitarlo.

Raffaele Carcano

Settembre 2011