John Toland - Ipazia

John Toland
Ipazia, donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero
(a cura di Federica Turriziani Colonna, tit. or.: Hypatia or the History of a most beautiful, most virtuous, most learned and in every way accomplished Lady, who was torn to pieces by the Clergy of Alexandria to gratify the pride, emulation and cruelty of the Archbishop commonly but undeservedly titled St. Cyril)
Editrice Clinamen 2010, pp. 42, 9,9 euro
ISBN 978-88-8410-151-8

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La figura della filosofa neo-platonica Ipazia è recentemente tornata in auge, grazie anche al film Agora del regista Alejandro Amenàbar e ad alcune pubblicazioni. Per comprendere meglio il rinnovato – e anche tumultuoso – interesse per Ipazia è utile percorrere le tappe della riscoperta della sua figura nel corso dei secoli. Questo testo – curato da Federica Turriziani Colonna, giovane redattrice de “L’Ateo”, e tradotto per la prima volta in italiano – rappresenta un punto importantissimo per la costruzione del “mito” di Ipazia nell’epoca moderna. Scritto nel 1720 dal pensatore irlandese John Toland, questo brevissimo ma sentito pamphlet insiste in maniera appassionata e seminale su due questioni fondamentali, che caratterizzeranno proprio tutto il successivo dibattito sulla figura di Ipazia: la filosofa è vista come martire della libertà di pensiero contro il dogmatismo religioso e come fulgido esempio dell’emancipazione femminile (tema caro all’autore e affrontato in maniera innovativa per il tempo nelle Letters to Serena). Donna descritta dagli storici come dotata di un potente, irresistibile ma casto fascino, di una cultura e di una intelligenza straordinarie, tali da renderla una delle menti più fulgide del suo tempo (non a caso è a capo della Scuola di Alessandria, uno dei centri culturali più importanti del mondo), e tenuta in gran conto dalle autorità civili in una società che discrimina le donne, Ipazia finirà suo malgrado vittima della furia distruttrice, “purificatrice” e irrazionale di un gruppo di monaci, proprio in un momento storico che vede l’imposizione del cristianesimo nell’impero romano come unica religione di stato, con conseguente chiusura e regressione a livello culturale.

Toland punta decisamente il dito contro san Cirillo, vescovo di Alessandria dichiarato «immeritatamente santo», definito come un prevaricatore orgoglioso e invidioso dell’autorevolezza di Ipazia e di fatto mandante morale dell’efferato assassinio della filosofa. San Cirillo diventa il simbolo della prevaricazione e dell’ingerenza ecclesiastica in politica, coi suoi tentativi di imporsi su Oreste, governatore di Alessandria.

La citazione diretta delle fonti storiche disponibili (non a caso, soprattutto ecclesiastiche) è accompagnata da una prosa appassionata, a cui non sono estranee le suggestioni della temperie culturale in cui vive l’autore: quella dell’illuminismo, del deismo e del radicalismo whig. In particolare, John Toland non è un libertino o un ateo, ma fautore di una religione “naturale”, che rigetta il dogmatismo, si muove all’insegna di una interpretazione razionale delle Scritture e si rifà al pensiero di Giordano Bruno (di cui non a caso tradurrà anche alcune opere in inglese). Il filosofo attacca con veemenza il fondamentalismo religioso ottuso veicolato dal clero e dal formalismo dottrinale, ma difende quella che a suo dire è la “vera” essenza della religione cristiana originaria. Infatti secondo l’autore già al tempo di Ipazia «rimase ben poco del cristianesimo autentico» e «non erano cristiani quelli che uccisero Ipazia», ma «assomigliano a cristiani» in quanto avrebbero «sostituito tradizioni precarie, finzioni scolastiche e un dominio usurpato» agli insegnamenti di Gesù. La polemica anticlericale si conclude con una serie di considerazioni sul titolo di “santo”, che «non di rado è stato conferito in modo infelice», tanto che l’autore sostiene che «la maggior parte dei santi dopo Costantino, e soprattutto quando la canonizzazione divenne di moda, corrispondono a tre tipologie di persone». Primi, coloro che hanno promosso la grandeur della Chiesa come istituzione, «per magnificare l’autorità spirituale con l’esito del degrado e dell’abbrutimento» dei loro contemporanei. Altri, specie ricchi e potenti, «tuttavia viziosi e tirannici, che donarono ampi possedimenti e che lasciarono il potere temporale nella mani della Chiesa» o che ne difesero i soprusi. Alla terza categoria appartengono i «visionari estremamente viscidi» che «si vantano dei propri entusiasmi deliranti e delle proprie estasi» o che «attraverso mortificazioni formali, falsamente reputate atti di devozione» incutono rispetto nel popolino e «vengono ricompensati con questo premio immaginario da coloro che disprezzano la loro austerità».

Una critica a tutto campo, rivolta non solo a chi esalta il potere della Chiesa o chi ne sostiene le ingerenze, ma anche agli “entusiasti” e i fondamentalisti, che per così dire dal basso incoraggiano l’irrazionalismo e per questo diventano di fatto funzionali ai primi.

Valentino Salvatore
marzo 2010