Visione e televisione

di Lamberto Maffei

Il potere delle immagini

Le immagini costituiscono un mezzo di comunicazione molto potente anche per la loro intrinseca struttura fisica rispetto ai messaggi fatti di parole. L’immagine del reale è considerata fedele trasmissione dell’oggetto o del fatto e quindi ha una valenza rilevante per la conoscenza della realtà, come del resto tutti i messaggi sensoriali, e diventa testimonianza di ciò che è vero e che viene automaticamente accettato. È noto tuttavia che le immagini non trasmettono sempre verità; talvolta per ragioni inerenti la struttura del sistema nervoso, un’immagine può essere scambiata o confusa con un’altra come avviene nelle illusioni ottiche, i meccanismi nervosi delle quali non sono ancora del tutto chiari.

L’interpretazione dell’immagine a livello cerebrale è come un cancello che si apre quando arrivano i segnali atti ad aprirlo, e questi non necessariamente sono univoci. Inoltre, nei moderni mezzi di comunicazione l’immagine può essere facilmente manipolata, alterata, ricostruita o semplicemente presentata in modo opportuno attraverso la selezione con cui alcune immagini vengono scelte e altre scartate e non trasmesse. Un canale televisivo di un certo colore politico può presentare l’intervento di un personaggio importante scegliendo le immagini che lo descrivono al meglio, piuttosto che quelle che lo fanno sembrare più goffo. Spesso lo stesso personaggio può essere presentato in maniera assai diversa da due canali di diverso “colore”. Inoltre l’immagine porta tutta o molta dell’informazione di un dato messaggio nello stesso momento e può essere di per sé tutto il messaggio completo, un concetto a sé stante. Basta fare un confronto tra la foto di un volto e la sua descrizione verbale. Tutti i segnali dell’immagine viaggiano in parallelo e arrivano simultaneamente, mentre nella descrizione occorre una stringa di segni che si susseguono nel tempo per portare l’informazione di tutto il volto, con la descrizione degli occhi, della bocca, del naso e così via. Quello verbale è un segnale temporale e trasmette in serie, uno dopo l’altro, gli elementi del messaggio, mentre l’immagine è un segnale spaziale che trasmette in parallelo, cioè simultaneamente, tutte le parti del messaggio, occhi, bocca, naso. L’immagine è un messaggio compiuto che s’impone violentemente alla mente, è senza storia, le fasi della sua costruzione sono misteriose, si può accettare o rifiutare, ma non ha in sé gli elementi che portano a una sua valutazione critica. Ovviamente il messaggio per immagini è molto più veloce di quello verbale e induce la risposta comportamentale in maniera quasi riflessa. Il messaggio verbale, al contrario, deve essere ricostruito e lascia il tempo di applicare la logica razionale per verificare la correttezza e l’adeguatezza per una determinata risposta, che può essere un atto motorio o semplicemente un pensiero, un giudizio. Voglio insistere ancora una volta sul fatto che l’immagine è già conoscenza, già concetto, mentre la vera maniera, la più efficace, di sviluppare la funzione critica della corteccia cerebrale è farla lavorare per la costruzione della conoscenza, per la conquista di essa.

La vista, questo importante sensore delle immagini della televisione, anche le più banali, continua a trasmettere quando lo spettatore non si addormenta, con la stessa salienza, come si trattasse di immagini rilevanti per la vita, ed è latore per la sua natura neurobiologica di un’informazione che si impone come valida e che si deve accettare.

Comunicazione visiva e televisione

La comunicazione visiva, di per sé già così efficace, nelle trasmissioni televisive può essere resa ancora più convincente associando informazioni di vario tipo a immagini che riguardano bisogni primari della natura umana come per esempio il sesso, o il cibo. Le sensazioni primarie, cioè legate alla riproduzione o alla sopravvivenza, non incontrano ostacoli per arrivare al cervello e in molti casi esercitano il loro effetto a livello sottocorticale. Fra i trucchi mefistofelici della televisione c’è quello di associare un messaggio che si vuole far arrivare al telespettatore a un bisogno primario come quello sessuale. Un esempio paradigmatico, fra tanti, è quello della pubblicità dei prodotti cosmetici come creme o saponi. In quest’ultimo caso una procace fanciulla sotto la doccia, e quindi nuda, si passa voluttuosamente la saponetta che si vuole reclamizzare sulle sue varie rotondità, spesso con movenze da amplesso. La giovane donna percepita inevitabilmente come stimolo a valenza erotica e riproduttiva non può essere ignorata, mentre la saponetta rimane segnale associato percepito senza alcuna reazione di interesse, inserito tuttavia in un contesto biologicamente significativo e che induce il telespettatore, quando avrà bisogno di una saponetta, a ricordare proprio quella associata allo stimolo sessuale, innescando all’acquisto che inconsciamente è l’acquisto biologicamente rilevante della ragazza.

È interessante chiederci quali siano i meccanismi nervosi che ci portano a confondere saponetta e fanciulla. Essi sono quelli del cosiddetto “riflesso condizionato” studiato e descritto all’inizio del Novecento da Pavlov, che associava uno stimolo incondizionato e uno condizionato nello studio della salivazione del cane. Nel laboratorio dello scienziato di San Pietroburgo lo stimolo incondizionato era la carne che provocava inevitabilmente la salivazione del cane (nel nostro esempio, la fanciulla), mentre lo stimolo condizionato il suono del campanello (nel nostro caso, la saponetta). Dopo alcune prove il cane comincia a salivare al solo suono del campanello (e noi alla vista della saponetta). Questo ben noto comportamento rientra nei fenomeni di plasticità cerebrale che di fronte a stimoli ripetuti di carne e campanello è capace di creare una nuova via riflessa che induce salivazione in risposta allo stimolo non pertinente, cioè al suono del campanello, che di per sé non ha mai fatto salivare nessun cane. E così noi compriamo un prodotto o anche più pericolosamente un’idea, traditi dalle associazioni alla Pavlov, saliviamo per la saponetta o una nuova idea politica o una nuova guerra, mentre lo stimolo efficace, la fanciulla o altre immagini opportunamente scelte, restano confuse e nascoste nel nostro inconscio. Il cervello è fatto così e almeno in parte non siamo del tutto colpevoli di comportarci come imbecilli. Le armi della critica richiedono fatica e anche allenamento mentre l’imbecillità è a feedback positivo e tende pericolosamente ad autorinforzarsi.

Altra tecnica usata dalla televisione per rinforzare il messaggio è quella che si basa sulla sua ripetizione, ampiamente utilizzata dalla pubblicità che ci propone un numero di repliche che molte volte supera il limite della sopportabilità. È noto che la ripetizione del messaggio rinforza la funzione e la memoria del circuito nervoso che lo riceve e così il nome del prodotto da comprare s’imprime inevitabilmente nella nostra mente. La televisione diventa preparatrice del giudizio e del cosiddetto life style del pubblico.

I grandi manager delle catene alimentari dichiarano che il loro principale compito è preparare il pubblico ad accettare la pubblicità. Statisticamente l’opinione della gente cambia dopo una campagna pubblicitaria in Tv. John Lennon soleva dire che Gesù Cristo per propagare le sue idee e la sua fede usava i miracoli, noi potremmo dire che il corrispondente dei miracoli moderni è la televisione.

Una patologia da televisione

Come nel caso del cibo, un eccessivo uso della televisione può provocare effetti indesiderati. Va premesso che la televisione come strumento elettronico non ha alcuna colpa ed è certamente una delle più grandi conquiste tecnologiche del secolo scorso, solo il suo uso è in questione. La patologia da televisione è a prognosi benigna per quello che riguarda la vita, ma a prognosi infausta per quello che riguarda la funzione del cervello.

Occorre considerare due ordini di fattori: il trasmettitore d’informazione, in questo caso la televisione, e il ricevente, cioè il cervello del telespettatore con la sua attività neuronale e le condizioni necessarie per tenere quest’ultima in uno stato fisiologico. Il cervello è sempre attivo anche in condizioni di apparente riposo e in assenza di stimoli esterni; tuttavia la sua attività presenta incrementi considerevoli, anche se transitori, per gli stimoli nuovi. Si potrebbe dire che il cervello che riceve dall’esterno stimoli monotoni si annoia facilmente e ha bisogno di informazione fresca e diversa per aumentare la sua attività.

Bisogna ora valutare la qualità degli stimoli in considerazione della loro efficacia nell’incameramento di una nuova informazione, cioè per l’apprendimento. Diciamo subito che gli stimoli più efficaci per causare una variazione funzionale o morfologica dei circuiti nervosi, base dell’apprendimento, sono quelli che provocano scariche di impulsi nervosi ad alta frequenza, e la loro efficacia è tanto maggiore quanto più gli stimoli sono ripetuti nel tempo. È del resto esperienza comune che per apprendere un argomento nuovo occorre applicazione e concentrazione e spesso è necessario ritornare sull’argomento per meglio chiarirlo e conservarlo nella memoria. In laboratorio si osserva che per cambiare la funzione o la morfologia di un circuito nervoso, supponiamo della corteccia, occorrono scariche elettriche ad altissima frequenza che possono lasciare come traccia un potenziamento della trasmissione sinaptica, chiamata “potenziamento a lungo termine” e che infatti può durare ore o anche giorni. In conclusione, per cambiare il cervello occorrono stimoli efficaci e ripetuti. Cambiare transitoriamente o per lungo tempo l’attività di un circuito nervoso è la base dell’apprendimento. Un cervello senza stimoli tende a diminuire le sue risposte all’ambiente e se questa condizione si verifica in età infantile si può arrivare all’atrofia dei circuiti nervosi. L’efficacia degli stimoli dipende da molti fattori, che principalmente sono quelli che guidano l’attenzione o l’emozione.

La televisione, oltre ad essere pericolosa per il contenuto di molte delle sue trasmissioni, è soprattutto dannosa come ladra di tempo. Se passiamo molte ore davanti alla Tv, il tempo per leggere, discutere o semplicemente pensare viene a mancare e così il cervello, oltre a ricevere stimoli insignificanti, è impedito a ricevere stimoli positivi.

Queste considerazioni ci portano a parlare della televisione come generatore di stimoli. Bisogna aver chiaro che la televisione cerca di raggiungere il maggior numero di telespettatori, la più alta audience possibile, e per far questo ha una sua strategia commerciale, trattenere lo spettatore il più a lungo possibile davanti allo schermo per propinargli le ben remunerate pubblicità. Lo scopo della Tv è intrattenere e rilassare il cervello, non stimolarlo efficacemente. Ne consegue che il cervello tende al riposo e si abitua a stimoli di facile analisi e apprendimento. Quando si presenterà un evento difficile da analizzare, il cervello resterà come sorpreso dall’inconsueto lavoro e lo troverà particolarmente arduo. Tutti gli insegnanti sanno che gli studenti oggi preferiscono il video al libro, la materia descrittiva a quella intellettualmente impegnativa.

Altro fattore da considerare nel vagliare il “rimbambimento” da televisione è l’atteggiamento del telespettatore che in molti casi sembra desiderarlo attivamente. Sbracati su un divano o in poltrona, al semibuio, l’intento è quello di rilassarsi, di dimenticare la fatica e le grane del giorno, di socchiudere gli occhi ed entrare nel mondo del riposo, a meno che non si tratti di una partita di calcio, che può essere uno stimolo efficace per il cervello che guida le emozioni, ma assai meno per il cervello della ragione.

Ogni persona sta in media più di tre ore al giorno davanti alla Tv, compresi i bambini, con picchi che possono arrivare anche alle sette ore. La bulimia della televisione è tale, che nella maggior parte delle famiglie italiane [1] ci sono almeno tre televisori e che appena il 6-7% ne possiede solo uno. Le benzodiazepine sono molto diffuse per combattere l’insonnia, il Prozac per combattere gli stati depressivi e la Tv, il farmaco elettronico, per provocare il rimbambimento, uno stato di benessere basato sul fatto che il pensiero genera fatica. La combinazione di tutti questi farmaci ha notevole efficacia anche se purtroppo può indurre effetti collaterali … non del tutto indesiderati!

Da “Homo sapiens” a “Homo insipiens”?

Agli albori dell’umanità le comunicazioni tra gli esseri umani e l’ambiente sono state prevalentemente visive e poi solo recentemente, con lo sviluppo dei centri del linguaggio nel lobo sinistro del cervello, ha preso campo la comunicazione verbale e infine recentissimamente una comunicazione verbale sotto forma di scrittura. È molto probabile che questo sia stato essenziale per lo sviluppo del pensiero e del comportamento razionale umani.

La figura [v. pp. 8-9] allude efficacemente all’evoluzione verso il razionale. Indica la progressiva ascesa verso un uomo parlante e scrivente e cioè verso lo sviluppo del lobo sinistro del cervello. Poiché oggi certamente la comunicazione per immagini ha un ruolo preponderante, viene spontaneo chiedersi se questo non comporti un’inversione che implichi un ritorno alla preponderanza della comunicazione visiva. Il passaggio da Homo sapiens a Homo videns o addirittura televidens, come lo chiama Giovanni Sartori [2], è il momento importante che comporta inevitabilmente una diminuzione della lettura e sposta i processi di apprendimento da quelli attivi e faticosi della lettura/scrittura a quelli apparentemente più rapidi e facili del messaggio visivo, che è più passivo e non necessariamente implica la partecipazione attiva del soggetto. La ricezione passiva dei messaggi nasconde l’insidia dell’assenza del vaglio critico del messaggio, con il pericolo (come si vede nella figura) che la direzione del processo culturale diventi quella di una “involuzione” da Homo sapiens verso un Homo insipiens, che non ha più il gusto dell’esplorazione di se stesso e del mondo esterno, e con il pericolo di essere senza immunità anticorpale verso i messaggi falsi o manipolati.

Non è pura fantasia prevedere che in futuro il dominio delle immagini nelle comunicazioni sociali diventi di vitale importanza e causi un’ulteriore specializzazione e sviluppo della parte visiva del cervello umano che, come conseguenza, comporti una variazione del corredo genico dell’uomo. Forse paranoicamente mi sembra già di notare che l’Homo videns è un essere più adattato all’ambiente e con maggiori probabilità di successo economico e forse a lungo andare riproduttivo.

Note

[1] A. Oliviero Ferraris, TV per un figlio, Roma-Bari, Laterza 2004.

[2] G. Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero, Roma-Bari, Laterza 1999.


 

Lamberto Maffei è professore di Neurobiologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Il testo è tratto dal volume L. Maffei, La libertà di essere diversi. Natura e cultura alla prova delle neuroscienze, Bologna, il Mulino 2011.