Il cattolicesimo del XXI secolo: la politica del papa tra sacro e profano

di Carlo Pauer Modesti, Roma

Lo scenario che si va delineando, a guardar bene l’azione politica del papa polacco, non è propriamente ciò che si definisce confortante, né per il cattolicesimo né per la società civile laica e anticlericale. Il Vaticano è la forma storica di un potere assai complesso, ed è forse quanto di più perfetto in tal senso conosca l’occidente, che può funzionare elaborando e riducendo a sé le contraddizioni di cui è esso stesso motore. In questo senso ciascun’azione contingente, cioè ogni intervento atto a adeguare la dogmatica cattolica all’incedere dei tempi (ad es. il concilio Vaticano II), produrrà nel medio e lungo periodo effetti più o meno imprevisti che, data l’azione strutturale del governo pontificio in un programma d’evangelizzazione universale da realizzare in tempi metastorici, dovranno necessariamente subire correzioni e adeguamenti. Solo attraverso questa lente d’osservazione è possibile comprendere, con una certa precisione, la scena politica attuale in relazione alla diplomazia ecclesiastica e alle connessioni della teologia contemporanea con la società postindustriale e globale. Ecco dunque che il pontificato wojtylano, giunto al ventiduesimo anno, si connota con una discreta precisione come un processo teso da un lato a contenere le tensioni centrifughe prodotte dai cambiamenti epocali degli anni ’60 e ’70 (si pensi alla libertà sessuale, alle conquiste del femminismo, alle vittorie dei sindacati laici e, per l’Italia, alla ferita quasi mortale, e mai rimarginata, inferta con l’introduzione del divorzio e dell’aborto) e dall’altro a ripristinare e rilanciare la centralità del governo di Roma con i suoi dogmatismi e con le sue mire teocratiche, anche al prezzo di un’apparente confusione nelle scelte attuate in campo teologico e politico.

Nel primo periodo della sua elezione al soglio pontificio (1978-1985) Giovanni Paolo II si muove principalmente con l’obbiettivo di ricomporre le lacerazioni generate dalla cauta autonomia episcopale, figlia (illegittima?) della politica postconciliare nonché annoso problema del cattolicesimo storico. Nella fase successiva (scandita dalle vicende di Solidarnosc e dal collasso del «socialismo reale») anche a partire da una lettura alternativa dello stesso Vaticano II, il papa si propone, con «lungimiranza» tipicamente cristiana, di aprire il discorso della cattolicità nel mondo (ma soprattutto in Italia, baluardo difensivo che deve diventare inespugnabile) alla luce dell’imminente ingresso nel III millennio. Una scadenza fortemente simbolica per chi si fregia del titolo di «vicario di Cristo», il Cristo da cui prende il nome l’arbitraria e convenzionale scansione del Tempo universalmente accettata.

Pilastro di questa mirabile e seducente strategia è certamente l’incessante (e assai sospetta) «richiesta di perdono» proposta/(imposta) dal santo padre durante gli innumerevoli viaggi pastorali, consolidata proprio in occasione del Giubileo 2000 attraverso la pubblicazione del documento «Memoria e riconciliazione: la chiesa e le colpe del passato» [1]. In particolare l’oggetto di tale «riconciliazione» è costituito, oltre che dalle vittime dei crimini cristiani estranee al cristianesimo (nativi del «nuovo mondo», schiavi, «streghe», seguaci dell’Islam, liberi pensatori, atei, ecc.), principalmente dai «fratelli» delle chiese riformate e della chiesa ortodossa oltreché dagli ebrei, promossi dal rango di «deicidi» a quello falsamente accomodante di «fratelli maggiori». L’ambito di tale operazione è l’ecumenismo, diretto anche alle religioni non cristiane, ma orientato principalmente al dialogo e alla pacificazione con le cosiddette chiese sorelle. Si tratta, com’è ormai evidente nel pontificato di Wojtyla tutto teso alla dimensione di una propaganda spettacolare e circoscritto all’autopromozione, di una sorta di lifting, in modo particolare se si tiene conto delle insormontabili questioni non risolte (ad es. il sacerdozio femminile, il primato petrino e l’indulgenza giubilare), ma piuttosto riaffermate con inusitata aggressività attraverso il documento Dominus Jesus [2] (stilato dal Torquemada del 2000: Josef Ratzinger). Questa «pastorale» non offre margine alcuno per un ecumenismo in accordo con l’etimologia della parola che lo vorrebbe configurare, piuttosto sconfessa il progetto ecumenico consegnando alla storia un termine desemantizzato utile alla propaganda, ma assolutamente innocuo sul piano pratico. Ci troviamo davanti all’evidente terrore di perdere l’identità cattolica e, com’è proprio dei momenti di crisi, si innalzano bastioni difensivi i quali, per la dogmatica cattolico-romana, si configurano nel rilancio di quell’extra ecclesiam nulla salus della teologia post-tridentina più violenta, denunciando senza tema di smentita il programma del pontificato di Giovanni Paolo II, rivolto a sancire un rinnovato impegno di Roma verso gli indirizzi proposti dal governo di Gregorio VII e dalla teologia della «controriforma», a scapito delle ambigue linee di sviluppo pseudoprogressista tratteggiate dal concilio aperto da papa Roncalli nel 1963.

In questo senso va letto il programma politico del Vaticano in ambito italiano. La scelta politica del 13 maggio, seppure operata nelle forme consuete: linguaggio sibillino e forti ambiguità di fondo, è stata piuttosto esplicita. Nonostante le invereconde genuflessioni di Rutelli e di tutti gli stati maggiori del centrosinistra, prima di una Caporetto annunciata, la curia romana ha scelto con evidente lucidità quale espressione del potere appoggiare. Se è vero che il voto cattolico non è più organizzato nelle forme conosciute dall’Italia democristiana, e perciò risulta «spaccato» in due (basti pensare al caso G8 di Genova e alla recente posizione sull’intervento in guerra), resta il vantaggio politico che offre (ai nuovi democristiani postfascisti) una chiesa tacita e tacitata per cinque anni: un avallo morale di un certo peso, almeno per quel 20% di cittadini che formalmente è più interno al cattolicesimo in termini d’ortodossia e ortoprassi.

Si tratta dell’aspetto più pericoloso e violento della chiesa: il cattolicesimo antimoderno di Pio IX, ripulito dei suoi aspetti ottocenteschi e adeguato allo scenario attuale (non a caso si è affiancata alla sua beatificazione quella di Giovanni XXIII, con magistrale tocco spettacolare, gettando fumo negli occhi grazie alla falsa immagine popolare di papa Roncalli: il papa buono …). Una precisa e machiavellica scelta politica che sta già dando i suoi frutti avvelenati. Primo fra tutti l’impegno scientifico nella demolizione della scuola e della sanità pubbliche. Si tratta di conquiste fondamentali della civiltà laica perché, soprattutto, sottraevano al controllo plurisecolare del clero, l’individuo nei suoi momenti di maggiore debolezza: nell’età dell’incoscienza infantile e, nei pressi della morte, nella malattia e nel dolore. Lo smantellamento del welfare state è fondamentale perché consente un doppio livello d’intervento allorquando la privatizzazione, centrata sulla perversa e falsa idea che il libero mercato garantisca benessere per tutti (sia detto per chi nutre simpatie per l’attuale regime), produce piuttosto vuoti colossali (il conservatorismo compassionevole di Bush in un paese, gli USA, con 9.000.000 di homeless) che possono essere occupati dalla smisurata rete assistenziale cattolica, procurando un contatto sia con il soggetto da conquistare alla fede (il bimbo) sia con quello da riavvicinare (il malato, il morente) e, allo stesso tempo una cospicua fonte di lucro (buoni scuola e buoni sanità versati nelle casse vaticane e finanziati con soldi pubblici). Come si vede il piano è diabolicamente perfetto e non potrebbe essere altrimenti da parte di chi il diavolo lo conosce fin troppo bene…!

Il progetto di «colpire il cuore dello Stato», tentato senza successo da altri vent’anni or sono, è una delle linee fondamentali del pontificato wojtylano (fallito come si è visto, nella Polonia di Walesa), esso prevede la realizzazione, a (ri)cominciare dall’Italia, delle tesi programmatiche esposte a partire dall’enciclica Rerum novarum [3] fino a giungere alla Fides et ratio. Alleggerire l’azione statale per occupare ogni spazio, lasciato libero dall’intervento pubblico, con le forze armate pronte da tempo e da tempo in forte avanzata: le brigate nere «Don Giussani» (comandate dal colonnello Formigoni) e le Panzer divisionen «Opus Dei» (guidate dal console Navarro). Le prime schierate sul fronte italiano, le seconde anche sul fronte internazionale.

Da un punto di vista socioculturale ed economico, il mondo attuale è oggetto, come sempre nei momenti di transizione, d’aspri dibattiti che vedono coinvolti scienziati e intellettuali esponenti delle più diverse scuole di pensiero e rappresentanti delle molte discipline prodotte dalla complessità e dalla conseguente specializzazione. Non è perciò possibile rendere conto di una questione di così vasta portata, ma va detto che il modello di sviluppo connesso al sistema capitalista, sembra essere il figlio migliore del cristianesimo e il suo attuale successo paventa all’orizzonte un inevitabile «parricidio». Consapevole di ciò la chiesa di Roma è da tempo corsa ai ripari.

In alternativa alla prospettiva del consumo come stile di vita, nel bene e nel male l’etica socialcomunista aveva fornito una valida struttura culturale cui rivolgersi per pensare un mondo diverso, integrando e sovrapponendosi lentamente alla morale cristiano-cattolica. La crisi sopraggiunta dopo l’89 ha aperto varchi insperati all’azione clericale, da tempo profondamente in crisi sotto tutti i punti di vista. Dunque l’impegno del papa a gestire la macchina spettacolare per rilanciare, con una propaganda faraonica (giubileo, viaggi, beatificazioni e quant’altro), l’immagine della chiesa, va inscritto in questo scenario di crisi per una civiltà postindustriale che non sembra trovare al suo interno proposte meno effimere del consumo per il consumo e che considera le chiese, dopo 500 anni ormai definitivamente e irreversibilmente, come instrumentum regni.

Il vescovo di Roma ha deciso quindi di indossare i panni della pop star per diventare PopeStar. Uno sguardo in tal senso dell’attuale pontificato ci restituisce un uomo, l’ex attore di teatro Karol Wojtyla, impegnato in quello che potremmo definire «Mystical Magical World Tour». Più che sulla via di Damasco, Giovanni Paolo II sembra essere stato «folgorato» dal cinema: chi non ricorda l’immagine finale di Jesus Christ Superstar? Che lezione indimenticabile deve essere stata la visione del film di Norman Jewison per il vescovo di Cracovia! Immense folle osannanti, stadi stracolmi, milioni di pellegrini come neanche nel XIII secolo, riflettori puntati e dirette televisive, potenti provenienti da ogni angolo del pianeta chini a baciare l’anello del pontefice più acclamato della storia…

Ma, a ben guardare, non pare che a tanto successo di pubblico corrisponda un mutamento reale delle coscienze, in special modo di quelle «che contano». I proclami contro la pena di morte, per l’abolizione del debito dei paesi «poveri», per la pace e il rispetto tra i popoli, non trovano seguito alcuno e, dopo ogni tappa del tour, quantomeno tutto resta come prima. Più che la canzone, come dicono le «vipere» della curia romana, il pubblico si ammassa per incontrare il cantante…

Si tratta di un problema che qui è possibile solo accennare. Il fatto che l’azione del pontefice, nel caso emblematico del cattolicesimo, risulti alla fine improduttiva deve essere spiegato alla luce della trasformazione del mondo contemporaneo (indicata troppo genericamente come «globalizzazione»). Se da una parte si assiste ad un’inarrestabile occidentalizzazione materiale del mondo (espansione del capitalismo principalmente attraverso la tecnica), in una dimensione detta appunto globale, dall’altra è evidente un processo di localizzazione dell’evento al quale corrisponde una soggettivizzazione e individualizzazione della sfera immateriale, quindi anche del «sacro» (nel qual caso parliamo di «personalizzazione»). Ciò vuol dire che ad una conquista del mondo da parte delle merci, non corrisponde una conquista, da parte della morale cattolica, del consumatore di quelle merci, tale morale vorrebbe essere, infatti, «universale» e non locale o, peggio ancora, personale. Il consumatore vuole essere «libero» di consumare e di «credere» nel consumo poiché la merce stessa gli offre la componente immateriale che lo soddisfa e lo abitua a desiderare secondo quelle modalità, appunto di «personalizzazione» del prodotto, d’individualizzazione della sua soggettività sociale. Assuefatto all’abito su misura, all’auto su misura, al partito su misura, alla libertà su misura … il soggetto è pronto per la religione su misura … prêt à porter. È l’illusione dell’identità nella massa, la forza dell’attuale modello di sviluppo e della cultura da esso veicolata. La distanza dall’idea cattolica di religione appare evidente e incolmabile. Il comportamento dei vertici cattolici in ambito politico (durante le consultazioni elettorali) è altrettanto conseguente: una strategia difensiva attuata mediante un attacco sfrontato e forse suicida. Non è estraneo ad un contesto del genere il discorso proposto ad esempio da Prini nel saggio Lo scisma sommerso [4], dove s’indica la distanza profonda (e incolmabile, aggiungiamo noi) tra il cattolico e il cattolicesimo oggi.

La sfida sul terreno dello spettacolo è dunque rischiosa e, a quanto sembra, perdente. Il cattolicesimo che si vende come merce, attraverso il gigantesco spot allestito dall’azienda di riferimento (Vaticano s.r.l.) e interpretato da un testimonial d’eccezione (il papa), ha il difetto di contenere un retrovirus dannoso: il consumatore si accorge che è merce stantia. La velocità con cui le merci cambiano, si adeguano, si riproducono a partire dalle esigenze più diverse e la velocità acquisita dal consumatore stesso nel «desiderare» continuamente nuove merci sempre più estetizzanti e seducenti, contrasta irrimediabilmente con l’impaludante visione del mondo contenuta nel nucleo centrale, irrinunciabile, della merce «cattolicesimo romano». L’elemento metafisico trascendente si riaffaccia seppur ammantato d’immanenza, ma la mondanità del mercato in cui viene proposto lo neutralizza con la sua potenza di metafisica immanente: la tecnica ha davvero ucciso dio! Distruggerà anche l’uomo?

Occorre attrezzarsi perché, come si è detto all’inizio, la battaglia per la libertà è solo all’avvio e se il cattolicesimo (e la religione in generale) non sembra trovarsi davanti l’orizzonte trionfante che vorrebbe, il laicismo, il pensiero libertario e la ragione tardoilluminista versano anch’essi in gravi difficoltà se lasciati all’improvvisazione e non sostenuti dalla conoscenza, vero baluardo d’ogni processo di liberazione.

(Rielaborazione della Relazione del 17 novembre 2001 tenuta dall’autore al 4° Congresso Nazionale dell’UAAR, Firenze, Palazzo dei Congressi).

Note

  • Per una più diffusa trattazione mi permetto di rinviare alla mia prefazione al secondo volume della Storia criminale del cristianesimo di Karl-Heinz Deschner, Ariele, Milano 2001.

  • Riporto un passaggio estremamente chiarificatore per il nostro discorso (par. 17): «Esiste quindi un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui. Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa Cattolica, restano unite ad essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida Eucaristia, sono vere Chiese particolari. Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del Primato che, secondo il volere di Dio, il Vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa» [Il documento nella sua interezza è consultabile su Internet al sito www.vatican.va].

  • Ricordiamo, a titolo informativo, che un programma identico in linea di principio fu attuato durante il regime fascista in Portogallo (1926-1974) ed in particolare con la dittatura di Salazar (1936-1970).

  • Pietro Prini. Lo scisma sommerso. Il messaggio cristiano, la società moderna e la Chiesa cattolica. Milano, 1999.