Storia criminale del Cristianesimo

di Luciano Franceschetti, Padova
Dopo Il gallo cantò ancora e La croce della chiesa, esce ora in italiano il primo volume della grandiosa Storia del cristianesimo, tracciata in 10 volumi dal grande storico e critico tedesco.

«Storia criminale» o «storia dei crimini» del cristianesimo? Lessicale la sottigliezza, identica la sostanza. Certo, fa pensare quasi ad un giallo, quel perentorio aggettivo nel titolo italiano di questa monumentale Kriminalgeschichte, se non fosse che qui si sa perfettamente, fin dall’inizio della trama, chi sono assassini e mandanti. In realtà, non è con la data convenzionale della nascita di Gesù (incerta d’altronde come tutto quanto lo riguarda), e non è neppure con la sua morte, che la neonata setta orientale intraprende la sua trionfale, quasi bimillenaria carriera per delinquere. Come tale, nella realtà, la «creatura» paolina si farà notare solo più tardi. Intanto, movendo i primi passi, tradisce subito la sua perversa «vocazione» nella psicopatia del convertito Paolo, fino a palesare il suo ruolo di killer politico tre secoli dopo, con Costantino e Teodosio, quando l’organizzazione vincente si fa piovra e Stato, fagocitando gli estremi brandelli dell’Impero romano.

 

In verità, solo vetusti e tenaci stereotipi scolastici impediscono a noi, in questa fine secolo XX, di percepire rettamente — nei suoi caratteri di mafia ante litteram — questa schiacciante protagonista della storia dell’Occidente: l’ideologia cristiano-paolina, che lascia intuire fin dagli esordi la sua misantropica essenza. Questa compulsione criminogena, immanente nei suoi cromosomi, emerge infatti con contorni sempre più netti durante quei secoli che il Tomo Primo dell’opera di Deschner definisce «l’età arcaica» della nascente religione: come recita il sottotitolo, dalle origini nell’Antico Testamento fino alla morte di Agostino (430).

 

Prima di affrontare una lettura così impegnativa, mette conto di riflettere sull’ampia Introduzione generale (pp. 25-70) in cui Deschner analizza e discute «i temi, i metodi, la questione dell’obiettività ed i problemi generali attinenti ogni ricerca storiografica». Una tematica, questa, che appassiona da sempre i cultori di teoria della Storiografia; ma anche il lettore consapevole (e di lungo corso) non può non meditare sui capisaldi metodologici a fondamento di una Storia di così vasto respiro, che si snoda per 10 volumi, di cui esce ora in Germania il settimo. In questo prologo programmatico — quasi ad esorcizzare la marea di opere apologetiche, agiografiche e celebrative di ogni tempo, lingua e Paese, di stampo non solo ecclesiastico — l’autore rivendica il diritto, suo proprio e insieme di ogni storico indipendente, alla vituperata ma sofferta soggettività nell’interpretazione storica, difende l’atteggiamento dichiaratamente fazioso e «partigiano» di una necessaria stacciatura di giudizi più o meno convenzionali e ufficiali, legittimando il dovere di formulare giudizi di valore che lo storico non può e non deve camuffare, utilizzando le più disparate e scaltrite discipline ausiliarie. L’obiettivo della ricerca è di abbattere tutte le falsificazioni (non solo la famigerata falsa donazione di Costantino), svelando le menzogne ufficializzate nella tradizione e da sempre giustificate grazie al pretestuoso «spirito dell’epoca». Circolano troppi stereotipi pseudoculturali, si perpetuano inveterati e vacui «medaglioni» scolastici (si pensi, per esempio, all’infantile glorificazione di Carlo Magno, considerato ancora un eroe per le scuole) assolutamente inaccettabili per la scienza e la coscienza del nostro tempo.

 

E tutto, quando si parla di monoteismi, incomincia con l’Antico Testamento. Lo scenario è quello del vicino Oriente, con un pugno di nomadi tribù giudaiche. Le cui peregrinazioni, col miraggio della «terra promessa», ci sono narrate da superstiziosi veggenti (profeti) nelle loro farneticazioni, dominate dal «furore del Signore», alias Elohim/Yahweh/Jehowa: una sequela di eventi grondanti di «guerre sante», di profezie di vendette e stermini, scanditi da tribali, barbariche scelleratezze. A seguire, ecco la «buona novella», sedicente rivoluzionaria, del Testamento detto Nuovo, districato dalla giungla di innumerevoli vangeli apocrifi da quattro evangelisti. Ma si sa: quanto è convenzionale la nascita del Messia ebraico, tanto eterogenee ed ambigue sono le radici del messianismo biblico. Fra tante affabulazioni, di credibile e verosimile ci sono soltanto le testimonianze d’incessanti rappresaglie scatenate in nome del «buon Dio», di guerre per il «denaro sacro»; ed inoltre l’antisemitismo viscerale dei primi santoni e teologi, la demonizzazione di «infedeli» ad opera di ortodossi e, ancora, la diffamazione delle donne, della cultura e della religione pagana, retoriche apoteosi di pace, amore e «sangue di martiri», persecuzioni di «infedeli»: infamie e veleni di ordinaria somministrazione. Angosciati e increduli, leggiamo fatti inauditi di pervertimenti morali e sociali, tutti puntualmente documentati (peccato solo che le fonti il lettore se le debba cercare in fondo ai capitoli, anziché a piè di pagina).

 

Con Costantino, primo imperatore cristiano, si aprono dunque 17 secoli di storia di una Chiesa sposata, davvero indissolubilmente, al potere temporale in tutte le sue forme. Dall’Armenia del III secolo, primo Stato cristiano del mondo, si susseguono guerre su guerre «nel nome di Cristo». I figli di Costantino ed i loro successori guidano interminabili conflitti armati tra i pii cristiani — ecco qui i racconti cristiani dell’orrore — su cui i nostri manuali di storia sorvolano volentieri, per magnificare i trionfi della pax christiana. Lo snodo fatale è il Concilio di Nicea, con la dogmatizzazione del Credo costantiniano; l’anno del destino il 325. Da un lato massacri e conversioni forzate, dall’altro sinodi e diatribe teologiche che li alimentano senza tregua, culminando nelle figure dei dottori della chiesa, Attanasio, Ambrogio e Agostino. Alla vita, al pensiero e all’azione di questi tre sommi «maestri» della cattolicità (santi per antonomasia) Deschner dedica giustamente i tre capitoli conclusivi di questa prima tappa della Storia. Che si chiude con la morte del sant’Agostino (430), autorevole maestro della legittimazione teorico-teologica della «guerra giusta» e «santa» dei veri cristiani, fondatore (e ispiratore tre secoli prima di quello maomettano) del militarismo religioso. Resta così consacrato per l’avvenire il cinico ribaltamento del pacifismo gesuano nel più spaventoso grido di guerra che abbia percorso la storia delle religioni.

 

E allora? Che c’è di nuovo? Non è risaputo tutto ciò? Beniamino Placido, recensendo con spirito salomonico questa Storia su Repubblica (12 novembre 2000, p. 42), sotto il titolo «Cristianesimo quanto sei crudele», consiglia di cominciarne la lettura dall’ultimo capitolo su Agostino, rammentando quindi un pensiero di Gaetano Salvemini, sintetizzato nel suo scherzoso «sapevamcelo». Ebbene sì, le sapevamo noi laici, queste terribili verità, ma è assai dubbio che le sappiano le masse, specie dei fedeli, i quali non le hanno apprese neppure in occasione dei massmediali mea culpa inscenati dal papa per l’autocelebrazione giubilare. E quindi no, non lo sapevamo! Non in queste paurose dimensioni. Non sulla base di documentazioni così puntuali e rigorose.

 

Per saperlo davvero, bisognerebbe aver letto almeno la prima ricerca fondamentale di Deschner (1962) — Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa — la prima sua opera uscita in italiano nel 1998 dall’editore Massari, a cura di Costante Mulas (recensita su L’Ateo 1/1999, p. 12), seguita nel 2000 da La croce della Chiesa, ancora da Massari.

 

Ricordate le annose polemiche dei supponenti storiografi accademici sulla controstoria narrata da Montanelli, o «alla Montanelli»? Checché se ne pensi, si tratta di rappresentazioni spregiudicate e vive, non fossilizzate in stereotipi, non soffocate nell’erudizione né immiserite nei falsi. Intendiamoci: nulla a che vedere con le mode effimere del revisionismo e/o negazionismo delle ideologie, succedute alla caduta dei muri. Ora, senza cadere in anacronismi e conformismi, un sentimento analogo, un piacere simile ci accompagna in questa formidabile «rivisitazione» della storia dell’Occidente «cristiano». Che non è rilettura, né reinterpretazione, ma ristabilimento della verità.

 

Scrive Carlo Pauer nella prefazione all’edizione italiana da lui curata: «La religione cristiana sembra essere ben lontana dall’originaria dichiarazione d’amore e di fratellanza dei suoi fondatori. Ma chi furono costoro? Cosa dissero e scrissero? Fu l’amore, davvero al centro del cristianesimo?». E, a proposito di altri cristianesimi reali, risponde Deschner stesso, intervistato da Pauer: «Non mi stancherò mai di ripetere che non sono solo un avversario del cattolicesimo, ma della religione cristiana nel suo insieme» (p. 19). A viso aperto, finalmente!

 

Sì, è il momento di «ripassare» la storia, con consapevolezza. Fuori però, questa volta, dalle melensaggini propinate nelle scuole d’ogni ordine e grado; senza camuffamenti e senza eufemismi! Vedrete di rado in libreria, in biblioteca, in edicola, nei media, una «botte» che, come questa, dichiari la qualità del suo vino. Certo, con le gesta «gloriose» dei santi Costantino e Agostino, siamo appena agli inizi del micidiale imperialismo cristiano, foriero di perenni inarrestabili metastasi. Sulla carne viva di popoli succubi, di un’umanità misera e dolente, vedi montare inarrestabile quella fiumana di sangue — lunga ben 17 secoli — che Deschner ci mostra qui nelle sue scaturigini.

 

Iniziava così la tragica, verace «via crucis» per i popoli dell’Occidente, evangelizzati d’ora innanzi col ferro e col fuoco. Perché, malgrado il suo turpe retaggio di perversità, l’impostura cristiana non cessa di insidiare le coscienze, per mezzo delle sue missioni, utilizzando oggi le più sottili armi tecnologiche. A sentire i missionari, bramosi di (ri)cristianizzare il mondo, il peso della croce è la nuova frontiera della liberazione. Che sia l’ennesima frode (mediatica per giunta) ce lo fa bene comprendere Deschner, uno che cerca la verità per strade impervie della storia occidentale. Sembra quasi una discesa «agl’Inferi», giù verso gli abissi dell’abiezione, quella che inizia col «Tomo I»; di questa animosa ricerca. Altro che storie teologiche di «salvezza»! Per illuminarci, la Storia ci risucchia dentro questo orrendo «buco nero». L’augurio, per gli anni venturi, è che i lettori non si perdano d’animo. E che giungano insieme alla mèta che l’autore stesso, ormai in età avanzata, ha perseguito per tutta la sua vita di ricercatore appassionato.

Titolo originale: Kriminalgeschichte des Christentums, 1. Band. Die Frühzeit, Rowohlt, Hamburg 1986.

Tomo I L’età arcaica: Dalle origini nell’Antico Testamento fino alla morte di Agostino (430).
A cura di Carlo Pauer Modesti, traduzione di Cristina Colotto.
Ariele, Milano 2000, 479 pp.