Le nuove famiglie televisive

di Francesco D’Alpa

 

Secondo un’indagine ISTAT pubblicata nel 2012, il 77% degli italiani intervistati si è dichiarato eterosessuale, il 2,4% omosessuale o bisessuale, lo 0,1% transessuale; il 15,5% non ha risposto al quesito, ed il 5% ha scelto l’opzione “altro” senza specificare altrimenti.

In pratica oltre un milione di italiani si sono dichiarati omosessuali o bisessuali; ma il numero dovrebbe essere certamente maggiore, considerando le inevitabili reticenze. Gli omosessuali sarebbero maggiormente rappresentati fra gli uomini, fra i giovani ed al nord. Secondo un’ulteriore stima (che prende in considerazione l’attrazione sessuale, l’innamoramento o l’aver avuto rapporti sessuali con persone dello stesso sesso), la percentuale di popolazione LGBT assommerebbe a circa 3 milioni di individui (pari al 6,7% della popolazione).

Aggiungiamo ora a questi dati quelli sempre di fonte ISTAT sulle famiglie. Nel 2009 quasi 12 milioni di italiani (il 20% della popolazione) erano single o monogenitori non vedovi, oppure appartenenti a famiglie non coniugate o ricostituite coniugate; e quasi 6 milioni di persone avevano sperimentato la convivenza, prima del matrimonio o in alternativa ad esso.

Si può dunque ancora parlare, stando ai numeri, di “famiglia tradizionale”? E si può affermare, per entrare in argomento, che la TV spinga l’audience ad una concezione della famiglia fortemente ideologizzata verso forme non tradizionali, ovvero “innaturali”? Secondo la maggior parte dei commentatori, l’attuale TV non impone alcun modello di famiglia nei suoi programmi, che semplicemente riflettono il mondo attuale, con le sue autonome dinamiche.

Certo si può obiettare che in TV le situazioni estreme vengono particolarmente sottolineate, a motivo dell’audience. Ma la cosiddetta famiglia tradizionale è quasi solo un prodotto della filmografia meno recente, pressoché in estinzione nella programmazione cinematografica, a causa della sua inattualità. E come puntualmente suggerisce “Wired”, delle famiglie con impianto tradizionale resta al più solo una traccia, come nei disfunzionali “Simpson” e “Griffin”.

In un paese clericalizzato come l’Italia, ultimo fra i sei paesi fondatori dell’Unione Europea a istituire le unioni civili, è ancora fonte di accese polemiche il semplice raccontare storie di coppie omosessuali (uomini o donne) che adottano un bambino. Ma chi grida allo scandalo? Non certo gli utenti del canale MTV, che da sempre prospetta tematiche assolutamente antitradizionali, come nella serie “Modern Family”. E non fanno scandalo, se non nei giornali cattolici, le famiglie di “Beverly Hills 90210”, o quelle di “Dawson’s Creek”, o di “Cougar Town”, in quanto evidentemente raccontano storie verosimili, che trovano un’audience informata e ricettiva.

Se nelle reti commerciali il divario fra l’Italia ed il resto dell’Occidente va notevolmente assottigliandosi, per quanto riguarda la RAI (in particolare la prima rete) è comunque ancora notte fonda: le uniche famiglie non tradizionali ammesse benevolmente nella programmazione (“per famiglie”) di prima serata sono quasi esclusivamente quelle “allargate”, alla “Cesaroni” o “Un medico in famiglia”, specchio di un mondo reale nel quale la semplice convivenza ha sempre maggiori consensi e quasi la metà dei matrimoni esita in separazione o divorzio (personaggio centrale della serie è — nomen omen — il carismatico nonno “Libero”).

Guai ad andare oltre. Come caso eclatante di censura viene sempre ricordata la mancata trasmissione nel 2011 di una puntata della serie televisiva tedesca “Un ciclone in convento”, nella quale un matrimonio fra uomini veniva celebrato giusto in chiesa. Ma oggi più che mai le proteste non si contano: ultime della serie quelle dei primi di febbraio 2017. L’imputato di turno è la serie “I bastardi di Pizzofalcone”, colpevole di avere mostrato una scena omosex fra donne, che ha fatto scrivere ad una irritata lettrice di “Avvenire”: «È troppo se chiediamo alla Rai di Campo dell’Orto di tenere la propaganda della sessualità libera, sia essa etero o omo, fuori dalla prima serata? È proprio necessario che in qualsiasi trasmissione, sia un talk show, un festival canoro, una produzione di Rai Fiction quale che ne sia il genere, commedia o poliziesco, debba contenere scene esplicite di sesso omosessuale?». La «gratuita, non giustificata cioè dall’intreccio narrativo, scena di sesso tra due donne» avrebbe scandalizzato la figlia di questa fervente cattolica, forse né più né meno di ciò che qualche anno fa scandalizzò i lettori di “Famiglia cristiana”: un gluteo appena intravisto nella foto pubblicitaria di una doccia (di passaggio vorrei sottolineare come la nudità, perfino la più casta, si sia totalmente estinta in RAI, dopo le caute concessioni degli anni ‘70-‘80; ma questa è un’altra storia).

Il paradosso di quest’ultima lamentela è l’annuncio da parte di Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare, di un’interrogazione in Commissione di Vigilanza Rai, centrata sull’assunto che la Rai «ha una sua immagine e una sua tradizione, a torto o a ragione è ancora considerata una rete per famiglie». A ruota, Bruno Mancuso. vicepresidente del gruppo Ap al Senato, ha affermato: «Condivido l’allarme di deriva ideologica lanciato oggi da Avvenire riguardo la fiction “I bastardi di Pizzofalcone” […]. Il rischio è non soltanto di banalizzare un fenomeno sociale, ma di renderlo quasi un costume di massa […] è una forzatura che proprio la Rai, TV pubblica, non può e non deve operare». Ben detto, onorevoli; proprio in base a quanto affermate la RAI ha l’assoluto diritto (a prescindere dai meriti stilistici) di proporre storie ispirate alla vita reale (che include rapporti omosessuali non censurabili in linea di principio), storie per nulla ideologiche. D’altra parte è proprio l’ideologia censoria ad essere incoerente. Sono già lettera morta le parole della Enciclica “Amoris Laetitia”, secondo la quale ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione? Appena il giorno precedente la lettera sopra citata, lo stesso “Avvenire” ne citava una di Monsignor Nosiglia, Vescovo di Torino, recante alcune precisazioni in materia di matrimonio: «Nel nostro tempo la Chiesa sta compiendo grandi sforzi per individuare e perseguire cammini di ascolto, accoglienza, discernimento e accompagnamento spirituale con le persone omosessuali che desiderano approfondire la loro situazione alla luce della fede. È tuttavia doveroso che l’incontro si svolga nella verità del confronto con la Parola di Dio e con il Magistero della Chiesa, come hanno ribadito il recente Sinodo dei Vescovi e la Lettera apostolica Amoris Laetitia, sottolineando che non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie neppure remote tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia composta da un uomo e una donna e dai loro figli». Un colpo al cerchio ed uno alla botte, possiamo ben commentare; che ricorda le politiche segregatrici dell’istituzione manicomiale: riconosco la tua dolorosa umanità, ma la nascondo alla vista altrui.

Il peggio dell’ostracismo viene non a caso da fonti come l’UCCR: «È indubbio come sia in corso, ormai da anni, un tentativo su più versanti — accademico, mediatico e politico — di presentare le coppie composte da persone dello stesso sesso come modello di “nuova famiglia”». Si noti la malizia: le famiglie omogenitoriali non sono in realtà, secondo logiche ampiamente condivise, “il modello” della nuova famiglia, ma solo “una delle tipologie” di famiglia che vengono prospettate, e neanche la più ostentata.

Ma cosa dovrebbero nascondere le TV? I separati, conviventi, divorziati e divorziati risposati? O solo ciò che di “sessuale” comportano queste unioni? Questo è certamente un forte discrimine e la mia impressione personale è che si preferisca combattere su di un fronte più soft, per eludere ciò che risulta hard: il sesso non procreativo, da sempre osteggiato e precluso alla buona “famiglia cattolica tradizionale”.

Eppure anche in RAI talora qualcosa si muove. Ma il nuovo è solitamente confinato in orari “per adulti” (tipo le 23,30) e sul canale meno seguito (Rai3): “Tatami” condotto dalla brava e disinvolta Camila Raznovich, ha dato ampio spazio ai giovani ed ai temi più scottanti ed attuali, senza pregiudizi, rispettando al massimo il pluralismo, senza limitarsi a sbirciare la sessualità dal buco della serratura.

Ma torniamo alle serie TV delle televisioni commerciali. Qui impazzano le famiglie gay e lesbo di “Will & Grace”, “Queer As Folk” e “The L-Word”, la mista e multietnica famiglia di “The Foster”, ma anche quella poligamica di “Big Love”; e la sitcom “Modern Family” sdogana tutte le libertà in tema di legami familiari, a dimostrazione della tesi che oramai il concetto di normalità è fluido quanto quello di identità.

Che questo mondo rappresentato in TV abbia le caratteristiche dell’indottrinamento in salsa gender piuttosto che rispecchiare il mondo reale, viene smentito dai numeri: l’omosessualità è sempre esistita ed è assai più diffusa di quanto venga percepita; la famiglia “tradizionale” (al modo strettamente cattolico) è solo una parte dell’ampio ventaglio antropologico; negli Stati Uniti tra le 20mila e 40mila persone (proprio i religiosissimi mormoni) praticano la poligamia.

Dunque, l’idea che i programmi televisivi ideologizzino quanto sembrerebbe “antitradizionale” o anche “innaturale”, è male fondata. Al contrario, la TV ha sempre più un ruolo narrativo, ispirato alle famiglie ed alle situazioni affettive reali e, correttamente, ne mette in evidenza le problematiche e conflittualità, nelle quali certamente si riconosce gran parte degli spettatori.

Non a caso, sempre la RAI azzarda perfino un programma come “Questioni di famiglia”, che ben lungi dallo stereotipo della felice famiglia allargata, si occupa dei problemi economici di quelle monoparentali o omogenitoriali.

Nel febbraio 2016, in occasione della discussione sul ddl Cirinnà, le TV hanno proposto vari programmi sulle “nuove famiglie”, cosa peraltro abbastanza logica trattandosi di attualità sociale e politica. Le testate cattoliche hanno protestato violentemente. Un esempio fra tutti; sul sito notiziecristiane.com è apparso il seguente proclama: «Ecco la settimana di bombardamento omosessuale su tutti i canali […] Nonostante i mass media siano da sempre molto schierati, un simile bombardamento omosessuale non si era mai visto prima. E ancora qualcuno crede che l’Italia sia un paese “omofobo”…». Almeno per una parte di italiani (quella che si ritiene detentrice dei “valori”), direi proprio che lo è; lo dimostra giusto questo articolo.

Fra le argomentazioni addotte contro il “nuovo” che avanza, leggiamo che il “numero uno dei pediatri” italiani, ovvero il presidente della “Società italiana di pediatria”, Giovanni Corsello ha dichiarato: «Non si può escludere che convivere con due genitori dello stesso sesso abbia ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale nell’età evolutiva […] la discussione dovrebbe comprendere anche i profili clinici e psicologici del bambino e dell’adolescente», il che rappresenterebbe un «interesse superiore» rispetto a quello «della coppia». Ma i proclami si sono spinti ben oltre: «È incredibile come tutte le trasmissioni, tutte le sere, in questa settimana dopo il Family Day si siano scatenate per indurci a pensare che tutto questo sia il futuro, il progresso. Non siamo esagerati nell’affermare che questa propaganda è simile all’opera di persuasione delle masse di Goebbels. Questi sono reality trasmessi in canali seguitissimi dai nostri ragazzi».

Dunque necessita, come scrive l’articolista, un «argine al regime»? Tranquilli! Nel mondo scientifico, se guardiamo oltre frontiera, la si pensa ben diversamente. Secondo l’Istituto Superiore della Sanità nel 2014 in Italia erano circa 100.000 i figli cresciuti in famiglie omoparentali, spesso nati da precedenti relazioni eterosessuali. Tutti i più recenti dati presentati nelle riviste scientifiche di maggior prestigio riportano che il benessere dei figli è influenzato dalla sicurezza del legame e dal tipo di relazione con i genitori più che dal genere e dall’orientamento sessuale, e che il loro orientamento sessuale non mostra significative divergenze rispetto ai figli cresciuti in famiglie eterosessuali.

Vale giusto la pena richiamare quanto scrisse Émile Durkheim nel 1888: «Non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore per tutti […]. La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta, è diversa perché le circostanze sono diverse».

Da L’ATEO 2/2017