Chi si ricorda del vescovo di Prato?

Rievocazione sintetica ma precisa d’un evento “nazionale” (a documento di un’epoca che pare remota), volentieri riproponiamo — specie per i più giovani — questa densa pagina del nostro collaboratore veronese Mario Patuzzo, già pubblicata ne L’Incontro del marzo 1999.

Non sono passati 1000 anni, ma solo 40. La chiesa di papa Pacelli (Pio XII), quarant’anni fa appunto, reagì scagliando l’anatema su due giovani di Prato che avevano avuto l’ardire di sfidare la Chiesa cattolica sposandosi con il rito civile, e tutta l’Italia laica insorse contro la scomunica. Qualcuno ricorda ancora l’avvenimento che — nel marzo del 1958 — spaccò l’Italia in due fronti contrapposti? Da una parte la Chiesa cattolica con le masse dei suoi fedeli, dall’altra lo schieramento laico che difendeva i coniugi Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, due giovani colpevoli di essersi sposati in Comune con il rito civile, invece che in chiesa, seguendo la tradizione. Il vescovo di Prato monsignor Pietro Fiordelli definì in un’omelìa i coniugi Bellandi «pubblici peccatori e concubini», come se il matrimonio civile non avesse alcun valore.

Gli “sposi di Prato” diventarono allora il simbolo della protesta laica contro le ingerenze sempre più marcate della chiesa di Roma. E il processo che ne seguì riaprì questioni che si ritenevano risolte. Il fatto che, per così dire, accese la miccia fu la lettera del vescovo Fiordelli indirizzata a don Danilo Aiazzi, responsabile della parrocchia, e pubblicata il 12 agosto 1956 sul giornale parrocchiale. Intrisa di particolare violenza, così cominciava: «Oggi, 12 agosto, due suoi parrocchiani celebrano le nozze in Comune rifiutando il matrimonio religioso. Questo gesto di aperto, sprezzante ripudio della religione è motivo di immenso dolore per i sacerdoti e per i fedeli. Il matrimonio cosiddetto civile per due battezzati assolutamente non è matrimonio, ma soltanto l’inizio di uno scandaloso concubinato». Nella lettera si giungeva poi anche all’aperta intimidazione: «Pertanto lei, signor Proposto, alla luce della morale cristiana e delle leggi della Chiesa, classificherà i due tra i pubblici concubini e, a norma dei canoni 855 e 2357 del Codice di Diritto Canonico, considererà a tutti gli effetti il signor Bellandi Mauro come pubblico peccatore e la signorina Nunziati Loriana come pubblica peccatrice. Saranno loro negati i sacramenti, non sarà benedetta la loro casa, sarà loro negato il funerale religioso».

Fu una messa al bando in piena regola e, affinché la condanna risultasse più forte e totale, la lettera del vescovo terminava con queste incredibili parole, riesumate dai secoli più bui del Medio Evo: «Infine, poiché risulta all’autorità ecclesiastica che i genitori hanno gravemente mancato ai propri doveri di genitori cristiani, permettendo questo passo immensamente peccaminoso e scandaloso, la Signoria Vostra, in occasione della Pasqua, negherà l’acqua santa alla famiglia Bellandi e ai genitori della Nunziati Loriana. La presente sia letta ai fedeli». La violenta pastorale letta in tutte le chiese di Prato ebbe conseguenze assai gravi: l’attività commerciale del Bellandi si ridusse della metà, per non parlare degli insulti, delle lettere anonime, e di un’aggressione subita da sconosciuti che lo picchiarono con violenza.

A questo punto Bellandi e i genitori decisero di querelare il vescovo e il parroco per le offese e i danni subiti, sottolineando che «le leggi della Chiesa non possono contenere norme che autorizzino le autorità ecclesiastiche a ledere un bene del cittadino tutelato dalle leggi dello Stato». Dopo discussioni sul Diritto Canonico e Concordatario, i giudici condannarono il vescovo di Prato ad una ammenda di sole 40.000 lire, una condanna mite e compromissoria che suscitò però le vivaci proteste dei cattolici sostenute allora dal Corriere della Sera. L’indignazione in Vaticano fu enorme, la segreteria di Stato si trasformò in sala operativa e di comando, la sentenza fu denunciata come un atto illegale della magistratura che favoriva gli abusi laicisti, condannando la debolezza del Governo Italiano.

Si impartì l’ordine, via radio, a tutte le Nunziature Apostoliche Occidentali di organizzare manifestazioni di solidarietà col vescovo di Prato: a mezzanotte, il cardinale arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro informò con una telefonata il Vaticano che aveva ordinato a tutte le parrocchie di tenere per un mese i portali delle chiese parati a lutto e di suonare le campane a morto ogni giorno per cinque minuti.

Tutto ciò non si potrebbe più ripetere. Erano, tra l’altro, gli anni cruciali della guerra fredda. Oggi gli italiani, ben più consapevoli dei propri diritti civili, ricorrono in crescente misura al matrimonio civile. Qualche passo avanti è stato fatto, ma la partita è tutt’altro che chiusa, e la strada del pieno e incondizionato rispetto della laicità dello Stato è ancora lunga. Il caso del cardinale Giordano e dei suoi presunti complici (1998) evidenzia ancora ai nostri giorni che la “Questione Romana” è sempre aperta; i presunti atti illegali della magistratura sono ancora ritenuti ingerenze negli “affari della chiesa”, ma un fatto positivo è che oggi i laici sono emersi dalla loro solitudine intellettuale, e vari gruppi sono affiorati per contrastare e denunciare chi tende ad offuscare le pagine del codice penale con l’ombra del messaggio evangelico e delle cosiddette “opere di religione”. Anche oggi, come sempre in passato, la Chiesa nulla disdegna e di tutto approfitta; e quindi non si dovrebbe mai abbassare la guardia di fronte alla sua avidità, per limitarne le pretese, veri ostacoli al progresso civile e democratico e alla laicità dello Stato.