Commemorazione di Giordano Bruno

17 febbraio 2001

Un po’ di storia

Il 17 febbraio scorso correva il 401° anniversario del martirio di Giordano Bruno (Nola, Napoli 1548 - Roma, 1600).

Giordano Bruno, battezzato con il nome di Filippo, ma rinominatosi Giordano a 24 anni nel 1572 dopo che prese i voti di padre Domenicano, fu filosofo di scuola aristotelica e neo-platonica. Fu anche un profondo studioso di Tommaso d’Aquino. Indipendente di pensiero, fu tacciato di eresia già pochi anni dopo aver preso i voti, tanto che nel 1576 lasciò l’Ordine.

Si dedicò quindi allo studio della matematica e delle scienze ed ebbe precettori a Ginevra, a Tolosa e a Parigi.

Nel 1584 scrisse un trattato, La cena de le ceneri, in cui i principî della fisica aristotelica e tolemaica venivano messi pesantemente in discussione. Successivamente, sempre in quel periodo, Giordano Bruno arrivò a teorizzare l’infinitezza dell’universo e dei mondi (oggi diremmo: pianeti), nonché a teorizzare un unico principio comune all’origine del cosmo (quello che i fisici chiamerebbero big-bang).

Arrivò a identificare l’universo e dio nello stesso concetto: dio si confonde con l’universo, ne è l’anima stessa. Le cose si trasformano continuamente ma nessuna perisce. La vera religione per lui è la carità, l’amore del prossimo, la tolleranza di tutte le credenze, la filantropia universale che fa amare anche i nemici e assomiglierebbe l’uomo a dio, il quale versa la luce del sole tanto sul giusto quanto sull’ingiusto.

Lasciata la Francia, si dedicò allo studio e all’esposizione delle sue teorie in Germania, a Wittgenstein, ma il nobile veneziano Giovanni Mocenigo lo chiamò per offrirgli nel 1591 una cattedra a Padova (che il filosofo accettò), salvo poi, turbato dalle sue teorie che egli temeva fossero eretiche, consegnarlo l’anno seguente alle autorità dello stato pontificio.

Il processo a carico di Giordano Bruno per eresìa, condotta immorale e bestemmia durò otto anni, nel corso dei quali egli fu vanamente indotto tramite torture ad abiurare e ritrattare le proprie teorie. Il braccio secolare della chiesa non riuscì a piegare Bruno e quindi il tribunale ecclesiastico lo condannò a morte mediante il rogo.

Il 17 febbraio 1600, in Campo de’ Fiori a Roma, Giordano Bruno fu arso vivo In Nomine Christi, come milioni di uomini e donne prima e dopo di lui, vittime dell’integralismo e dell’oscurantismo della chiesa romana.

Alla fine del 19° secolo, nel luogo del suo martirio fu eretta una statua che lo raffigura, dedicata alla libertà di pensiero.

La commemorazione

In ricordo del martirio di 401 anni prima, l’UAAR romana ha organizzato sabato 17 febbraio 2001 una processione in costume - complice il clima carnascialesco - a commemorazione dell’ultimo viaggio del condannato al rogo.

Infatti, Giordano Bruno, quel 17 febbraio del 1600, venne tradotto dal carcere di Tor di Nona per essere portato a Campo de’ Fiori, dove poi fu bruciato vivo. La processione era costellata di invocazioni alle divinità (Regina Apostolorum… Regina Angelorum… Salus Infirmorum…) con richiesta di intercessione (Ora pro nobis, la raccomandazione dei poveri e degli ignoranti di allora) e richieste di pregare per il reprobo, ché solo dio poteva perdonarlo per l’atroce peccato che aveva commesso (quello di pensare con la propria testa).

Bene, grazie al supporto della libreria Odradek, in via dei Banchi Vecchi, che ci ha concesso un locale dove indossare gli «abiti di scena», vale a dire saî, sacconi e tuniche varie, abbiamo potuto mettere in scena, in un clima allegro e irriverente, la rappresentazione dell’ultimo viaggio di Giordano Bruno.

Per motivi logistici (e anche perché a Tor di Nona non ci sono più le carceri) siamo partiti da piazza San Salvatore in Lauro, non distante dalle antiche prigioni, mentre le ultime luci del pomeriggio andavano scemando. Avevamo infatti programmato il tutto in modo di arrivare a Campo de’ Fiori all’imbrunire, in modo che le candele e le fiaccole risaltassero maggiormente nel buio della piazza (anche se ciò confliggeva in parte con l’esigenza opposta, quella di avere un poco di luce per le riprese fotografiche). Scortati da un commissario di Polizia al comando di un gruppo di agenti e da alcuni viglili urbani che provvedevano al traffico, siamo partiti incamminandoci per via dei Coronari, mentre l’officiante Paolo, intabarrato in un elegante completo nero - che ne slanciava la silhouette - comprensivo di cappuccio modello P2, recava le immagini sacre in nome delle quali il povero condannato stava per essere arrostito.

Giulio Cesare, forte dei suoi studi classici, declamava in perfetto latino (nomen omen…) le acclamazioni e le invocazioni proprie dell’epoca, alle quali si inframmezzavano, nel clima di irriverenza generale, canti popolari anticlericali.

Ci siamo sentiti “qualcuno” al momento in cui il vigile, a Largo Tassoni, ha bloccato il traffico proveniente da Corso Vittorio per permetterci di attraversarlo e dirigerci verso via dei Banchi Vecchi, lungo la quale la folla di negozianti e clienti ci guardava con curiosità prima, pensando ad una carnevalata, con divertimento poi, quando vedeva, incollati sulle nostre schiene, i nomi dei martiri per mano della fede cristiana: da Ipazia di Alessandria (la filosofa e matematica uccisa e fatta a pezzi dai cristiani nel 415 d.c. agli ordini del vescovo Cirillo, che non sopportava che una donna potesse primeggiare nelle arti e nelle scienze, e invidioso dell’ascendente che ella aveva sugli studenti, poco inclini a occuparsi del sacro per dedicarsi altresì alla cultura), fino a Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, gli ultimi condannati a morte dello stato pontificio (per mano del “Beato” papa re Pio IX, in passato egregiamente distintosi per il caso Mortara, il bambino ebreo battezzato in segreto da una cameriera e tolto alla sua famiglia dai soldati papalini) prima che i Bersaglieri riconsegnassero Roma all’Italia: milioni di morti, per i quali mai nessuno s’è sentito in obbligo di chiedere perdono (sorvolando sull’antisemitismo nemmeno troppo latente di papi e noti esponenti del «solidarismo» cristiano, come quell’Agostino Gemelli fondatore dell’università cattolica).

Addirittura, ai padri della chiesa di santa Lucia, ai Banchi Vecchi, mentre ci osservavano passare e, soprattutto, mentre alla processione si aggregava altra gente (tra cui una combattiva signora, avanti negli anni, ma giovane di spirito, che plaudeva alla nostra iniziativa), devono aver provato la - per loro - inattesa sensazione di trovarsi in partibus infidelium proprio ad un tiro di schioppo dal Vaticano…

L’ultimo tratto l’abbiamo percorso lungo via del Pellegrino, prima di costeggiare il palazzo della Cancelleria ed entrare in Campo de’ Fiori, piazza nella quale il resto della truppa (costituito dal nostro segretario S.I. Giorgio Villella e gli amici degli altri circoli d’Italia che sono venuti a darci man forte) ci attendeva al banchetto che già da una settimana faceva bella mostra di sé (e riceveva adesioni, richieste d’informazioni e contribuzioni). Dopo un giro di piazza (e dopo aver congedato le forze dell’ordine, alle quali peraltro non è stato creato alcun grattacapo né da parte nostra né da coloro che hanno assistito alla processione) abbiamo così potuto ricongiungerci ai nostri amici con i quali abbiamo intrattenuto poi tutti coloro che erano interessati e attratti da quello strano striscione giallo che il nostro banchetto fieramente esibiva. Tutto questo in attesa che di lì a circa un’ora, Pardo Fornaciari, il cantore livornese (e firma d’eccezione del famoso Vernacoliere, giornale satirico labronico) montasse sul palco e iniziasse il suo show a base di canti popolari e anticlericali.

Sergio D’AFFLITTO,
Circolo UAAR di Roma