E venne un mito chiamato Gesù

di Piergiorgio Odifreddi, Torino

Nessun adulto sano di mente crede alle favole su Gesù bambino, ma non sono soltanto i bambini a credere alle storie su Gesù adulto. C’è veramente differenza fra i due personaggi, oppure sono entrambe figure mitologiche? Per poter rispondere a questa (come a qualunque) domanda, si devono distinguere i significati delle parole: nel caso specifico, per poter tirare le fila del discorso sulla religione occidentale bisogna dipanare la matassa che va sotto il nome «Gesù». Sul «Gesù storico» c’è poco da dire, letteralmente, perché di lui non ci sono praticamente tracce nella storia ufficiale dell’epoca: in tutto una ventina di righe nelle opere di Plinio, Tacito, Svetonio e Giuseppe Flavio, tra l’altro d’incerta interpretazione (il Chrestus di Svetonio) o dubbia autenticità (la lettera a Traiano di Plinio). Se dunque veramente Gesù è esistito, dev’essere stato irrilevante per i suoi contemporanei, al di fuori di una ristretta cerchia di parenti, amici e seguaci.

Naturalmente sarebbe ingenuo ritenere testi storici i Vangeli, come d’altronde è evidente per i libri sacri delle «altre» religioni. Ad esempio, nessun cristiano avrebbe difficoltà ad ammettere che il Ramayana è un’epopea letteraria, e che il dio Rama non è realmente esistito: il che non impedisce ai fondamentalisti indù di provocare non pochi guai e molti morti nel tentativo di smantellare la moschea di Ayodha che profana il supposto luogo della sua natività.

Certamente non è possibile argomentare a favore della storicità di un testo (sacro o profano) sulla base di una sua supposta concordanza con fatti oggettivi: ad esempio, l’ambientazione della Iliade è tanto veritiera da aver permesso a Schliemann di ritrovare nel 1873 le rovine di Troia, ma questo non autorizza a dedurre la veridicità del racconto della guerra, per non parlare dell’esistenza degli eroi e degli dèi omerici.

Per dirla più in generale con Popper, un testo (sacro o profano) non può mai essere «confermato» da concordanze con fatti storici o da riscontri archeologici. Può però essere «invalidato» da discordanze, che nei Vangeli non mancano: ad esempio, non si registrano nella storia ufficiale né la strage degli innocenti, né il censimento che avrebbero accompagnato la nascita di Gesù attorno all’anno zero (in particolare, il legato Quirino citato da Luca non arrivò in Siria che verso il 10 d.C.). Al più si può dire che i Vangeli stabiliscono una «storia parallela», scritta con espliciti fini di propaganda apologetica («affinché crediate»), che ad un certo punto s’interseca con quella ufficiale. Più precisamente, nella seconda metà del primo secolo, quando Domiziano inviò una commissione d’inchiesta in Galilea per indagare sulle origini del profeta i cui seguaci rifiutavano di adorare l’imperatore e gli dèi romani, furono trovati soltanto contadini e pastori abbruttiti dal lavoro, che vennero rilasciati senza imputazioni.

Sia come sia, il «Gesù dei Vangeli» è un personaggio estremamente variegato e non perfettamente definito: la biblioteca evangelica è, infatti, molto vasta e variopinta, e i quattro testi canonici (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) ne costituiscono soltanto una minima parte, tra l’altro non completamente omogenea a causa di una serie di dettagli fra loro contradditori. I loro racconti sono per metà (Marco e Luca) di seconda mano, e risentono tutti del periodo storico in cui furono scritti: verso il 70 i primi tre e verso il 100 il quarto, dunque a ridosso dell’insurrezione contro i romani del 66 e della distruzione del Tempio del 70.

Poiché la vita del Gesù evangelico si situa tra il regno di Erode e la prefettura di Pilato, dev’essere iniziata entro il 4 a.C. e finita tra il 26 e il 36 d.C. Certamente egli non nacque il 25 dicembre, che è la festa pagana di Mitra e della resurrezione del Sole, tre giorni dopo la sua morte al solstizio d’inverno: come dice, infatti, il nome stesso, prima di riprendere la sua salita il Sole sembra fermarsi nel cielo.

Il legame del cristianesimo col Sole non è certamente casuale. Ad esempio, il 25 giugno, in cui si verifica l’analogo fenomeno relativo al solstizio d’estate, la Chiesa festeggia Giovanni Battista, e il 25 marzo, similmente collegato all’equinozio di primavera, l’annunciazione e il concepimento della Madonna. I dodici apostoli, così come i patriarchi e le tribù di Israele, costituiscono un ovvio riferimento alle costellazioni celesti. L’ostensorio mantiene i raggi, ma sostituisce l’ostia al disco solare innalzato nel rito di Mitra (dal quale prende anche il nome il copricapo dei vescovi). E la domenica è ancor oggi Sunday: «giorno del Sole».

Più generalmente, non sono casuali neppure i molti legami dei miti evangelici su Gesù con una serie di simili miti su altri eroi e divinità antiche: dall’Osiride egiziano al Krishna indiano, dal Mitra persiano all’Ercole greco. Si tratta, più precisamente, di tutte le supposte singolarità del personaggio: la verginità della madre («prima, durante e dopo il parto»), la strage degli innocenti, il blackout tra infanzia e maturità, l’esecuzione di miracoli e prodigi (dalla moltiplicazione dei pani alla camminata sulle acque), l’eucarestia (presente dal culto di Osiride ai misteri eleusini), la crocifissione (si veda il classico I sedici salvatori crocifissi del mondo di Kersey Graves) e la resurrezione (altrui e propria). Queste storie, dunque, stanno in piedi o cascano tutte assieme, e sarebbe provinciale voler credere a una sola tradizione (ovviamente, la propria), ma non alle altre.

Miti a parte, l’uomo dei Vangeli è sostanzialmente un ebreo dissidente e riformatore, che si rivolge esclusivamente ai suoi correligionari, e come tale fu percepito dai suoi primi discepoli. Lo storico incidente del 51 d.C. fra le comunità di Gerusalemme e di Antiochia, guidate da Pietro e Paolo, riguardò appunto la possibilità di convertire i gentili da un lato, e la necessità di imporre ai convertiti la circoncisione e le strette norme alimentari della legge ebraica dall’altro. La decisione finale fu che «Pietro avrebbe annunciato il Vangelo ai circoncisi, e Paolo ai pagani» (Lettera ai Galati, II, 9), e che a questi ultimi si sarebbe imposto soltanto lo stretto indispensabile: cioè, le leggi postdiluviane di Noè.

Il Gesù dei Vangeli è comunque molto diverso dal «Gesù della Chiesa», per vari motivi. Anzitutto, il canone dei quattro Vangeli stabilito nel Concilio di Roma del 328 esclude tutti gli apocrifi (una parola che, fra l’altro, in origine significava «segreto» o «occulto», e soltanto in seguito acquistò il significato apocrifo di «falso», secondo il motto di Origene: «Ecclesia quattuor habet evangelia, haeresis plurima», «La Chiesa di Vangeli ne ha quattro, di eresie molte»). In realtà, i Vangeli in origine erano tanti perché ogni comunità cristiana aveva il suo: soltanto con l’instaurarsi dell’ortodossia si rese necessario stabilire una versione «ufficiale», e si scartarono i testi che non si confacevano al progetto.

Inoltre, il Gesù della Chiesa si basa su una serie di integrazioni ai Vangeli: dai testi supplementari delle Lettere di Paolo (50-60 d.C.) e degli Atti degli Apostoli di Luca (85-90 d.C.), ai pronunciamenti dottrinali dei Concili codificati in una serie di dogmi. Le novità sostanziali introdotte da Paolo furono anzitutto la divinità di Gesù, e poi l’apertura del cristianesimo ai gentili: la prima Gesù non l’aveva mai rivendicata, e la seconda l’aveva invece sempre esclusa (d’altronde, il Messia era per tradizione un uomo destinato a regnare «terrenamente» su Israele). Ma furono ovviamente queste due innovazioni, in parte recepite dai Vangeli canonici, soprattutto nel racconto della resurrezione e delle sue conseguenze, a permettere al cristianesimo di diventare una religione potenzialmente universale.

Infine, l’esistenza stessa della Chiesa si basa su un radicale stravolgimento dell’insegnamento del Gesù dei Vangeli, che aveva sempre annunciato l’imminenza dell’avvento del Regno dei Cieli. I primi cristiani ci credettero, e vissero alla giornata nell’attesa della parousia, la sua seconda venuta. Ma col passare del tempo, quando videro che la supposta fine non arrivava in senso reale, si organizzarono e la interpretarono in senso metaforico come la venuta della Chiesa. L’ultima e più irreale incarnazione del mito è il «Gesù dei fedeli», che se lo immaginano come meglio credono, improvvisando liberamente sui temi proposti dalle fantasiose rappresentazioni artistiche e letterarie (spesso ispirate agli apocrifi, quando non semplicemente inventate) e abbellendoli con tutto ciò che fa loro comodo: perché, come si sa, la fede è cieca e non si cura di sottigliezze quali la verità storica, la verosimiglianza logica e l’ortodossia teologica. Per il credente, direbbe Feyerabend, everything goes, «tutto fa brodo».

E per la Chiesa anche, soprattutto quando serve a catturare gli allocchi. Come, infatti, confessò candidamente papa Leone X al cardinal Bembo: «Historia docuit quantum nos invasse illa de Christo fabula», «La storia ci insegna quanto ci abbia fruttato quella favola di Cristo».