Padova Autore: uaarpadova Mar, 28/07/2015 - 16:26

È passato quasi un anno dall’ultimo editoriale. Un tempo troppo lungo. Ma l’UAAR è un’associazione di volontariato i cui soci rubano tempo alla famiglia e alle proprie attività per dedicarsi a quella che è ritenuta una giusta causa. E questo rende l’attività dell’associazione dipendente dalla disponibilità dei soci. Disponibilità che talvolta può venire meno. Pazienza.
L’UAAR fortunatamente è vitale e i motivi per darsi da fare non mancano. La politica è sempre più prona e succube alle spinte clericali e allora è l’attività giudiziaria che deve supplire al servilismo dei politici (con qualche eccezione che vedremo).
In questo periodo ci sono stati motivi di soddisfazione per chi si batte per la laicità dello Stato.

Cominciando dalla recente sentenza della CEDU (la Corte Europea dei Diritti Umani) che in seguito al ricorso presentato da tre coppie gay ha condannato l’Italia per il mancato rispetto dei diritti fondamentali sanciti dall’articolo 8 della Convenzione Europea: Diritto al rispetto della vita privata e familiare. Su questa sentenza la nostra Adele Orioli ha scritto un editoriale comparso sul blog di Micromega a cui rimando per un approfondimento: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/07/24/uaar-....

Di venerdì 24 luglio invece la notizia della sentenza della Corte di Cassazione che condanna le scuole private a pagare l’ICI. Eh sì, perché, guarda un po’ la sorpresa, finora ne erano esentate. E con quale motivazione? Perché lavorerebbero in perdita! E quali sono state le reazioni alla sentenza? A noi interessano poco le prevedibili reazioni dei diretti interessati; ci interessano invece le reazioni dei politici che sono a dir poco sconcertanti:
«La sentenza della Cassazione, a cui è ricorso il Comune di Livorno, avrà come effetto quello di far chiudere istituti scolastici che operano da secoli. Non solo, qui si mette in serio rischio la parità scolastica, garantita in Italia dalla legge 62/2000: non si capisce il motivo per cui la scuole pubbliche statali non debbano pagare l’Ici e le scuole pubbliche paritarie debbano pagarla». Lo affermano i consiglieri regionali Fi Stefano Mugnai (capogruppo) e Marco Stella (vicepresidente dell’Assemblea toscana).
È interessante notare il riferimento a una legge dello Stato che a nostro parere stride fortemente con una legge più importante, la Costituzione (che questi esponenti non ricordano) che all’articolo 33 dice: Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
È evidente che l’esenzione da una tassa è un onere per lo Stato e finalmente un atto della magistratura pone un limite allo scempio che negli ultimi anni è stato perpetrato ai danni dell’articolo 33.
E poi, a dimostrare la trasversalità dello schieramento clericale, c'è anche la reazione di un deputato del Pd:
«La sentenza della Cassazione sull’Ici per le scuole paritarie rischia di mandare a zampe per l’aria non pochi istituti. Questi istituti vengono assimilati a realtà commerciali, ma in realtà svolgono un servizio pienamente pubblico, spesso laddove lo Stato non riesce ad arrivare». Afferma il deputato del Pd Edoardo Patriarca, componente della Commissione Affari Sociali. «Rispettiamo la legge, ma evitiamo che chiudano istituti, che migliaia di persone rimangano senza lavoro, e che si perda un patrimonio culturale - continua Patriarca - Cerchiamo di tutelare questi soggetti».
Viene da chiedere a questo deputato del Pd, vista la ristrettezza delle casse dello Stato, se gli obiettivi che lui pone andrebbero ottenuti a scapito della scuola pubblica a cui vengono sottratte continuamente risorse mentre le scuole private ricevono finanziamenti sempre più cospicui.

Ma fortunatamente, e questa è la buona seppur “piccola” notizia, non tutti i politici si comportano in maniera così succube davanti alle richieste di ambienti clericali.
In provincia di Padova il sindaco Enoch Soranzo non cede alle pressioni della curia padovana e pretende la riscossione dell’ICI sull’ex seminario di Selvazzano. Un edificio di culto e come tale esentato dalla tassa, affermano in vescovado. Un edificio non più utilizzato a scopi religiosi da anni, afferma invece il sindaco, e sottoposto a speculazione di natura immobiliare, visto che da anni si parla di trattative per la sua vendita.
Adesso la parola è ancora alla magistratura che dovrà pronunciarsi. E ci auguriamo che sarà fatta rispettare la legge.

In questo susseguirsi di sentenze e vicende processuali, che dimostrano chiaramente come le esigenze espresse e portate avanti dagli esponenti della religione cattolica siano conseguenza di spinte economiche ben più che spirituali, si inserisce l’infelice uscita di Stefano Casali, capogruppo della Lista Tosi all’assemblea regionale del Veneto che ha affermato: «Ho notato con imbarazzata sorpresa che in tutto il Consiglio Regionale non esiste un solo crocifisso ed è un assenza grave: non sapevo che il segno di duemila anni di storia fosse stato espulso dalla più prestigiosa sede istituzionale del Veneto. Ci faremo portatori, presso il presidente Ciambetti e presso l’Ufficio di presidenza, di una richiesta precisa affinché il crocifisso possa rientrare a Palazzo, collocato almeno in aula di Consiglio e nelle sedi delle Commissioni, in quanto segno non discutibile di quella tradizione di storia e cultura che ha fatto grande la nostra regione nei secoli».
Sarebbe il caso che questo consigliere regionale, che ricordiamo essere pagato con i soldi di tutti i veneti e non solo dei cattolici, andasse a sostenere la sua iniziativa nei luoghi devastati dalla tromba d’aria lungo la riviera del Brenta per vedere se i suoi abitanti considerano l’iniziativa “politica” proposta da Casali una priorità della Regione Veneto.

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Venezia Mar, 28/07/2015 - 12:30

a cura di Gianni G. UAAR VE

Livorno Autore: iorobot@excite.it (Vincenzo Moggia) Mar, 28/07/2015 - 09:58

Chi ha un’attività commerciale paghi le tasse. Non c’è nulla di ideologico in quest’affermazione: lo richiedono la logica e il buon senso e l’ha ribadito più volte l’Europa. Altre scuole private già lo fanno. Chi chiede l’esenzione sta dunque pretendendo un privilegio,

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Verona Autore: Gian_Maria Lun, 27/07/2015 - 19:14
CONTI PUBBLICI
La chiesa e la previdenza
 
L'ARENA mercoledì 22 luglio 2015 LETTERE, pagina 25
 
Alla chiesa cattolica è andato l'80% del totale dell'8 per mille (oltre 900 milioni di euro). Alla chiesa cattolica noi italiani non facciamo pagare Imu/Tasi. Alla chiesa cattolica, inoltre, consentiamo che il Fondo pensionati dei suoi pastori presenti un disavanzo di 2.2 miliardi con 3.788 ex sacerdoti. La riforma del ministro Fornero non ha sentito il bisogno di intervenire in questo comparto visto che da sempre per i religiosi il sistema non è retributivo, non è nemmeno contributivo e neanche misto, pensate: è a prestazione in somma fissa, quindi non versano una percentuale del loro stipendio, finché lavorano, ma una quota fissa irrisoria. Il punto è che quando vanno in pensione non hanno una pensione «irrisoria» stante quanto poco versato, ma si vedono riconoscere una pensione adeguata e fissa. Lo Stato del Vaticano, mentre noi italiani abbiamo accumulato un debito di 2.300 miliardi, generati anche da quanto sopra evidenziato e consentito, ha, secondo stime prudenziali, un patrimonio mobiliare/immobiliare e in riserve di oro di circa «200 miliardi»: solo la Curia di Padova (analisi effettuata al catasto della città patavina da un giornalista del Corriere) detiene più di 800 appartamenti e 1.200 terreni. Napoleone, con il decreto del 3 aprile 1871, pensò bene di nazionalizzare tutti i beni della chiesa cattolica. Io personalmente non ambisco che ciò avvenga nel 2015, ma credo di essere nel giusto se mi permetto di dire che lo Stato italiano deve smetterla di mantenere la chiesa cattolica scaricando i loro costi sulla testa dei cittadini italiani, e che sarebbe, quanto mai corretto, che lo Stato del Vaticano controgarantisse il debito italiano con il proprio patrimonio. Questa operazione genererebbe un drastico calo dello «spread» facendo beneficiare le casse nazionali di minori costi per interessi, se poi applicando quanto richiesto dall'Europa ci fosse il pagamento dell'Imu/Tasi, e la tassazione di tutte le donazioni, forse riusciremmo a riequilibrare quanto sin qui generosamente consentito. Giorgio Scolari VERONA.
Venezia Dom, 26/07/2015 - 15:20

Riceviamo dal circolo di Verona e condividendo pubblichiamo questa lettera:

Egregio Consigliere Regionale Stefano Casali
(e, per conoscenza, Circolo UAAR di Venezia).

Desidero metterLa al corrente della seguente mia lettera che stamattina ho inviato al giornale L'Arena di Verona (quotidiano di massima diffusione nella mia provincia).
Distinti saluti, Campedelli Angelo (coordinatore del Circolo UAAR di Verona).

CROCFISSI IN REGIONE
Religione e laicità

Non è la prima volta che si parla di crocifissi nelle aule degli edifici pubblici quali scuole, tribunali, istituzioni (sedi di Comuni, Province, Regioni, Ministeri), uffici postali, caserme, e finanche luoghi aperti (c’è una croce perfino sul Monte Cervino).
Leggo (da L’Arena del 25 luglio) che la questione è stata portata in Regione grazie al neo consigliere Stefano Casali il quale, dopo aver constatato che “in tutto il palazzo del Consiglio regionale non esiste un solo crocifisso”, considera la cosa “un'assenza grave”. La motivazione di tale gravità risiederebbe nel fatto che il crocifisso rappresenti “il segno di duemila anni di storia”.
Leggo ancora che il neo consigliere sarebbe un “esponente dell’area cattolica moderata liberale”, perciò mi viene subito da dire: “Meno male! Figuriamoci se non fosse un moderato!”.
La domanda che voglio porre ai politici, ma anche ai privati cittadini, è: ma perché i cattolici hanno questo viscerale bisogno di “marcare il territorio”? Perché vogliono imporre i loro simboli religiosi a tutti? (quindi anche ad atei, agnostici, e diversamente credenti). La collocazione di tali simboli religiosi (croci, crocifissi, statue di madonne) nei luoghi pubblici avrebbe una giustificazione se in Italia ci fosse ancora la Religione di Stato (cattolica) com’era prima della revisione dei Patti Lateranesni avvenuta nell’ormai lontano 1984: in quell’occasione lo Stato Italiano e lo Stato del Vaticano sottoscrissero, congiuntamente, che la religione cattolica non fosse più la religione dello Stato. Ora i casi sono due: o le parole scritte hanno un senso e allora a queste seguono fatti corrispondenti, o le parole scritte non hanno un senso e allora a queste seguono retorica e ipocrisia. Mi sembra che rientriamo abbondantemente nel secondo caso (purtroppo).
Circa il fatto che il crocifisso rappresenti duemila anni di storia questo è vero, ma invito il neo consigliere regionale a leggersi bene di quale storia si tratta…….
La laicità delle nostre Istituzioni dovrebbe essere un valore supremo difeso da ogni cittadino ed in primis dai politici (la laicità è stata definita dalla Consulta come “supremo principio costituzionale”, sentenza 203 del 1989), e ciò vale ancor più ai giorni nostri in cui anche la società italiana è sempre più multi culturale e multi religiosa.
Campedelli Angelo (circolo UAAR di Verona).


Dimenticavo:

non sarebbe più corretto mettere in ogni aula degli edifici pubblici, al posto dei crocifissi, lo stemma della Repubblica italiana? Scommetto che Lei non sa neanche come è fatto! di nuovo distinti saluti, Campedelli Angelo (circolo UAAR di Verona).
Venezia Sab, 25/07/2015 - 17:15
Io, araba e atea, minacciata dai salafiti!

Caro Islam, il tuo nemico è l’oppressione

di Joumana Haddad
Ultima notizia dalla mia parte del mondo. Esistono arabi che, apparentemente, sarebbero più pericolosi dei criminali dello Stato Islamico. Più pervertiti. Più temuti. Più «mortali».

Indovinate chi sono?
Beh, gli atei!

La storia va cosi: dopo essere stata invitata dalla ministra della Cultura del Bahrein a dare una lettura di poesia il 6 aprile prossimo nella capitale Manama, alcuni gruppi islamisti hanno lanciato una campagna denigratoria contro la mia visita, sotto il titolo «Nel Bahrain non sono benvenuti gli atei». Cosi forte è stato l’impatto della detta campagna — con uno Sceicco (Jalal al-Sharki) che mi ha persino minacciata di morte, nella suakhutba (sermone del venerdì, ndr) se io andassi — che il primo ministro, Khalifa bin Salman Al Khalifa, ha rilasciato un ordine impedendomi l’entrata nel Paese, nonostante le proteste di tanti cittadini bahreiniti illuminati.
Vi chiederete probabilmente: cosa c’entra una lettura di poesia con le scelte personali di un’intellettuale, che per di più — permettetemi di precisarlo — non è interessata a «predicare» l’ateismo, ma che semplicemente esercita, esprimendo le sue vere convinzioni, uno dei suoi diritti umani fondamentali, così come lo fanno i credenti?! Me lo chiedo anch’io.
Mi faccio pure altre domande, tipo: «Ma tutti quei bravi devoti, sono così poco fiduciosi nella solidità della loro fede, al punto di temere un confronto con una persona che vede le cose diversamente?». La risposta è, purtroppo, un «sì» irrevocabile. Perché in società dove la regola numero uno di sopravvivenza, per la maggioranza (non generalizziamo), è il mantenimento dell’ignoranza, l’ipocrisia e l’auto-inganno, è normale essere terrorizzati dalle voci diverse, dissenzienti, fuori dal gregge, e provare a silenziarle o pretendere assurdamente che non esistano.
Ovviamente, oltre ad essere pubblicamente atea e laica, sono anche «accusata» di tante altre cose: sono donna («Come osa, quella femminuccia, contraddirci?»); lotto per l’uguaglianza tra uomini e donne («Allerta al diavolo!»); difendo la libertà sessuale nel mondo arabo («Scandalo! Noi le nostre donne le vogliamo vergini e “pure”. Il sesso è solo per il nostro piacere, e i loro corpi ci appartengono»); infine, combatto malattie che sono ormai modi di vita qui, come la discriminazione, l’oppressione, l’omofobia… Insomma, si capisce perché sono una persona non grata per gli estremisti.
Comunque, devo dire che questo incidente mi ha rattristata e consolata allo stesso tempo. Mi ha rattristata, perché ha fornito una nuova prova sullo stato degenerato che prevale ora nel mondo arabo, e sulle vere conseguenze di una primavera abortita: un utero malato, contaminato di oscurantismo religioso, può solo partorire un nato morto. Mi ha, dall’altra parte, consolata, perché ha fornito una nuova prova sul potere della parola e delle idee in un periodo dove ascoltiamo solo il rumore di teste decapitate che cadono a terra. È stato inoltre un’occasione straordinaria per scoprire tante altre voci arabe discordanti, che mi hanno contattata e sostenuta. Un altro mondo è possibile per noi. Basta crederci e lavorarci.
In conclusione, caro Islam, il tuo vero nemico non è l’ateo, ma tutti quelli che stanno uccidendo e commettendo orrori nel tuo nome. Il tuo vero nemico non è l’uguaglianza tra uomini e donne, ma ogni musulmano che sposa una bambina, o gli impone il niqab, o l’infibulazione. Il tuo vero nemico non è la libertà, ma l’oppressione dei diritti umani. Il tuo vero nemico non sta fuori di te: corre nel tuo stesso sangue. Caro Islam, il tuo assassino ha tanti nomi: si chiama Stato Islamico. Al Qaeda. Boko Haram. Talebani… Occorre che ti salvi prima di loro. Poi, se vuoi, parleremo di ateismo.
Joumana Haddad
(Articolo apparso sul “Corriere della sera” del 24 marzo 2015)

 

Verona Autore: Gian_Maria Ven, 17/07/2015 - 11:29
L'Arena
mercoledì 15 luglio 2015 – LETTERE – Pagina 25
 

OPINIONI
Religione e scienza
 
L'articolo di Andrea Lugoboni pubblicato su L'Arena il 30 giugno scorso per presentare il libro di Amir Aczel «Perchè la scienza non nega Dio», è stato seguito l'8 luglio da una lettera di Angelo Campedelli intitolata: «Scienza. L'ateismo non nega Dio». Questo titolo mi sembra strano riguardo al contesto della lettera. Che ateismo sarebbe se non negasse Dio? Un ateo è tale perché semplicemente non è persuaso da nessuna delle migliaia di teologie elaborate dagli innumerevoli promotori del sacro. Dire «L'ateismo non nega Dio» non è nemmeno giusto culturalmente. Semmai è la scienza che non nega Dio (ma la scienza mica cerca Dio), non l'ateismo che, di fatto, lo nega: altrimenti non sarebbe ateismo e sarebbe pure un ossimoro. In ogni caso, voler arruolare tutti, in qualche modo, nel fascino discreto della trascendenza, porta spesso ad affermazioni poco pertinenti, quali la compatibilità tra Fede e Scienza. Siamo ancora qua, al tempo dei trapianti, dei viaggi cosmici, della tecnologia dominante, a far confusione fra due attività umane che non hanno niente in comune e per le quali non si pone alcun rapporto. L'oggetto della Scienza è il mondo materiale del quale si occupa, dei fenomeni tangibili, della loro descrizione e della ricerca delle cause, per trovare costanti e poter formulare previsioni, sempre con il rigoroso controllo empirico (spietato), che consente, alla fine, una condivisione universale. Alla Scienza non interessa quanto frulla nel cervello degli innumerevoli predicatori che nei millenni si sono sbizzarriti in immaginifiche idee ultraterrene, reciprocamente negate quando non anche sanguinosamente contestate. Tanto le scienze uniscono, quanto le fedi dividono... Ben a ragione Campedelli insiste sulle prove. Nella Scienza la prova è essenziale, espressa matematicamente, secondo una logica universale; nella religione la prova è autoreferenziale, dogmatica. La scienza, pur nella sua autorevolezza, non ardisce dichiarare «vere e assolute» le sue conclusioni, bensì «vere fino a prova contraria». Ogni fede, pur nel suo relativismo, dichiara arrogantemente essere i suoi dogmi indimostrabili quali «verità assolute», perenni, immodificabili. Per favore: smettiamo di affermare la compatibilità fra due processi mentali diversi e non chiediamo alla Scienza di pronunciarsi in merito a cose non pertinenti con la realtà razionalmente indagata e rappresentata. Mario Trevisan SAN MARTINO BUON ALBERGO
Firenze Autore: uaarfirenze Ven, 17/07/2015 - 00:34

Foto del 23 Giugno a Fucecchio

 

Sergio Staino

SergioStaino, il nostro Coordinatore Baldo e Alba

I nostri Soci di Empoli: Massimo e Rino. Grazie!!
Verona Autore: Gian_Maria Lun, 13/07/2015 - 13:01
L'Arena 
domenica 12 luglio 2015 – LETTERE – Pagina 31
 
DIBATTITO
Verità critica e dogmatica
 
Vorrei intervenire nella discussione innescata dall'articolo di Andrea Lugoboni, «Ai limiti del sapere dove la scienza non nega Dio» (30-6-2015, p. 50), che ha visto come interlocutore l'amico Angelo Campedelli. Io vedo un contrasto di fondo, insanabile, tra fede e scienza nel modo di concepire la conoscenza. Gesù disse a Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Giovanni, 20,29). Fideismo cieco. Invece la scienza si fonda sull'evidenza empirico-razionale: le sue asserzioni devono essere supportate da prove precise e controllabili. Verità critica contro verità dogmatica, pensiero scientifico-razionale contro pensiero mitico-religioso. Perciò ha ragione Campedelli quando (L'Arena 8-7-2015, p. 50), da razionalista, chiede al credente prove, dimostrazioni dell'esistenza di Dio. Prove, dimostrazioni che il credente non sa dare. Ma, si dice, non è possibile dimostrare l'inesistenza di Dio. Ciò in linea di massima è vero, perché tutti i logici sanno che è impossibile dimostrare l'inesistenza di una cosa che non esiste. Una domanda in tal senso è quindi irricevibile. Questo però non vale per quella divinità dotata di precisi attributi che è il Dio biblico. È ciò che sostanzialmente ritiene anche Albert Einstein, se si legge bene il suo scritto riportato da Lugoboni: «La ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso particolare, del tutto (sottolineo «del tutto») diverso dalla religiosità di chi è ingenuo». Egli infatti, che era uno scienziato e non un ingenuo, non credeva affatto ad un Dio personale. Perciò il tentativo di Amir Aczel, l'autore del libro recensito da Lugoboni, di far rientrare dalla finestra il Dio biblico cacciato dalla porta è decisamente scorretto. Di questo Dio è possibile e facile dimostrare con la ragione l'inesistenza. In che modo? Ne cito due, perentori: 1) La lettura della Bibbia. Chiunque la faccia con animo scevro da pregiudizi vi troverà errori ed orrori, sciocchezze e sconcezze, falsità, assurdità, contraddizioni tali da escludere tassativamente che essa contenga, come affermano i credenti, la Parola di Dio. 2) Il problema del male. Se Dio è onnipotente, onnisciente, infinitamente buono, perché esiste il male nel mondo? Perché c'è stata la Shoah? Perché c'è il cancro e tutte le altre malattie? Perché soffrono e muoiono bambini? Un'ultima considerazione: nel mondo esistono migliaia di religioni i cui adepti sono convinti, per fede, senza alcuna prova razionale, che solo la loro sia vera mentre tutte le altre sono false. Non è ridicolo ciò? Renato Testa. VERONA

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