Il velo steso su certe pretese religiose

Televisioni e giornali, nei giorni scorsi, hanno dato ampio spazio alla vicenda di Sara Mahmoud. Una giovane che intende far causa a un’azienda che, per assumerla, le ha chiesto che non utilizzasse il velo. I toni usati sono stati quasi sempre di empatia nei confronti della giovane. Il rispetto delle concezioni religiose sta portando a inibire ogni critica alla religione, anche quando costituisce la base per rivendicazioni discutibili?

La giovane di religione islamica, cittadina italiana nata a Milano e figlia di genitori di origine egiziana arrivati più di 20 anni fa, frequenta la Statale e indossa l’hijab. Iscritta a varie mailing list di offerte di lavoro, aveva risposto all’annuncio di una società per distribuire volantini. Ma i responsabili dell’azienda che gestisce eventi per la Fiera l’hanno scartata perché non era disposta a togliersi il velo durante il lavoro. Mahmoud, che lamenta di non essere stata assunta in altre occasioni per lo stesso motivo, ha deciso quindi di fare causa per discriminazione portando come prova lo scambio di email avuto con la società.

Ecco lo scambio di messaggi, così come riportato dalla giovane. “Mi piacerebbe farti lavorare perché sei molto carina”, scrive la responsabile, “ma sei disponibile a toglierti il chador?”. La ragazza ribatte: “porto il velo per motivi religiosi e non sono disposta a toglierlo. Eventualmente potrei abbinarlo alla divisa”. Dalla società fanno sapere che “purtroppo i clienti non saranno mai così flessibili”, facendo intendere che non la prenderanno. Lei insiste (“Dovendo fare semplicemente volantinaggio, non riesco a capire a cosa devono essere flessibili i clienti”), ma non riceve risposta.

Mahmoud

Un caso che ricorda quello francese dell’asilo privato Baby Loup, dove la Corte di Cassazione ha dichiarato nullo il licenziamento di Fatima Afif. La donna, anni dopo la sua assunzione e nonostante le regole interne improntate sulla laicità impedissero l’ostentazione di simboli religiosi proprio per tutelare i bambini, aveva deciso di mettere il velo sebbene prima non lo facesse.

Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata recentemente su quattro casi inglesi di ostentazione di convinzioni e simboli religiosi in ambienti di lavoro. La Cedu ha dato torto a tre su quattro, ritenendo però che nel caso di Nadia Eweida ci fosse una violazione. Si trattava di un’addetta al check-in della British Airway che non si era adeguata alle regole interne, valide per tutti, che proibivano gioielli, spille o catenine, quindi anche simboli religiosi.

Proprio la sentenza della Corte di Strasburgo potrebbe aver rappresentato il detonatore dell’azione legale di Mahmoud, come fa intuire proprio il legale della giovane. Esiste tuttavia una differenza sostanziale tra un licenziamento e una mancata assunzione. Non si capisce dove risieda la colpa del datore di lavoro che non vuole assumere dipendenti che a priori non intendono rispettare il codice comportamentale dell’azienda. La giovane si è semplicemente vista rifiutare un lavoro per il quale non aveva i requisiti.

Ancora una volta, la libertà di religione diventa l’escamatoge con cui chiedere privilegi, ai quali non possono accedere i comuni mortali, i corazzieri (che devono essere alti almeno un metro e novanta) e persino gli stessi parlamentari, costretti a indossare giacca a e cravatta. Ma Mahmoud va oltre, perché vuole la libertà di abbigliamento anche nell’ambito privato. Il problema è che chi fa notare come una pretesa di natura religiosa non può avere la precedenza viene spesso tacciato di “islamofobia” (o, a scelta, di “cristianofobia”, perché si assiste a convergenze parallele tra le pretese degli integralisti islamici o di quelli cristiani in nome di una comune difesa dell’invadenza della religione negli ambiti sociali e politici). Il dibattito sulla questione del velo si fa più complicato e aspro perché si lega anche a questioni di schieramento e ideologia politica.

Non sappiamo se l’Ucoii sarebbe disposta ad assumere personale che indossa magliette con la scritta “Allah non esiste”. Ma si sa: i sostenitori della libertà di religione che non sostengono anche la libertà dalla religione stanno sostenendo soltanto la propria libertà e la propria religione. Con buona pace di chi pensa che i credenti rendano più coesa la società.

La redazione

AGGIORNAMENTO DEL 17 APRILE
. L’agenzia Evolution Events ha diffuso un comunicato stampa chiarendo ulteriormente il proprio punto di vista.

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101 commenti

Ivano Ferrari

Purtroppo le richieste islamiche in Europa sono scuse , pretesti , che approfittando dei lati deboliu della democrazia e dellaq libertà religiosa concesse , si fanno strada nella nostra sociertà per ottenere ben altro. Poi se si tiene conto che la maggir parte di coloro che chiedono pretestuosamente , la libertà della religione islamica , pèrovengono da paesi in cui ogni libertà è negata , osteggiata , e in molti casi punita.

gmd85

Sono altamente critico nei confronti delle eccezioni religiose. Però: se non c’è divisa e contatto diretto coi clienti, non sono sicuro che il divieto sia del tutto motivato.

faber

Concordo con te. Se c’è una motivazione legata alla tipologia di lavoro (ruolo necessariamente neutrale come nel caso di un insegnante o macchinari che costituiscono un pericolo come nel lavoro in fabbrica) allora giusto pretendere che le regole siano rispettate. Ma in casi come questo è una discriminazione bella e buona. Cosa succederebbe se un datore di lavoro non assumesse un lavoratore perché è troppo effeminato e “i clienti non sarebbero così flessibili”? Questo discorso vale per il velo, la croce e così via.

Sandra

Se il lavoro è collegato alla Fiera, di solito cercano la bella presenza (“sei molto carina”) e le lingue. Quindi una ragazza brutta, in Fiera o in professioni dove è richiesto un certo aspetto, è di fatto discriminata. Nel commercio in generale si cerca una certa immagine: la ragazza ha tutti i diritti di vestirsi e truccarsi come vuole, ma questo non comporta il dovere di assumerla da parte di un commerciante o di una fiera. Sono i requisiti all’assunzione, chi non può o non vuole adeguarsi è libero di cercare un altro lavoro.

faber

Requisito: la ragazza deve essere di bello aspetto. Ciò vale per tutte. Nel caso specifico un requisito potrebbe essere che nessuna ragazza debba indossare un copricapo.
Discriminazione: si fa riferimento a quel copricapo specifico, in quanto denota l’appartenenza religiosa della ragazza (altrimenti la frase “i clienti non sarebbero flessibili” a cosa si riferirebbe?)

Sandra

Bella presenza non è solo quella naturale, è anche il modo di presentarsi: piercing, tatuaggi, look emo…. in privato liberi di esibire, ma che un datore di lavoro potrebbe anche non apprezzare, soprattutto in riferimento alla sua clientela, da cui dipende economicamente. Ovviamente la “bella presenza” per lavorare in una boutique o in una discoteca possono essere estremamente diverse, e operare scelte “discriminatorie” agli antipodi.

Diocleziano

Ci manca solo che un contatto preliminare di lavoro diventi impegnativo
per l’assunzione.
Spesso, sotto questi episodi, si nasconde una discriminazione
all’incontrario: comportamenti ostentati per provocare reazioni e poi
fare la vittima, o prevaricare il prossimo solo per imporsi. Favoriti spesso
dai sindacati che non fanno mancare il loro appoggio.

Titti

Io sono stata vittima al contrario, in due occasioni e con due colleghi marocchini: ti facevano pesare il fatto che eri donna e secondo loro, te ne dovevi stare a casa invece di lavorare, mi sono beccata da uno della “puttana”, il bello e che diceva che la figlia doveva lavorare al mio posto, e l’altro, di fronte al fatto che ha dovuto cambiare posto perchè il capo reparto ha ritenuto uno scambio, evitandomi di sollevare da sola 20 k per volta, mentre lui faceva dei piattini di metallo da pochi grammi, si è messo ad urlare come un pazzo dicendo che “se non è in grado di lavorare può stare a casa a grattarsi i coglioni!”, trà l’altro io non avevo protestato e a costo di lasciarci la schiena avrei tirato sù i pezzi pesanti, quindi chi è la discriminata?

DucaLamberti74

@Titti:

Ma che simpatici ex-colleghi multiculturali e multietnici…

DucaLamberti74

Laverdure

@faber
Immagino che secondo la tua logica un produttore di prodotti contro la calvizie non potrebbe rifiutarsi di assumere come rappresentante una persona calva come un uovo,o nel caso di prodotti dimagranti una persona grassa come una botte.
Sarebbero discriminazioni,no ?

Francesco S.

Sta di fatto che è un privato è assume che gli pare. In linea di principio possono non assumenti anche perchè gli stai antipatico “a pelle”, non mi piace la cosa ma i soldi son loro a differenza del pubblico dove i soldi sono di tutti.

Francesco S.

E possono importi un certo abbigliamento, non ci stai non accetti il lavoro, diverso se già assunto cambiano le regole.

Franco Folini

Se questa vicenda si concludesse tristemente con la vittoria della ragazza, potrei dunque chiedere di essere assunto per un qualunque lavoro presentandomi con un gigantesco corno in testa a mo’ di cappello dichiarando la la mia religione (credo infatti nel dio Unicorno) mi obbliga ed esplicitare sempre la mia fede indossando sempre tale vistoso cappello? Su quali basi si potrebbe sostenere che la mia religione (unicornica) e’ meno importante o degna di rispetto dell’Islam o del Cristianesimo?

faber

Proviamo a ribaltare il discorso. L’azienda presso cui lavora il signor Franco Folini cambia proprietario. Il nuovo proprietario è un fervente credente cattolico/musulmano e pretende, pena il licenziamento, che gli impiegati indossino una vistosa croce o le impiegate il velo. Questa la considerebbe una discriminazione?

Franco Folini

La richiesta di “non indossare simboli religiosi” non e’ comparabile alla richiesta di “indossare simboli religiosi”. Capisco quella di faber sia una discussione per assurdo, ma i simboli religiosi non possono, a mio parere, essere imposti ad un lavoratore dal datore come non possono essere imposti ad un datore di lavoro dal dipendente. In particolare per lavori in cui c’e’ interazione con il pubblico.

faber

La mia discussione per assurdo vuole evidenziare che non si può lasciare mano libera al datore di lavoro in barba ad ogni concetto di uguaglianza e non-discriminazione. Capisco che, vista la natura profondamente irrazionale di ogni comportamento religioso, non sia semplice stabilire il confine tra simbolo e non-simbolo e lecito non-lecito. Per cui il tuo ragionamento non è del tutto sbagliato. In questi casi dovrebbe emergere il buon senso. Purtroppo la legge deve essere oggettiva per cui io tenderei a privilegiare il diritto ad indossare/non-indossare quello che pare al lavoratore ovviamente nei limiti in cui ciò non rappresenti un ostacolo grave all’attività lavorativa o determini pericoli per se o gli altri.

Roberto Grendene

l’esempio che proponi è relativo a una imposizione su lavoratori già assunti

in questo caso si va a vedere cosa dice in contratto

ad esempio dove lavoro io c’è chi è stato assunto con la clausola di poter fare i turni e chi no: i primi sono messi in turno, gli altri no (salvo cambi di contratto o salvo accettazione volontaria)

whichgood

Non ti assumerebbero ma potresti fare causa e vincere un bel risarcimento per discriminazione religiosa, scondo la sentenza della corte europea.

Enza

Mah non so voi altri, ma per me la religione, dovrebbe essere una cosa unicamente privata e non sbandierata ai quattro venti, sia nella vita pubblica che lavorativa. certe pretese, per me non hanno alcun senso, se vuoi esplicitare la tua religiosità fallo nel privato, punto. E dico ciò per qualunque fede o credenza, mussulmani, ebrei, cristiani, ecc… Perché mai i credenti, di qualsiasi fede, devono avere mille scusanti mentre chi non crede affatto, o professa il suo credo nella sola intimità della propria casa, non viene mai preso sul serio? Per me la religione con lavoro, vita pubblica e mansioni che ti portano a contatto con molte persone, diverse da te perdi più, non ci azzecca niente.

Alessandro

Se si tratta di una azienda privata spero possano scegliere chi assumere o no senza dover dare troppe spiegazioni. Avrebbe potuto far loro causa se fosse prima riuscita a farsi assumere. Ha sbagliato tempistica per fare la vittima. Che poi, se proprio vuole addurre motivi “religiosi”, il Corano non impone l’hijab chiaramente ma dice sibillinamente: « E di’ alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d’un velo (“walyaḍribna bikhumūrihinna ʿalā ǧuyūbihinna”) e non mostrino le loro parti belle ad altri che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle loro donne, o alle loro schiave, o ai loro servi maschi privi di genitali, o ai fanciulli che non notano le nudità delle donne, e non battano assieme i piedi sì da mostrare le loro bellezze nascoste; volgetevi tutti a Dio, o credenti, che possiate prosperare! ». Ora, a me pare che la ragazza “provochi” il maschio musulmano, notoriamente di carne debole, molto di più con quello sguardo penetrante e quella bocca sensuale che mostrando i suoi capelli.

Tino

Cioè in sostanza se non fosse stata molto carina il rifiuto sarebbe stato normale, magari si sarebbe presa pure gli insulti dell’uomo di strada (o della donna di strada) invece con la parola magica velo scatta subito la discriminazione. Giusto far notare che nessuna azienda assumerebbe persone con scritte blasfeme. E nemmeno una scuola statale.

faber

Se per un determinato posto di lavoro (che so, un ufficio) assumessero ragazze indipendentemente dall’aspetto e poi ne escludessero una perché, per esempio, strabica sarebbe una discriminazione. Se per questo posto di lavoro avessero richiesto un abbigliamento privo di “suppellettili” tipo copricapo, sciarpe ecc (lo hanno fatto? non lo so non ho tutte le informazioni) per tutte le ragazze non si tratterebbe di discriminazione. Se invece l’esclusione riguarda questo specifico copricapo religioso è una discriminazione.

Rester

Primo, il datore di lavoro può assumere chi vuole e come vuole; se nel colloquio (colloquio, quindi non l’ha assunto e poi lo obbliga) ad una persona con piercing tipo anello da toro al naso il datore gli dice “se non vuoi togliertelo non posso assumerti” non è discriminazione, semplicemente il datore detta regole di abbigliamento di un certo tipo. Per assurdo, una ditta che cerca solo ragazze (promoter, necessità di mani piccole per lavori di precisione) o solo ragazzi (magazziniere, muratore) è discriminatoria a prescindere. Una ditta che assuma solo ragazze che indossino esclusivamente gonne o al contrario pantaloni può essere discriminatoria. In nome della libertà religiosa io potrei andare in giro con un elmo da oplita in testa e voler essere assunto in banca o magari come venditore, e se passa una cosa del genere PRETENDERE di essere assunto pur essendo vestito da pagliaccio. Oppure, in nome della libertà religiosa, pretendere che alla mensa aziendale durante la quaresima non si mangino certe cose. O magari di essere assunto in una struttura cattolica con una maglietta come già detto con su scritto “Dio non esiste”. Il concetto è il principio: capo scoperto, religione o non religione significa capo scoperto. Se non avesse assunto lei ed invece un oplitano sarei anche d’accordo, ma se mi fossi presentato io conciato così mi avrebbero cacciato a pedate ugualmente. Il mondo, togliendo la crisi, è pieno di possibilità lavorative vai da un’altra parte dove permettano di vestirti come vuoi

faber

“Primo, il datore di lavoro può assumere chi vuole e come vuole”
Secondo me non è così! Sarebbe corretto un datore di lavoro che non ti assume perché sei gay? Perché sei nero? Perché porti i capelli rasta? Perché hai gli occhi a mandorla? Perché porti l’apparecchio acustico? Perché hai piercing? Perché non hai piercing?
Se non avessero assunto una ragazza per il colore della pelle cosa avresti detto? Rispondi sinceramente! Mi spieghi la differenza rispetto a questo caso?

Diocleziano

faber
e se la ragazza avesse scoperto che, una volta che sia stata assunta,
il lavoro di volantinaggio consistesse nel distribuire fette di prosciutto,
proibito dalla sua religione, avrebbe avuto il diritto di opporsi?
Gli obblighi non sono a senso unico.

Rester

Il colore della pelle si può cambiare? No. L’orientamento sessuale inficia le prestazioni lavorative? No. L’ipoacusia si può curare senza apparecchio? No.
I capelli rasta si possono cambiare? Si. L’abbigliamento si può cambiare? Sì. I piercing si può evitare di farli? Sì. Nell’esercito ti prendono se hai piercing? No. È discriminazione? No. Se io ti dico non ti assumo perchè sei troppo basso ma invece lo faccio perchè sei negro è discriminazione? Sì. Per la legge lo è? No, perchè io non ti assumo perchè sei basso. Se il tizio in questione non avesse voluto assumerla perchè musulmana avrebbe trovato mille pretesti, invece le ha chiesto di togliere il velo per regole aziendali. Punto, non arrampichiamoci sugli specchi grazie

birba

caso estremo riguardo al colore della pelle capita tutti i giorni: nell’alta moda.
vogliono 4 bionde, 4 more, 4 rosse e 2 negre.
e se si presentano 10 negre alcune sono giocoforza escluse per il colore della pelle 😀

faber

Tu dici “l’orientamento sessuale inficia le prestazioni lavorative?”. Perché un velo in testa in questo caso si? Per quanto riguarda i piercing/tatuaggi nelle forze armate secondo me ci sono alcuni condizioni particolari e cioè: il fatto di avere dei segni particolari potrebbe renderti facilmente riconoscibile in un lavoro in cui non dovresti esserlo? In questo caso si, e infatti questa è la motivazione addotta per l’esclusione. In altri casi (lavoro di ufficio) io la ritengo una discriminazione ingiusta al pari del velo, della croce ecc ecc. Lo stesso discorso lo applico al caso dei rasta. Non ammetto eccezioni religiose di nessun tipo. Ho avuto un professore universitario che portava i rasta. Uno dei migliori che abbia avuto per capacità didattiche e scientifiche. Molto probabilmente su molti altri posti di lavoro sarebbe stato discriminato ingiustamente. Nel caso della moda è evidente che in quel caso c’è una relazione diretta con l’attività lavorativa che consiste appunto nell’essere “abbinati/e” ai vestiti che si indossano o al messaggio che il pubblicitario vuole veicolare. Se lo stesso criterio venisse usato per un posto da impiegato/a secondo me ci sarebbe una discriminazione. La domanda in questo caso è: il velo in testa ha un qualche legame con l’attività lavorativa? Per gli altri assunti è prevista una divisa necessariamente priva di copricapo o con copricapo di “ordinanza”? Si o no? Rispondendo a questa domanda si ha la risposta se ci sia stata o meno discriminazione. Io non so rispondere perchè non ho gli elementi per farlo.

Sandra

faber,
l’abbigliamento può essere secondario in certe professioni, dove conta di più la competenza, come l’esempio che porti del tuo professore, che come commesso sarebbe stato scartato, ma non ingiustamente. Per una professione che si riduce a poco più dell’immagine, come per una commessa o una hostess a una fiera, l’abbigliamento è uno dei pochi criteri su cui effettuare la selezione. Conta la presenza, l’affabilità, la gentilezza. E il velo ha un legame con l’attività lavorativa, perché il cliente che entra in un negozio a Milano (non al Cairo) si aspetta di vedere un certo tipo di persona. Hai mai visto una commessa vestita a stretto lutto come si usava in Sicilia? Eppure a Milano ne vedevi in giro di donne tutte vestite di nero, per strada però, non nei negozi. Perché ci sono ruoli che devono essere neutri per definizione, e chi lavora in un’attività commerciale si limita al commercio, non passa altri messaggi “evitabili” sulla sua vita o sulla sua fede. Il velo è un messaggio di religione, e per di più retrograda, come quello del nero della vedovanza. Il cliente scappa (a meno che il cliente che si vuole attirare non sia un ricco arabo). Dipende dalla clientela che vuoi attirare.

Rester

Non le hanno chiesto di abiurare la propria religione, le hanno chiesto di togliere il velo. Una richiesta legittima di un datore di lavoro che richiede uno standard, divisa o non divisa. In un ufficio, anche non a contatto con i clienti, sono richiesti giacca e cravatta e quindi se io andassi in maniche corte potrei essere giustamente ripreso. Se si fosse presentata una ragazza listata a lutto con un tendone nero che la copre da collo a piedi, le sarebbe stato chiesto di toglierselo. Sarebbe stata dicriminazione? No, perchè non dipende dalla sua religione. Però quando viene richiesto di scoprirsi il capo ad una mussulmana è automaticamente discriminazione religiosa. Se venisse permesso questo, dovrebbe essere permesso di entrare in banca a capo coperto perchè altrimenti qualcuno potrebbe offendersi. Se qualcuno non vuole cambiare il proprio look, non è obbligato ad andare a lavorare in posti dove lo richiedono; il velo non inficia il lavoro come non lo fa il niqab come non lo fa uno scolapasta. Vai a dire ad un datore di lavoro: lei non mi assume perchè ho uno scolapasta in testa nonstante me lo imponga la mia religione. Vai a fare volantinaggio con solo gli occhi che spuntano dal niqab. Come ho detto è il principio: se si cominciassero a fare eccezzioni per la religione io potrei essere legalmente autorizzato a fare causa ad un datore d lavoro cattolico che non mi assume perchè ho su una maglietta di jenus o magari con su scritto “Dio non esiste fattene una ragione”. Potrei inventarmi una nuova religione per vestirmi con slip, sandali e ali finte. Chi è che può dimostrare che non ci credo davvero?

faber

Prendo atto del fatto che secondo la maggioranza voi il datore di lavore può fare come cavolo gli pare. La mia opionione è che non sia così nel momento in cui si vadano a toccare degli ambiti che non c’entrano con l’attività lavorativa. Come ho specificato in precedenza SE nel caso in questione fosse richiesta una tipologia specifica di abbigliamento allora la posizione dell’azienda avrebbe un senso. Se la restrizione riguarda in maniera specifica il chador no. Stiamo parlando del chador, non del niqab a cui fa riferimento rester e che, ricordo, è contrario alle leggi dello Stato. Si tratta di opinioni ma continuo a non vedere la differenza tra un capo che non ti assume solo perchè indossi il chador (lo ripeterò fino alla nausea, a meno che non ci siano motivi specifici legati all’attività lavorativa) e uno che non ti assume perchè non vuoi indossarlo.

Alex

Faber il datore di lavoro ha solo richiesto che la ragazza si abbigliasse in un certo modo per avere un look che sia gradito alla sua clientela.
In un negozio che vende capi griffati molto difficilmente troverai ad esempio una comessa punk piena di tatuaggi o piercing. Semplicemente perchè il tipo di clientela che frequenta quei posti preferisce un certo tipo di “immagine”. Come in altri lavori da esempio è previsto l’indossare giacca e cravatta o similari. Io non penso che doversi vestire in un certo modo durante il proprio orario di lavoro sia qualcosa di discriminante.

Sandra

faber
ma sì che c’entrano, la ragazza deve lavorare a contatto con il pubblico. E quindi il suo aspetto conta, tanto è vero che le hanno scritto “sei molto carina”. Il datore di lavoro è stato fin troppo sincero (e infatti lei glielo sta facendo pagare) le ha confermato l’offerta, quindi non aveva nessun pregiudizio sulla sua sua religione o la sua origine. Ma qui andrà a finire come il caso del Baby-loup, sempre più datori di lavoro si limiteranno a rispondere “Siamo molto spiacenti di…” e via.

manimal

@Faber

a me sembra, molto semplicemente, che un datore di lavoro non abbia alcun obbligo di motivare una mancata assunzione.
e mi pare che anche in questo caso non l’abbia fatto.
le ha chiesto la disponibilità a lavorare senza il velo, ma al rifiuto della ragazza non mi pare che abbia esplicitamente detto che questo rifiuto è la causa della mancata assunzione.

Francesco S.

Faber è così che funziona il privato, teoricamente se gli stai anche antipatico a pelle, non ti assumono, che poi possa essere una scelta idiota perchè si rischia di privarsi di ottimi elementi è un altro paio di maniche. Alla fine il capitale lo mettono loro. Non esiste l’obbligo di assunzione.

Francesco S.

e comunque è abbastanza diverso imporre sul posto di lavoro un certo abbigliamento e/o comportamento come condizione necessaria per l’assunzione dal non assumere qualcuno per l’orientamento sessuale o il colore della pelle.

claudio285

perchè sei gay no, perchè sono fatti tuoi, sono fatti che riguardano la tua vita privata, che in nessun modo possono incidere sull’adempimento ai compiti del lavoro, ma perchè hai i rasta certo. Se il lavoro esige un aspetto “conformista” tu se vuoi il lavoro devi adeguarti, e i capelli te li tagli.

Nessuno ha chiesto alla ragazza di cambiare religione, ma solo di modificare l’abbigliamento in funzione dello svolgimento di un lavoro che evidentemente non prevedeva la possibilità di indossare il velo. Tutto qui.

birba

l’antipatia è molto importante io non vorrei stare con capo imbecille o viceversa avere come compagno uno che sfotte tutti.
se devi stare in un ufficio ci vuole gente inquadrata come te, immagina lavorare al CAD con gente senza passione, che odia il pc e ti scassa la minc.. tutto il giorno sfottendoti che sei un nerd ( capitato ).
il datore di lavoro non fa elemosina assumendoti ed allo stesso tempo tu non sei uno zerbino ma metti sul piatto la tua competenza e l’impegno totale ad adeguarti al suo sistema.

whichgood

Vada a far causa al suo Dio omofobo che la costringe a vergognarsi di essere donna e mostrarsi anche “sensuale”. Lasci stare i comuni mortali che la tormentano e viva dalla preghiera.

parolaio

Come ho avuto modo di scrivere altre volte, l’Islam va dagli Stati Uniti (Mohammed Alì per esempio) all’Indonesia. Si attraversa tutta la terra con realtà diversissime.

Negli USA le donne vestono normalmente, in Senegal il velo non lo porta nessuno.
Il Corano dice che per alla moglie va pagata una dote, ma in Pakistan questo non succede perché l’uso locale ritiene la donna un debito, ed è il padre a pagare per ‘liberarsi’ della figlia, come tutti gli indiani di religione Indù, o magari atei.

Gli usi locali si mescolano alle regole delle religioni, fare di ogni erba un fascio è irrazionale (per usare un termine aborrito in questo luogo).

whichgood

Non si può certo fare di ogni erba un fascio ma giustamente se gli usi locali si mescolano a quelle delle religioni non vedo perchè devano essere quelle religiose ad avere priorità. Pretendere di avere un lavoro e adeguarlo ai propri cappricci è arrogante.

Francesco

“come tutti gli indiani di religione Indù, o magari atei.”

…o magari cristiani.

Diocleziano

Quale spiegazione razionale giustifica che un credente dimostri
la sua fede con un abbigliamento particolare?
Spessissimo la fede calcistica in certi individui è superiore a quella
religiosa, in senso assoluto e fino a raggiungere livelli patologici,
ma se pretendessero di indossare la maglia della loro squadra
sul posto di lavoro, li manderebbero a ca… e nessun sindacato
e nessun giudice li difenderebbe.

(Mi vien da pensare che questi paranoıcı del calcio, tutto sommato,
siano più normali dei credenti perché, non ho mai sentito casi
in cui avessero preteso di vestire la maglia della squadra sul posto di lavoro,
nonostante che il tifo faccia soffrire più che la fede!). :mrgreen:

whichgood

Musulmani ed ebrei uniranno le loro forze per una class action contro la Rovagnati per costringere la gente a far pubblicità esclussivamente su prodotti di origine suino.

MarcusPrometheus

In parte le sentenze e le norme europee svolgono una funzione di giustizia e di progresso non incompatibile con l’organizzazione del lavoro e con l’eguaglianza dei cittadini.
Per esempio ferie piu’ a richiesta individuale che basate su feste di una sola religione.
In (grossa) parte siamo gia’ alla follia.
Infine siamo alla follia perche’ il reddito disponibile almeno in Europa e nazioni gia’ sviluppate non permette piu’ di largheggiare, da cui deriva la perdita di tanti “diritti” dei lavoratori.
Ci siamo dimenticati che i “diritti” economici non possono esistere solo per desiderio politico espresso da una legge ma esistono solo DOPO che la ricchezza di cui codificano la distribuzione e’ stata prodotta ovvero SE esiste un reddito adeguato fornito dal funzionamento dell’economia.
E con il petrolio a 150 $ al barile, l’economia e’ necessariamente molto diversa da quando una quindicina di anni fa costava 20 $.

O detto ancora piu’ correttamente, con EROEI (energy return over energy invested) basso (ovvero Eroei sotto 10 come col petrolio da scisti e bitumi e shale gas ed anche energie rinnovabili attualmente gia in uso generalizzato) l’economia basata su alto consumo individuale di energia e’ molto diversa da quella possibile con Eroei 50.
RESTA POCHISSIMO DA SCIALARE, anzi niente.
Solo il progresso delle rinnovabili verso EROEI molto piu’ alti puo’ permettere a QUESTO sistema economico di sprechi di andare avanti (salvo se non declina la popolazione e lo spreco, sbattere un po’ piu’ tardi contro altri limiti ecologici di risorse scarse e di inquinamento).
Il petrolio a livello del suolo o addirittura quello che zampillava fuori a pressione in luoghi abbastanza accessibili 100 anni fa
come Pennsilvania, Texas, Baku (mar Caspio) eppoi Arabia aveva eroei 100.

Cordiali saluti. Marcus Prometheus.
​L’alto reddito goduto da miliardi di umani oggi e’ sostenibile nel tempo? E’ reddito vero? Oppure, e’ prodotto dalla vendita / distruzione / consumo una tantum di beni patrimonio naturale? Quanto di quel che definiamo crescita, è entrata derivante dalla distruzione del capitale naturale non rinnovabile e quanto e’ vero reddito da lavoro? Carburanti fossili, Acqua fossile, Foreste, Specie pescabili, Metalli rari, Superfici coltivabili, Topsoil fertile, Spazio pro-capite, Bellezze naturali, Biodiversita’ non son consumati per sempre? http://www.rientrodolce.org/

Stefano Grassino

Facciamo un esempio: io apro un ospedale, assumo alcuni ginecologi facendo loro firmare una dichiarazione in cui si assumono il dovere di rispettare la legge 194. Qualora non eseguissero tale mansione, verrebbero automaticamente licenziati.
Dopo tre mesi uno di loro si mette a fare l’obiettore. Secondo voi come va a finire?

faber

Non sono un avvocato ma penso che, dato che la legge consente l’obiezione, probabilmente perderesti la causa. Magari mi sbaglio eh…

Priapus

Poichè non ci bastano i deliri dei cattopiteci nostrani per movimentarci la vita, votiamo una legge, per cui i pitecantroti di tutto il mondo hanno il diritto di venire in Italia ad imporci i loro deliri più assurdi; solo per renderci la vita più divertente.
Nel caso esaminato, se non c’è un contratto di lavoro già in essere, nessuno può obbligare il dato re di lavoro privato a stipularlo; questo in via di principio, ma giudici e tribunali italiani stanno diven
tando sempre più inaffidabili e quelli sovranazionali si stanno aprendo al favor religiolus.

Francesco

Papa (emerito): Per me esta donna es in cierca de notorietà.
Segretario: Lo pensa davvero?
Papa (emerito): Ma ciertamente e che cambiano li tiempi e se truovano nuevos sistemas, ora se attaccanos alle tradiziones religioses, mentre in passatos…
Segretario: In passato?
Papa (emerito): Avriebbe dettos di essere la nipote de Mubarak.
Segretario: Sua santità, ma insomma…..

Francesco

E’ vero, questo era quello “ufficiales”.

Papa (ufficiale): Che imbecilles sto utiente Francescos.
Papa (emerito): Io credo che dipendere anche dal nomen….
Papa (ufficiale): Grrrrrrrrrrr……..!
Segretario: Finitela!

Flavia

e basta con sti veli e ste pretese …. tornatevene dove i vostri usi, costumi, tradizioni e convenzioni prevedono quello che loro vogliono.
Gli italiani all’estero si sono sempre adeguati dove si sono stabiliti non vedono perchè “loro” non lo debbano fare.
Già dobbiamo sopportare le imposizioni del Vaticano ci manca di sopportare anche l’islam ora e mi trasferisco su un altro pianeta.

Reiuky

Bho… secondo me ha sbagliato la ditta a lasciare tracce…

Se avesse scritto “Sei carina, ma sei disposta a cambiare il colore della pelle (con il trucco, ovvio)?” non sarebbe stato razzismo?

Avrebbe dovuto cassarla senza neanche ricontattarla.

whichgood

C’è una certa differenza fra selezionare qualcuno per il colore della pelle o per il fatto che nasconde i cappelli. E nonostante questa differenza possono esserci lavori che escludono i candidati ANCHE per il colore della pelle, ad esempio, un set fotografico pubblicitario.
Poi ci sono anche dei casi particolari, se la ragazza possiede qualche malformazione sul cranio oppure qualche malattia cutanea ci può anche stare e comunque anche il questo caso ci sono altri lavori che la ragazza può fare, qua stavamo parlando di pubblicità.
Nascondere le tracce?. Lascia questa pratica ai preti disonesti.

faber

La frase nuda e cruda “lasciare le tracce” rivela una triste verità: se la ditta non avesse addotto motivazioni, sarebbe stato un colloquio come un altro e via. Nella richiesta di togliere il velo la ditta ha esplicitato che era proprio quella la ragione del rifiuto. Fermo restando che, se si verificasse che una ditta discrimina in maniera non giusticata nelle assunzioni o nei rapporti di lavoro in base a razza, sesso, genere, religione ecc. a mio modo di vedere dovrebbe passare dei guai. In caso contrario qualsiasi ditta potrebbe trovare una pseudo-motivazione per discriminare chi vuole:
– Un società di affari potrebbe sostenere che i clienti si aspettano di trovare davanti dei maschi quindi è ovvio che le donne siano penalizzate;
– Una ditta di pulizie potrebbe decidere di non assumere persone dell’est europa perchè la propaganda e la vulgata popolare le associano alla disonestà quindi i clienti potrebbero non gradire di averle in casa;
– Un’azienda potrebbe non assumere operai iscritti al sindacato X o al partito Y perché non in linea con la politica aziendale;
– Nessuno assumerebbe un transessuale visto che creerebbe disagio nella stragrande maggioranza dei clienti di moltissimi settori;
Questi esempi sono volutamente estremizzati e fanno riferimento a luoghi comuni e, ovviamente, non sono minimamente paragonabili alla richiesta di togliere un velo. Tant’è che la mia obiezione non riguarda il caso specifico (se esiste una divisa o un abbigliamento particolare per il lavoro ho già puntualizzato che la ditta avrebbe ragione) ma il principio espresso da molti in base al quale il datore di lavoro può assumere chi vuole in base ai criteri che ritiene più opportuni.

Sandra

I criteri di assunzione di un datore di lavoro sono quelli che gli permettono di lavorare. Il proprietario di una macelleria islamica, secondo te, potrebbe assumere una cassiera che si presenta al lavoro scollata e in minigonna? No, perché la sua clientela non gradirebbe. Il datore di lavoro si deve adattare ai gusti del cliente, pena la chiusura. E’ una delle tante cose “ingiuste” della vita. A Milano comunque ci sono molti islamici, sicuramente ci sarà qualcuno che voglia offrire un lavoro che consenta a questa ragazza di tenersi il velo, se è tanto di vitale importanza.

Rester

Ed è quello che ho detto: se non avesse voluto assumerla in quanto mussulmana avrebbe trovato un pretesto o messo la classica “ci dispiace ma…”. Invece ha detto che era adatta per il ruolo a patto che si togliesse il velo. Lei non ha voluto e lui non l’ha assunta, come le aveva apertamente detto. Qui non è lui che discrimina, è lei che discrimina se stessa mostrandosi completamente ostile e supponente riguardo a qualcuno che ha richiesto semplici requisiti, e non essendone in possesso perchè NON VOLENTE, non perchè non ne è in grado, pretende non diritti (perchè qui il diritto è di chi assume nel scegliere chi vuole), ma obblighi nei suoi confronti. Io ho il velo quindi tu sei obbligato ad assumermi anche se mi hai espressamente detto che se voglio il posto devo togliermelo, perchè altrimenti mi discrimini. Per lo stesso motivo quindi, io posso mettermi in testa lo scopettino del cesso e obbligare qualcuno a farmi assumere perchè mi sento discriminato se non lo fa

faber

@Sandra
Spero che ti renda conto che il concetto “il datore di lavoro si deve adattare al gusto dei clienti” sia perfettamente in linea con le giustificazioni che avevo immaginato nei casi estremi che ho portato ad esempio rispettivamente di misoginia, xenofobia e omofobia…Ti faccio una domanda: il fatto che esista una società fortemente omofoba giustifica un datore di lavore a non assumere una transessuale?
@rester
Il discorso che sto facendo prescinde dal caso in questione così come prescinde dal concetto religioso-non religioso. Purtroppo molto spesso introdurre un diritto ne limita un altro. Se vogliamo questa è la natura stessa della Legge. Andando sempre per paradossi, proteggere il diritto di vivere punendo l’omicidio limita il diritto di uccidere. In questo caso tutelare le libertà collettive (dei lavoratori) limita in parte la libertà individuale (del datore di lavoro). Non esiste la ricetta perfetta. In ogni caso è necessario individuare un equilibrio perché la coperta è corta per definizione. La mia opinione è che sia meglio correre il rischio di un impiegato che arriva in ufficio con lo scopettino del cesso in testa, piuttosto che lasciare dei margini di manovra a discriminazioni reali.
Detto ciò passo e chiudo perchè quello che doveva essere detto è stato detto. Grazie della chiacchierata e dello scambio di opinioni.

Sandra

un privato vuoi dire? E sì, purtroppo è così. Se hai un negozio operi in regime di concorrenza, e se ti accorgi che a seguito dell’assunzione di un/una dipendente perdi clientela, non hai scelta, ovvero ce l’hai tra cambiare collaboratore e andare avanti o tenerlo e chiudere. Non si può essere obbligato ad assumere qualcuno che ti penalizzerà economicamente, vale per la Fiera e per la macelleria islamica.

lector

“Ma si sa: i sostenitori della libertà di religione sostengono solo la propria libertà e la propria religione”

“Finché tu hai il potere, io reclamo la libertà perché ciò è conforme ai tuoi principi.
Quando finalmente il potere ce l’ho io, ti nego la libertà, perché ciò è conforme ai miei principi.”

il mercatone della Fede

********** TG1 *************

Papa Francesco continua a stupire con la sua determinazione nella scelta di vita austera. Stamattina ha deciso che continuerà ad usare il papamobile a condizione di essere lui stesso a pulirlo e mantenere il motore. Ha chiesto soltanto che qualcuno gli prepari il matè argentino mentre lui strofina collo straccio. Ha anche dichiarato che userà le due stufe della Cappella Sistina per fini più pratici: una per cuocere le salamelle argentine e l’altra per scaldare l’acqua per il bagno.

justin

non so perche’ ma in questo caso mi viene spontaneo solidarizzare con la ragazza, in fondo vuole semplicemente trovare un lavoro. nel suo caso in particolare si, penso sia stata discriminata. non capisco dove si voglia andare a parare dicendo che “Ancora una volta, la libertà di religione diventa l’escamatoge con cui chiedere privilegi, ai quali non possono accedere i comuni mortali” e sarebbero questi privilegi? prendere 5euro all’ora per volantinare porta a porta?
detto da un hardocre atheist, imho.

manimal

il privilegio è la pretesa di poter derogare a regole a cui generalmente non è consentita eccezione, solo perché la motivazione è di natura religiosa.

io penso che occorrerebbe meno conformismo nella nostra società, e vedo , per esempio, poco giustificata la pretesa di imporre certi tipi di abbigliamento (es: giacca e cravatta) in alcuni ambiti lavorativi, eccetto quando occorre indossare delle divise aziendali, o quando vi sono esigenze di sicurezza e/o igiene.
però, nonostante ciò che io ne possa pensare, queste sono regole universalmente accettate, e non vedo perché debbano cadere per una convinzione personale quale è la fede religiosa, e non invece per convinzioni di altro genere.

quindi, concordo con te che è ingiusto discriminare una ragazza solo perché vuol coprirsi i capelli, ma è altrettanto ingiusto discriminare chi vuole andare al lavoro con una cresta punk, tanto per fare un esempio: o si regolamentano queste discriminazioni in senso omnicomprensivo, o ammettere eccezione religiosa sarebbe una ingiustizia per tutte le altre convinzioni personali.

justin

assolutamente d’accordo. io faccio lo chef e sono coperto di tatuaggi, il mio secondo e’ un rasta, non siamo in Italia 😉 questa credo sia la differenza. concordo con te su “o si regolamentano queste discriminazioni in senso omnicomprensivo, o ammettere eccezione religiosa sarebbe una ingiustizia per tutte le altre convinzioni personali.”
se la persona e’ qualificata non dovrebbe esistere nessun tipo di discriminazione, personalmente in Italia ho subito discriminazioni solo e solamente per i tatuaggi in quanto sono un professionista.

manimal

beh, ma voi cuochi siete fatti con lo stampo? 🙂
lo dico perché un mio conoscente era cuoco e tatuatissimo.
adesso è un ottimo tatuatore (tra l’altro con discreti introiti)…
se decidessi di rientrare, potrebbe essere una strada anche per te…

justin

dai commenti pare che questa ragazza sia in realta’ una pericolosa imam dedita alla propaganda jihadista piu’ estrema. dal velo alla conquista del mondo pare un pochino tirata, alla luce del fatto che sono anni che leggo la contro-propaganda la quale annuncia il sempre ‘imminente’ attacco alla ‘nostra’ cultura, ‘tradizioni’ ecc [ roba che se la senti dire da qualcun altro parte l’etichetta ‘fascista’ ] che vede nel velo il male assoluto e lo strumento di ‘baratto’ per eccellenza.

claudio285

detto fuori dai denti: una persona che, pur italiana, pur vissuta in una democrazia, sebbene poco laica come quella italiana, non si toglie il velo a costo di perdere un’opportunità di lavoro, mi fa paura.
Non le hanno chiesto di cambiare religione, non le hanno chiesto di fare apostasia, le hanno chiesto se, per caso, poteva togliersi il velo per motivi di lavoro, non ideologici.
La scelta l’ha fatta lei, non volendoselo togliere.

Infatti esiste una cultura da proteggere, che è quella dei diritti, della laicità, dell’autonomia della persona e della libertà. Libertà che se un tribunale darà ragione alla ragazza, sarà negata. Perchè sarà negata all’azienda la libertà di decidere i requisiti dei candidati, pur se questi requisiti non hanno nessun contenuto di discriminazione (altrimenti proprio non le avrebbero prospettato l’assunzione).
E sarà negata il valore della laicità, che vede la religione come uno dei tratti che caratterizzano l’individuo, il quale tratto deve poter subire delle “diminuzioni” nel normale svolgimento di una vita sociale, come avviene per tutti gli altri, e verrà imposto invece un concetto di “laicità positiva” che vede in quello religioso il carattere esiziale dell’individuo, esaurendosi in esso l’identità personale.
Perciò, teniamoci strette le nostre tradizioni laiche e democratiche, e difendiamole.
Bene ha fatto l’UAAR a porre il problema e a schierarsi, perchè bisogna che finalmente anche il tassello islamico (e fondamentalista in genere) sia rimesso al suo posto.

Senjin

Sai poi cos’è che mi fà incavolare? Tanta gente a solidarizzare con una ragazza il cui solo problema è di essere una fanatica intollerante incapace di adattarsi ai vari contesti sociali.
Le migliaia invece di mussulmani e mussulmane che lavorano senza rompere l’anima a nessuno quando si trovano magari a chiedere diritti sacrosanti (orari di lavoro non disumani, contratti in regola, ecc) vengono bellamente ignorati. Ad esempio i braccianti stagionali (in maggioranza immigrati africani) costretti a lavorare e vivere in condizioni di vera e propria schiavitù.

justin

d’accordo, allora rimandiamo al “o si regolamentano queste discriminazioni in senso omnicomprensivo, o ammettere eccezione religiosa sarebbe una ingiustizia per tutte le altre convinzioni personali.” come suggerito dall’utenta manimal

DucaLamberti74

Dato di fatto oggettivo.
E’ facoltà del datore di lavoro scegliersi i dipendenti.

Io posso assumerti…tu vuoi tenerti il velo…ed allora vatti a fare assumere da una moschea, da una madrassa oppure trovati come titolare un imam barbitto, barbuto e multiculturale.

In alternativa puoi sempre dedicarti a diventare moglie, stare a casa e dedicarti a marito e figli come vuole la tua religione cui ti appelli per il tuo velo.

Si ode a sinistra un coro di comunistoidi:
————
Duca, sei un razzista, fascista, qualunquista…è uan società multietnica e multiculturale e noi dobbiamo capire le religioni di questi nuovi popoli che arrivano perchè il futuro e meticcio…dobbiamo capire e comprendere l’islam e farlo nostro perchè loro sono multietnici ed arricchiscono la nostra cultura…
————

BENE, la signorina qui vuole al tempo sesso:

#A) Essere fedele alla sua religione barbittosa.
#B) Lavorare perchè i soldi fanno comodo e bisogna dare una mano in casa.

DEVE scegliere…#A) oppure #B)…

I possibili datori di lavoro (quindi era la signorina multietnica che aveva necessità di lavoro) le hanno risposto con gentilezza e cortesia.
Si tolga il velo e forsse..ma foorse possiamo darle un lavoro.

La cosa che metterà tristezza saranno dei giudici comunistoidi che condanneranno i “razzisti” e “xenofobi” datori di lavoro perchè NON hanno capito i topos culturale della fanciulla.

I musulmani vogliono barbittare ed essere multiculturali e possono farlo quando vogliono e come vogliono ma al loro paese.

BASTA BARBITTI MULTICULTURALI
BASTA BARBUTI MULTIETNICI

Unione Europea Stato Laico

DucaLamberti74

faber

DucaLamberti, non so se ti rendi conto che i multiculturali in Italia siamo anche noi che, da atei, chiediamo la rimozione del crocifisso, l’abolizione dell’8×1000, diritti per tutte le coppie, il testamento biologico ecc ecc. Siamo minoranza culturale in questa nazione e, in quanto tali, se esistesse il monoculturalismo dovremmo solo starcene zitti in un angolino ad osservare la maggioranza della popolazione osannare Franceschinos. Anzi, giacchè ci siamo, forse dovremmo cominciare ad osannarlo anche noi. Fai dei proclami come se la laicità fosse una nostra caratteristica intrinseca nazionale e il multiculturalismo la minasse. Non è così!

Admin

Il monoculturalismo va evitato e combattuto. Occorre però intendersi sul significato di “multiculturalismo”. Se inteso come “garantire diritti/privilegi alle comunità anziché agli individui”, oppure “garantire diritti/privilegi ad alcune comunità soltanto e non a tutte”, giustificandoli magari su base religiose, per quanto ci riguarda non siamo d’accordo.

faber

E’ evidente che se si parla di “multiculturalismo” si faccia riferimento a tutte le culture indipendentemente se siano culture religiose, politiche o intellettuali. Ma non si può applicare un criterio per alcune e un altro per altre. Per quanto riguarda il discorso comunità/individui nel dibattito ho cercato di sottolineare non il diritto della ragazza a portare il velo islamico sul posto di lavoro, ma il diritto di qualsiasi lavoratore/lavoratrice a portare in testa un velo o un cappello, chiaramente nei limiti imposti dalla tipologia di lavoro, indipendentemente se sia per motivazioni religiose o per gusto estetico. E sempre a proposito di diritti degli individui, sinceramente mi fa specie che nel dibattito sia emerso che sia legittimo che un datore di lavoro faccia discriminazione ad opera di donne, stranieri o transessuali (e immagino per estensione a qualsiasi categoria desideri) senza che nessun altro utente abbia ritenuto opportuno ribattere. Oppio dei popoli è una definizione tanto più appropriata della religione quanto più annebbia anche le menti di chi la combatte. Difendere a priori un principio ingiusto solo perchè in questo caso va contro il “nemico” somiglia tanto a volersi evirare per far dispetto alla moglie. E questo ovviamente è un discorso generale, non rivolto alla redazione delle ultimissime.

Sandra

faber,
non esagerare però. E’ legittimo che un datore di lavoro che deve scegliere che so, un barista, valutarne le capacità con un occhio anche al tipo di clientela? Ma poverino, se gestisce un bar frequentato da milanisti magari eviterà il barista ultrà juventino. Se uno sbandiera un’idea che “cozza” con il proprio ambiente, più che legittimo diventa vitale per un datore di lavoro evitarlo. Il velo rappresenta un certo tipo di mentalità e di visione, di valori, che fanno a pugni con il concetto stesso di “ragazza di bella presenza” presso uno stand della Fiera.

DucaLamberti74

@faber:

Ci mancherebbe che io sia RAZZISTA e voglia una “monocultura”.

Se dominasse la monocultura italiota io finirei subito in un campo di concentramento a vedere tutti gli arretrati dei rality show, dei movioloni, delle partite ed ad imparare a memoria le misure delle prezzemoline oltre a pregare ed invocare perdono alla madonna impestata per NON averla mai adorata.

Infinite combinazioni in infinite diversità…così dice il motto dell’accademia delle scienze vulcaninate…

BENE… IO VOGLIO QUESTO.

Ma i barbitti e barbuti musulmani come la fanciulla in questione

PRETENDONO e PRETENDONO in nome della loro religione e secondo i comunistoidi dobbiamo ascoltarli…questo è il “multiculturalismo” che NON tollerò e che molti qui (in primis MarcusPrometheus) detestano.

DucaLamberti74

manimal

che un’azienda che cerca nuovi dipendenti possa sceglierli liberamente secondo principi anche anti democratici è un dato di fatto.
non vi è obbligo di motivare un esclusione.
in teoria un lavoratore sindacalizzato può benissimo non essere assunto proprio per l’avversione della azienda ad avere lavoratori che ritiene possano esser fonti di futuri problemi, anche se i problemi fossero il semplice riconoscimento dei normali diritti contrattuali e/o di legge.

è triste e ingiusto?
probabilmente sì, ma a mio avviso se è un aspetto da correggere, va fatto in senso generale, e non esclusivamente per quella che può essere una discriminazione religiosa.
in altre parole, niente eccezione religiosa.

rosalba sgroia

TUTTI I PASTAFARIANI VADANO ALLORA A LAVORO CON LO SCOLAPASTA IN TESTA, vediamo un po’ se si commuove qualcuno!

Via il velo se vuoi lavorare in Italia!

Ma roba da matti…

Gérard

Essendo da sempre in mezzo a gente di cultura mussulmana, posso confermarti che tutte le donne praticanti che portano il velo e che ho avicinato, non hanno NESSUN PROBLEMA a toglierselo sul posto di lavoro !
C’ è chi pero vuol fare del proselitismo e in merito a questo si pongono da vittime ” dall’ intolleranza ” .
Ripeto, conosco mussulmane ortodosse per le quali, togliersi il velo sul posto di lavoro non pone nessun problema !!

DucaLamberti74

Sono musulmani orotodossi nella loro vita privata..fatti loro.

sono persone di buon sensi in pubblico ed infatti si adattano alle regole di buon senso collettivo…NON si porta il velo.

NON dico si adattano alle leggi italiane, perchè basta trovare un giudice comunistoide, e questo le reintepreta in modo meticcio e multietnico.

DucaLamberti74

kefos93

Incredibile.
Per culo ho trovato posto da sacrestano ( stipendio più 30 per cento delle mance ) qualche inginocchiata, qualche segno della croce qualche buffetto ai chierichetti, che dire ? Niente male.
Purtroppo, il giorno della paga, mi ha solo chiesto : ” Ma non ti confessi mai ? ”
Ho dovuto dire la verità con il risultato che non dovrò più farmi vedere e non mi ha neanche pagato !

Lo posso denunciare ? O devo andare dai sindacati per ” fargli la vertenza ” ?

Ciao

DucaLamberti74

Il mio datore di lavoro NON olia mai le porte…

Con il risultato che per chiuderle…tutti devono sbatterle e c’è un collega che lo fa urlando…

Se c’è qualche sindacalista (possibilmente comunistoide e musulman-barbittofilo) chiedo se posso fare una denuncia per mobbing perchè tale comportamento va contro la mia religione dell’agnosticismo mosconiano ?

🙂 🙂 🙂 🙂 🙂

DucaLamberti74

lector

@–>Kefos

Mitico Kefos, puoi dire una parola buona al prete anche per me? Magari mi dà un posto da campanaro. 🙂 🙂

kefos93

@ lector
lo sai che bisogna campà ?
Se non ” lilleri non lalleri ” !
Insomma pe’ magna’ bisogna fa’ i grulli coi cristicoli ? No grazie.
Eppure c’è sempre la fila !
Meglio morire in piedi che a pecoroni.

Abbracci

Giorgio Pozzo

Qualche considerazione, tanto per tentare di arginare la paurosa deriva di concetti alla quale devo purtroppo assistere:

1) multiculturale non significa affatto multireligioso
2) dettare delle condizioni a chi chiede un lavoro non significa affatto discriminazione, nè imposizione
3) libertà non significa libertarismo (i diritti non possono erodere i doveri)

In dettaglio (per quelli che non hanno fretta):

1) fermo restando che la religione deve rimanere una questione prettamente personale, come i gusti sessuali o culinari, non vedo proprio come una questione puramente personale possa chiamarsi “cultura”. A me piacciono i cavoli a merenda: posso parlare di cultura del cavolo? La cultura è qualcosa di collettivo, che appartiene ad un collettivo, e che deve avere un connotato universale. Così come è inappropriato pensare che una certa religione sia parte delle “radici dell’Europa”, o dell’Italia, è altrettanto inappropriato considerare una religione come cultura. Cultura è conoscenza, e la conoscenza riguarda solamente discipline oggettive come storia, arte e scienza, e non gli ambiti soggettivi, che non possono essere universali o collettivi, e diventano facilissimamente contradditori. Ergo, il concetto di cultura religiosa è un ossimoro come quello dell’acqua asciutta.
2) se io chiedo un lavoro a qualcuno, significa che penso di poter avere i requisiti per candidarmi ad eseguire quel lavoro. Sta a me adeguarmi ai requisiti richiesti, oltretutto ricordandomi che non è lui ad avermi chiamato, ma io ad aver chiesto a lui. In Germania, per esempio, quando uno va a fare un colloquio, si sente chiedere quanto vorrebbe essere pagato. La cosa mi sembra di un’ovvietà clamorosa: non è il lavoro ad aver chiamato me, ma sono io che sto chiedendo a lui. Se io seleziono i CV e scarto chi –per esempio- non sa nulla di dinamica del volo, sto facendo una discriminazione? O un’imposizione? Sto imponendo ad un tassista di avere la patente e rispettare i semafori?
3) ci si dimentica spesso e volentieri, specialmente in Italia, dove ormai siamo abituati a lamentarci anche di una mosca, che il concetto di libertà deve avere dei confini propri. Non è -e non deve essere- affatto illimitata. Nella fattispecie, il termine (così astruso in Italia) di “coscienza civica” significa proprio l’accettazione come regola di convivenza che i diritti dell’individuo non devono prevalere nè sui propri doveri, nè sui diritti della collettività. Se siamo così deficienti (scusate il termine) da dimenticarci allegramente di queste due semplicissime disequazioni, allora, permettetemi, non mi stupisco più di tanto dello scarso livello del nostro senso civico. Stanotte, alle tre e mezza, ascolterò i Led Zeppelin a tutto volume con lo stereo (circa 200W): e, porca miseria, che nessuno si prenda l’ardire di limitare questa mia libertà personale e discriminarmi.

La mia personale conclusione è purtroppo quella di sempre: chi fa la voce più grossa ha automaticamente ragione…

faber

Probabilmente la discussione è andata un po’ fuori dal seminato, però a volte è interessante notare come anche dal caso apparentemente più semplice del mondo (nel caso in cui il lavoro preveda un determinato abbigliamento come mi sembra nel caso in questione, non c’è neanche il dubbio) in realtà possano venire fuori degli argomenti tutt’altro che scontati. Provo a rispondere:
1) Cultura non è sinonimo solo di conoscenza, e discipline come l’arte che citavi sono esattamente il contrario di oggettive. La religione non è sinonimo di cultura, ma ogni religione si porta dietro una o più culture. I dettami della religione islamica sono, volenti o nolenti, parte di una cultura. Una cultura deprecabile, spesso in contrasto con il vivere civile, ma pur sempre una cultura. Lo stesso dicasi per l’appartenenza politica, per l’adesione ad una corrente artistica e così via. Ovviamente ogni cultura viene poi declinata in maniera diversa a livello individuale, così che non esiste una singola cultura islamica, una singola cultura comunista o una singola cultura cubista. Tanto più che sia a livello individuale, che a livello collettivo, le culture si sovrappongono, si intrecciano e danno luogo ad un numero quasi infinito di risultati. Multiculturalismo significa esattamente questo, prendere atto del fatto che all’interno della società coesistono culture diverse che si intrecciano.
3) Rispondo prima al terzo punto che mi sembra consequenziale. Nell’ambito di una società multiculturale (e tranne casi di repressione assolutistica tutte le società lo sono seppure in misura diversa) la società, intesa come insieme degli individui, si dà delle regole che permettano il vivere civile per evitare la prevaricazione di una cultura sull’altra. Vivere civile significa, secondo me, trovare quel delicato e spesso difficile equilibrio tra diritti individuali e doveri verso la collettività (anche qui intesa come insieme di individui). E’ ovvio che ogni dovere implichi una limitazione dei diritti, ci mancherebbe. Ma, dato che come dicevo più su, la coperta è corta per definizione, bisogna stare attenti a non tirare troppo da un lato altrimenti potrebbe passare il concetto che i Led Zeppelin sono fastidiosi e non li si può ascoltare nemmeno a mezzogiorno. Così come non bisogna pensare che un islamico possa imporre a tutta un’azienda di bloccare la produzione durante il ramadan.
2) I requisiti richiesti per un determinato lavoro non possono prescindere nè dalla tipologia di lavoro in sè nè dalle regole di convivenza civile di cui abbiamo parlato più su, altrimenti si realizza il rischio che paventavi per cui “chi fa la voce più grossa ha ragione”. Per questo riterrei ingiusto che un’azienda possa porre ad una donna l’alternativa tra gravidanza e posto di lavoro nonostante ovviamente per l’azienda garantire la presenza sul posto di lavoro possa essere un requisito importante. Per lo stesso motivo riterrei ingiusto che un’azienda possa decidere di escludere a priori le transessuali nonostante ciò possa essere ritenuto svantaggioso (ahimè ancora a questo siamo) per il datore di lavoro. E per lo stesso motivo riterrei ingiusto se un datore di lavoro decidesse di escludere a priori una ragazza che porta il velo qualora ciò non abbia nulla a che fare con l’attività lavorativa (che, ripeto, non mi sembra il caso in questione nell’ultimissima).

Sandra

faber,
questa è la risposta dell’ufficio legale dell’azienda:
«Nel caso di specie la mancata instaurazione di un rapporto lavorativo nulla ha a che fare con il credo religioso della candidata, bensì è riferibile alla mancanza di precisi criteri e standard estetici richiesti da Evolution Events. La candidatura di Sara è stata rifiutata dietro richiesta del cliente per il quale, in quel momento, la nostra agenzia stava operando. Da parte nostra non c’è alcuna preclusione, tant’è che spesso diamo lavoro anche a ragazze col velo e tra i nostri clienti c’è una banca marocchina. Chi si propone per lavori d’immagine, però, deve sapere che queste attività presuppongono criteri precisi, che sono anche visivi e che possono condizionare le scelte dei selezionatori durante i casting».

Adesso immagina che questa ragazza vinca la causa. Cosa pensi farà un datore di lavoro, di fronte a una richiesta di lavoro di una musulmana? La butterà via, per paura di fallire per risarcimenti come successo all’asilo francese.
Tra l’altro la stessa cosa che dovrebbe succedere negli ospedali italiani, non si dovrebbero più assumere ginecologi obiettori, dato non è obbligatorio specializzarsi in Ginecologia e rifiutarsi di aderire a tutte le specifiche della professione.

Sandra

faber,
di un’occhiata alla ragazza “tipo” degli eventi di questa azienda.
h tt p://www.evolutionevents.it/galleria-eventi.cfm?IdFotoGrande=322&wid_news=98

Ti sembra davvero che una ragazza con il velo e tutto il corpo coperto possa solo pensare di avere i requisiti? Allora bisognerebbe invitare tutte le ragazze basse e grasse e bruttine a richiedere un lavoro, e poi fare causa per discriminazione. No, ma dai, questa ragazza è una piantagrane. di certo non fa un favore alle sue correligionarie.

Sandra

Hostess Promoters: per promuovere operativamente i prodotti o servizi da pubblicizzare presso fiere o luoghi specifici richiesti;

h tt p://www.evolutionevents.it/servizio-hostess.htm

faber

Pensavo che fosse chiaro visto che l’ho scritto almeno 10 volte che il mio ragionamento prescinda dal caso in questione. Il caso del ginecologo è chiaramente diverso dal momento che l’aborto è parte integrante del lavoro. Come se un barista rifiutasse di fare il caffè.

Giorgio Pozzo

Invece secondo me stiamo dando un significato esageratamente esteso al termine “cultura”. Tra l’altro, quando dico che l’arte fa parte di una cultura, intendo la storia dell’arte. Uno che conosca la Gioconda possiede più cultura di uno che non la conosce. Uno che affermi di parlare con i morti o con una divinità non possiede più cultura di uno che non lo affermi. Parallelamente, l’unico caso in cui parlando di religione si possa parlare di cultura, come con l’arte, è la storia delle religioni. Affermare che esista un inferno o un paradiso, non è cultura. Imporre un velo o altro per principi religiosi, non è cultura. Voler indossare un velo, o un sombrero, o la cravatta, o voler mangiare i cavoli a merenda, come dicevo, potrebbe essere un diritto, ma non è cultura. Dobbiamo smetterla di etichettare come cultura qualunque cosa, e meno che mai delle imposizioni dogmatico-religiose (tra l’altro, pure pseudo-religiose, in quanto sfido qualcuno a trovare nel Corano il divieto a mostrare i capelli, o il viso, ancora peggio). Per quello che ne so, il Corano impone alle donne una generica “decenza” nel vestire, evitando di scoprire troppo il corpo, ma senza particolari precisi sui capelli che –ripeto, mi risulta ma potrei sbagliare- sono stati inventati dalla cosiddetta “cultura” (appunto) maschilista di tradizione non solamente e non necessariamente islamica. Cioè, mi sembra che il Corano vieti più esplicitamente di scoprire le gambe, piuttosto che di esporre parzialmente i capelli. Allora, poi, se ammettiamo che tutto è cultura, anche l’infibulazione, per esempio, dovremmo chiamarla “cultura”, e rispettarla, anzi pretendere che non si facciano discriminazioni tra chi vuole che la moglie o figlia venga infibulata, e chi non lo pretende.

No, grazie. La cultura, come la scienza, sono termini che si devono applicare in modo quanto più restrittivo possibile.

Priapus

Che ne dite dei dirigenti ospedalieri o della ASL che assumono medici obiettori dove si dovrebbero
garantire gli aborti? Secondo me è stato un abuso farlo, perchè la Sanità deve garantire il servizio
a tutta la collettività; in questo caso alle donne che vogliono abortire e non a chi, chierico o laico,
voglia impedirlo. Come pure è abuso, in linea di principio, che il direttore non abbia contraddetto
l’operato del subordinato. Dovrebbero rispondere in solido con l’obiettore del denegato diritto
o dell’aggravio di lavoro del medico che sostituisce l’obiettore o del costo di eventuali nuove assun
zioni.
Sarebbe illecita anche la mancata azione penale della procura adita; ma purtroppo, siamo in Italia.

Priapus

Che ne dite dei dirigenti ospedalieri o della ASL che assumono medici obiettori dove si
dovrebbero garantire gli aborti? Secondo me è stato un abuso farlo, perchè la Sanità deve garantire il servizio a tutta la collettività; in questo caso alle donne che vogliono abortire
e non a chi, chierico o laico bigotto, voglia impedirlo.
Dovrebbero rispondere in solido con l’obiettore del denegato diritto o dell’aggravio di
lavoro del medico che sostituisce l’obiettore o del costo di eventuali nuove assunzioni.
Sarebbe illecita anche la mancata azione penale della procura adita; ma purtroppo,
siamo in Italia.

Priapus

Prego la redazione di cancellare la prima versione; me la son ritrovata non pubblicata e l’ho
corretta.

gcr

se diamo ascolto a tutte le cazzate dei divieti o delle imposizioni delle religioni non finiamo più, il velo se lo mette a casa sua, nella moschea, o anche in un luogo pubblico, ma sul luogo di lavoro le regole sono interne e a deciderle penso che debba essere il titolare della ditta e questo vale per ogni religione che spesso hanno delle regole assurde e non si possono assecondare

MarcusPrometheus

Secondo me la conclusione da trarre dalle molte testimonianze e ragionamenti di chi mi ha preceduto e’ che gli islamisti, ossia coloro che si sono messi in testa di trascrivere in politica la lettera del Corano e della Sunna (dunque non i mussulmani in genere, ne’ i credenti islamici “in privato”, ma parlo degli islamisti politicizzati) sono assolutamente intrattabili con le maniere del rispetto che si basano su una presunzione di un minimo di reciprocita’ e di buona fede che con loro non esistono proprio.

Per capire cosa intendo, torna utile la narrazione di un episodio storico:
La relazione di Thomas Jefferson al Congresso degli USA (appena nati)
in occasione dei tentativi di pace degli USA nei confronti delle aggressioni da parte degli stati di Barberia (Nordafrica, ossia Marocco Algeri, Tunisi e Tripoli) che avevano iniziato a sequestrare navi e carichi e vendere schiavi gli equipaggi USA dal 1783:

Nel maggio del 1786, Thomas Jefferson, allora ambasciatore americano in Francia, e John Adams, allora ambasciatore americano in Gran Bretagna si incontrarono a Londra con Sidi Haji Abdul Rahman Adja, l’ambasciatore di Tripoli di Barberia (odierna Tripoli di Libia) , per cercare di negoziare un trattato di pace per proteggere la Stati Uniti dalla minaccia dei corsari (pirati autorizzati dagli stati a fare la guerra “da Corsa”, in questo caso i corsari di Barberia (ovvero del Nordafrica). Questi 2 futuri presidenti degli Stati Uniti comandarono all’ambasciatore del perché il suo governo fosse stato così ostile alla nuova repubblica americana, (da lanciarle contro tutti i corsari islamici) anche se l’America non aveva fatto nulla per provocare alcuna animosità di sorta. L’ambasciatore Adja rispose, come hanno riferito loro stessi al Congresso continentale “, (parlamento USA) che la loro ostilita’ e’ fondata sulle leggi del loro Profeta, dato che è stato scritto nel loro Corano, che tutte le nazioni che non riconoscono la loro autorità sono nazioni di peccatori, e che è il diritto e il dovere dei fedeli (islamici) di saccheggiare e schiavizzare, e che ogni musulmano che sia ucciso in questa guerra e’ sicuro di andare in paradiso Ha detto, inoltre, che l’uomo che sia stato il primo a salire a bordo di una nave riceveva uno schiavo in piu’ oltre alla sua parte ordinaria, del bottino e che quando [gli islamici] saltano sul ponte delle navi nemiche, ogni marinaio tiene una spada in ogni mano e un terzo pugnale in bocca, il che di solito atterrisce tanto il nemico che che costoro gridano subito di arrendersi. (Londra, vittoria a Tripoli, pp 23-24).

Insomma per chi prende il Corano sul serio la guerra santa, la pirateria santa, lo schiavismo santo sono legge e passaporto per il paradiso, oltre che per legittimo arricchimento tramite prede e riscatti.
E, sempre per costoro, chi si oppone o obbietta a codeste attivita’ obbligatorie, anche se mussulmano e magari credente in Allah, e’ un eretico apostata ipocrita ed infedele da punirsi con la morte.

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