Atei vs agnostici

Franco Ajmar*

Franco Ajmar

Nelle Ultimissime Uaar alcuni aficionados si scambiano di frequente amichevoli frecciatine sulla scelta personale di definirsi atei piuttosto che agnostici, e scomodano, a mio parere inutilmente, perfino la logica: quasi che con ineccepibili dimostrazioni si possa risolvere un grande non problema. Ho anche notato che spesso si contrastano le definizioni che il dizionario fornisce per i termini ateo e agnostico, ma quasi mai si citano le definizioni di dio. E ci si accapiglia (si fa per dire, le capigliature dei contendenti non sono mai rivelate) sulla possibilità o meno di negare l’inesistente rispetto al non pronunziarsi perché teoricamente esso potrebbe saltar fuori.

Credo che l’Uaar, come una grande mamma, abbia saggiamente risolto la questione includendo entrambi i partiti nel proprio seno e simbolo: perché da un punto di vista pratico, per i nostri comportamenti quotidiani, credo non faccia una grande differenza. E tuttavia, siccome l’argomento ritorna, forse vale la pena di sviscerarlo specificamente piuttosto che nelle pieghe di una discussione su argomenti di quotidiana banalità. Scateniamoci, e poi facciamola finita.

Quindi, prima di pronunciarci sull’esistenza o meno di dio, o anche su una prudente astensione, mi sembra utile definire il soggetto del contendere. Del quale esistono molteplici definizioni, a conferma dell’utilità di standardizzare preliminarmente il linguaggio. Nei dibattiti cui si accennava sopra, il candidato più gettonato al titolo sembra essere il dio della tradizione giudaico cristiana o musulmana, mentre viene escluso come residuato storico Zeus e analoghi, sia nella visione atea che in quella agnostica. Il dio cristiano ha certe caratteristiche ben definite, che permettono di pronunziarsi sulla sua esistenza: è uno (eventualmente trino, così escludendo la coppia, potenziale simbolo di fertilità, ma con l’ambiguità della presenza di un altro sesso), eterno, onnipotente, ha creato il cielo e la terra (e presumibilmente anche il mare) e tutto quello che è visibile e invisibile. E’ maschio (suo figlio lo chiama padre, non genitore, e ci ricorda anche l’immagine e somiglianza umana: quindi un po’ virilmente corporeo). L’ateo sostiene che siffatto dio non esista, l’agnostico sostiene che non si può sapere. Però, magari inconsapevolmente, è a questo dio che di solito ci si riferisce per negarlo o sospendere il giudizio: spesso è un retaggio della manipolazione a catechismo, mai rimossa. E quando l’incallito bestemmiatore gli dà del porco, è a questo modello, che probabilmente si riferisce, non certo a un principio, anche se poi pentito confessa il peccato.

Poi c’è un altro dio, non ancorato a specifiche religioni: diciamo, per semplicità quello dei teologi o dei filosofi. Spesso è inconsapevolmente una versione del dio cristiano, però depurata da quelle ingenuità corporee che lo contraddistinguono. Il suo identikit è più complesso perché oscilla tra un essere incorporeo, un ente, e un principio. Come negare a priori l’esistenza di un principio? Ma qui l’obiezione per l’ateo cambia natura. Un principio è l’elaborazione umana di una molteplicità di esperienze sensoriali, che vengono ricondotte dalla nostra ragione ad un’essenza universale, ad una categoria. Con il piccolo inconveniente che questo processo è frutto dell’attività di un organo, il cervello, al quale la specie umana unilateralmente attribuisce capacità straordinarie, ma che è solo il risultato dell’evoluzione del sistema nervoso centrale di alcuni animali. Dall’attività di questo organo nascono i principi che vengono organizzati sulla base dei dati procurati dai sensi. Un po’ autoreferenziale per pontificare sull’universale! Con questo limite, che vale anche per il dio cristiano, l’ateo e l’agnostico possono confrontarsi, se la cosa continua ad eccitarli. Sostenere che non possiamo sapere se il giudizio espresso dal nostro cervello abbia valore universale o meno può essere un modo di prendere tempo, ma è difficile che ne esca qualcosa di definitivo.

C’è infine un generico panteismo. Molto probabilmente una realtà materiale esiste, è indipendente dall’esistenza dell’uomo che la percepisce (anche se non possiamo dire come sia in assoluto senza riferirla alla nostra percezione) e presumibilmente continuerà ad esistere anche se l’uomo dovesse estinguersi. Se questa realtà, che comprende l’uomo ma è indipendente dalla sua esistenza, la chiamiamo dio, allora siamo tutti credenti, magari obtorto collo. Ma allora nasce un problema di altra natura: cosa serve postulare questa entità? Se noi stessi siamo una parte di dio, non ci servono preghiere, sacrifici, comportamenti etici per ingraziarcelo. E quest’ultima considerazione concreta, opportunistica, vale per tutto il ristretto spettro delle definizioni di dio qui esposte. In altre parole, cosa serve concretamente postulare l’esistenza di dio? Ma questa domanda richiede un intero altro capitolo.

* Laureatosi in Medicina presso l’Università di Genova nel 1960, ha conseguito il PhD in Genetica presso la University of Chicago nel 1967. È stato professore di Genetica medica presso l’Università di Genova fino al 2005. Oltre a capitoli di libri di biologia e genetica, di neurobiologia e di neuropsichiatria infantile, ha pubblicato per la ESI il libro Chi? Piccolo galateo di bioetica (2000) e per la Coedit il libro Galeotti cosmici: Riflessioni di un apprendista relativista (2007). È socio Uaar.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato domenica, 26 febbraio 2012 alle 7:30 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.