Delle gentilezze del card. Ravasi

Raffaele Carcano*

Raffaele Carcano

Il card. Gianfranco Ravasi, numero uno della cultura vaticana, intervistato da Avvenire è tornato l’altro ieri a parlare del suo “Cortile dei gentili”. Ancora una volta ci ha voluto ricordare che, almeno per il momento, preferisce tenere da parte quello che definisce “ateismo nazional-popolare”, che identifica in autori quali Michel Onfray, Piergiorgio Odifreddi, Paolo Flores d’Arcais. Ma ha precisato che ha continua a fare altrettanto anche con quello “devoto”, secondo lui troppo politicizzato. E ci si può chiedere se è vero, visto che i già invitati Giuliano Amato e Massimo Cacciari hanno, a mio parere, tutte le caratteristiche per rientrare a pieno titolo nella categoria.

Ravasi ha però anche sostenuto che “atei” è ormai categoria “obsoleta” e “desueta”. Meglio “umanisti”, ci fa sapere. Avrebbe convenuto il nuovo conio con un filosofo messicano e con una psicanalista di origine bulgara.

Che “ateo” sia una categoria fuori moda è una vecchia storiella, ormai antiquata anche in Vaticano. L’aveva già sostenuto il cardinale Paul Poupard, predecessore di Ravasi alla guida del Pontificio Consiglio della Cultura. Vent’anni fa, intervistato da Repubblica, sostenne che i non credenti non volevano più essere chiamati “non credenti”, e men che meno “atei”. Glielo avevano chiesto anche a Mosca, “poco tempo prima della caduta dell’impero sovietico”.

Purtroppo per Poupard e Ravasi, i sondaggi realizzati pressoché ovunque nel mondo mostrano come il numero di persone che si autodefiniscono “atee” sia in costante aumento. In una estesa inchiesta realizzata negli Stati Uniti nel 2008, l’American Religious Identification Survey, tale circostanza è stata addirittura sottolineata nel report conclusivo (“The historic reluctance of Americans to self-identify in this manner or use these terms seems to have diminished”). Ricordo a Ravasi (gentilmente, ça va sans dire) che quelle stesse ricerche che rifiuta di citare mostrano anche che, lungi dall’essere “nazional-qualcosa”, gli atei sono molto più cosmopoliti e molto meno nazionalisti o localisti dei credenti.

Il cardinale ha invece ragione su un punto: l’ateismo è senz’altro “popolare”. E lo sarà sempre di più, se per capire le ragioni della sua crescente diffusione i vertici del Vaticano continueranno ad affidarsi a commenti salottieri.

* Studioso della religione e dell’incredulità, curatore di Le voci della laicità, coautore di Uscire dal gregge, autore di Liberi di non credere, segretario UAAR.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato domenica, 19 febbraio 2012 alle 12:51 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.