Il mio sogno eretico

Roberto Amabile*

Sono andato al concerto in Piazza Stazione a Firenze la notte di Capodanno. Nella pausa dopo il primo gruppo (bravissimi), erravo alla ricerca di due dei nostri quando ti si manifesta l’incontro della serata, proprio come in una… manifestazione. Ascolti Bella ciao e la intoni, poi Fischia il vento, proponi Stalingrado, continui con La fabbrica e noti che quei ragazzi non sono propriamente all’altezza di tuoi compagni “vetero”. È salito un altro gruppo sul palco? Poco importa. Nella foga del momento, quando realizzi che per una serata di Capodanno rispolverare il repertorio – bistrattato, rimosso da tantissime persone che si ritiengono “di sinistra” – in compagnia di gente sconosciuta non è affatto male, così per curiosità e perché non sai cosa dire tra i sorrisi di tutti chiedi “Di dove siete?”.

Fano.

FANO.

F-A-N-O.

La mia faccia sbigottita. “In provinca di Pesaro-Urbino”. CERTO! LO SO! È proprio quella città marchigiana, sogno e miraggio di un apostata nolano che si affaccia al 2012, dove si sono animati tantissimi meeting anticlericali, totalmente diversi dai meeting cieliini che puzzano di sagrestia. Una ministoria di questi meeting è qui.

Sia detto: io non ci ho mai partecipato, non conosco quasi nulla di quegli eventi. Per me sono come una leggenda che viene tramandata di padre in figlio, dove il padre è la Rete e i figli gli internauti. E non potete pretendere che decine di anni prima questi figli avessero partecipato a quelle situazioni, vista la tenera età.

Subito chiedo se sanno. Non sanno. Questi giovani, che mi dicono animare il Circolo Allende locale, non hanno mai sentito parlare dei meeting anticlericali.

E questa è amarezza. L’amarezza di avvertire quella rimozione, che i ragazzi sentono di poco conto, ma il cui peso per me è forte. Un po’ come se avessero perso un pezzo di storia, come se qualcuno di Nola non sapesse di Giordano Bruno (e – fidatevi, ahimé – ce n’è una moltitudine!).

E uno di quei ragazzi, G., che mi ricorda in parte Gaber e in parte Francesco Mandelli, storce il naso quando gli racconto della necessità anticlericale del momento storico – un momento in effetti troppo lungo – che comincia dalla (falsa) donazione di Costantino e arriva alle (ancora false) radici cristiane prevalenti e imposte e alla negazione di diritti umani e civili in nome di un’autorità venuta dall’alto (e mai dimostrata), di una superiorità morale (inesistente… forse un po’ macchiata dai trascorsi storici, politici, economici e delittuosi di questa potente organizzazione?).

Anticlericalismo è un termine semplice e indica opposizione al clericalismo. Rispetto a questa nuda semplicità persone “di sinistra” còlte dal morbo del politically correct prendono distanze e mettono riserve. Preferiscono “laicità”, dopotutto. Anche a me piace la laicità, tant’è che i miei diritti e la mia stessa esistenza sarebbero compromessi in uno stato confessionale o peggio ancora teocratico, come l’Iran e il Vaticano, ma anche in uno stato ateo come l’URSS o i “socialismi reali” asiatici (molto poco razionalisti). Il problema del termine “laicità” sta in chi è culturalmente e mediaticamente influente e ne manipola il significato. Peggio ancora: ne accosta altri per cambiarne completamente senso, come la “laicità sana” di Ratzinger (come se fossimo laici deformi) o la laicità… creativa dell’ApI! (come se noi fossimo… poco originali) Le strade per superare questo stallo sono due: o si rifà una battaglia culturale su un vocabolo e ce ne si riappropria con zanne e artigli (la laicità senza aggettivi, diceva il buon Raffaele: nella consapevolezza di imitare Malatesta?), oppure si valica la questione e si adotta definitivamente anticlericalismo.
La rimozione di “anticlericale” è stata opera del PCI, è forse per questo che chi ha vissuto anni non recenti lo guarda con cipiglio e le nuove generazioni con sospetto. Berlinguer diceva nel 1974 che “il movimento operaio italiano si è liberato da tempo di questo bavaglio [NdR: dell'anticlericalismo] in un processo profondo che ha avuto per protagonista il PCI di Gramsci e Togliatti”. Questo distacco cosa voleva significare? È stato fatto a torto o a ragione? (e siccome siamo in tema: qualcuno mi deve ancora spiegare, a me mente piccola, cosa accadde con l’articolo 7)

Molti rileggono le ansie di Berlinguer e compagni, in fondo in fondo il PCI non era laico e avrebbe preferito perdere, per esempio, il referendum sul divorzio. Queste persone dimenticano quale fu la votazione in parlamento (favorevoli socialisti, liberali, comunisti, socialdemocratici, repubblicani, socialproletari, indipendenti di sinistra, comunisti dissidenti del Manifesto; si oppongono democristiani, missini e monarchici) e trascurano in che campagna referendaria si impegnò il PCI. A breve trascriverò due brani dei discorsi di Berlinguer per il referendum del 1974 [AGGIORNAMENTO: eccoli! Per chi bazzica nel forum UAAR - e ci vuole un minuto per fare un account - sono corredati dal testo da cui sono tratti], anche per dare una risposta a queste persone, lo stesso discorso in cui, certo, dice che “l’anticlericalismo è un abito mentale che il movimento operaio si è buttato alle spalle”. Dice però ancora: “proprio perché ha compiuto questa critica e questo superamento, esso ha tutte le carte in regola per opporsi e combattere, insieme a tutti i cittadini democratici credenti e non credenti, contro ogni ritorno dell’errore uguale e contrario, e cioè del clericalismo”. Un discorso che ti espelle dalla pseduo-laicità, “torbida”, della politica istituzionale (mi permetto questa volta io un aggettivo). Un discorso di un’attualità pulsante.

Sono sostanzialmente d’accordo, anche se personalmente non “comprometterei” nulla, con Luca Telese quando scrive nel suo Qualcuno era comunista (da quel libro traggo quei discorsi di Berlinguer) che gli epigoni del PCI, di fronte alle esitazioni e alla loro “ritrosia a proporre ai cattolici un compromesso alto sui valori”, tentano di trovare una giustificazione nel passato alla loro incapacità di discorrere sui temi della laicità. Si era più laici quarant’anni fa! Senza dire… centoquaranta. Ma questo è un gioco da ragazzi!

Dobbiamo ringraziare anche quelli dei meeting fanesi se hanno ripreso e nobilitato l’anticlericalismo e se oggi ci permettono di intraprendere una battaglia culturale in meno su un vocabolo, comunque faticosa coi mezzi che abbiamo. Dobbiamo ora concorrere ad una battaglia più grande, e anche velocemente – ma senza fretta – se vogliamo rimanere in vita e vederne gli effetti. Siamo anticlericali: ognuno professi la fede, il credo, la religione che vuole, ma guai a chi ne usa e abusa per scopi politici, economici, per interessi molto materiali e poco metafisici.

L’argomento al compagno era il seguente. Sei antifascista, giusto? Come tra gli antifascisti ci sono i monarchici e i democristiani, allora puoi trovare liberali e socialisti tra gli anticlericali. Come tra gli antifascisti ci sono violenti e non violenti, allora anche tra chi è anticlericale puoi trovare violenti e non violenti. Nel cervello mi bazzica la convinzione – di cui non fornisco dimostrazione alcuna, per cui prendete con le pinze – che la percentuale di chi si definisce antifascista ed è violento è molto più alta di chi è anticlericale e violento. Eppure con nonchalance ci si dice antifà e con tutti i distinguo anticlè (che non si può proprio sentire).

Per me la laicità è il fine, ottenere fattivamente istituzioni laiche che sono tali solo sulla carta. E il mezzo è l’anticlericalismo, ovvero opporsi al clericalismo, alla sudditanza etica e politica, alla genuflessione calcolata. Tutto ciò che è avverso alle chiese, alle religioni e alle fedi in quanto tali va oltre questo termine.
A quei ragazzi ho promesso di andare a Fano. Che DEVO andarci. E spero che ci andremo tutti e, per quei pochi che un tempo ci sono stati, che torneremo insieme.

Nota di colore: quella sera ho perso lo zainetto a causa di un pogo spaventoso all’inizio del concerto di Caparezza (a cui devo il titolo del pezzo). Il mio peregrinare tra una transenna e una volante per chiedere una mano mi porta fino a Borgo Ognissanti nella caserma dei carabinieri. Tutte persone squisitissime e fuori dallo stereotipo che si suole coltivare.

Nella sala di attesa veleggia la riproduzione di un crocifisso grande quanto quello zainetto. Posso anche capire il gusto artistico che abbiano avuto nel posizionarlo (forse è un Giotto, non me ne intendo e non ne vado fiero), ma è ragionevole chiederne la deposizione visto che anche una caserma deve essere laica? Solo io noto la contraddizione stridente tra quella terribile icona e la squisitezza di quelle persone?

* Studente di Chimica a Firenze

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato domenica, 8 gennaio 2012 alle 11:30 e classificato in Generale, Notizie, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.