Sulla pretesa ‘umanità’ del crocifisso

Bruno Gualerzi*

Bruno Gualerzi

Cosa sta a rappresentare il crocifisso? Dovrebbe essere il simbolo di un cristianesimo che ha la sua idea-forza in un dio il quale, per riscattare l’umanità da un suo peccato originario, sacrifica il proprio ‘figlio’ inviandolo nel mondo, nella storia, uomo tra gli uomini, per mostrare loro ‘di persona’ come comportarsi per redimersi e salvarsi. Ma qui non vorrei insistere più di tanto su questo aspetto della religione cristiana — per fondamentale ovviamente che sia — perché è su altro che vorrei portare l’attenzione… anche se, come premessa, almeno due considerazioni sono necessarie.

Una è relativa all’insieme veramente impressionante di incongruenze (una fra le tante: un dio che vede sfuggirgli di mano la sua stessa creatura che poi deve ‘recuperare’ sacrificandosi) che questa idea-forza reca con sé… incongruenze che si possono comprendere (ed eventualmente anche apprezzare, come si possono apprezzare i tanti altri miti che fanno da sfondo a tante religioni) come sforzo per trovare un qualche fondamento ad una condizione umana che per tanti aspetti si può presentare come assurda, ma che incongruenze restano. L’altra considerazione è relativa allo ’sforzo’ specifico della religione cristiana. Avendo dietro le spalle una vicenda mitologica come il cosiddetto ‘vecchio testamento’ che narra di un dio terribile, crudele, vendicativo, che esige solo lo si veneri e glorifichi, è sorta l’esigenza negli eredi di questa tradizione di rendere più accessibile questo dio così lontano e pauroso, non in grado come tale di rapportarsi fruttuosamente ad una condizione umana per esorcizzare la quale dopo tutto era stato ‘creato’. Era necessario ‘umanizzarlo’. Ed è qui che si elabora l’escamotage, a suo modo innegabilmente suggestivo (anche se non certo nuovo nel suo impianto narrativo), del dio che si fa uomo e si cala nella storia umana con lo scopo di renderla ‘più umana’. E per conciliare la dimensione trascendente con quella immanente, per tenere insieme la natura divina e quella umana, in sostanza per rendere il dio storicamente accessibile e fruibile da un’umanità sofferente, lo si fa soffrire e lo si sottopone al supplizio più in voga in quel tempo e in quei luoghi: la crocifissione. Per fargli, per così dire, ‘assaggiare’ come vanno le cose in questo mondo mentre si delegano i problemi ‘logici’ posti dalla ‘conciliazione’ alle dispute trinitarie, una vera e propria orgia di espedienti dialettici, spesso anche comici, per rendere comprensibile l’incomprensibile. Insomma l’esigenza di trascendere una condizione umana per tanti versi incomprensibile, assurda, soprattutto per quell’aspetto che costringe l’uomo alla consapevolezza di un proprio destino di sofferenza ineludibile, e infine della morte — esigenza che sta alla base di ogni religione — nel cristianesimo mostra questo scenario di un dio che mette a disposizione la sua divinità umanizzandosi, e per questo viene crocifisso.

Ed ecco allora il crocifisso, simbolo del cristianesimo, posto a ricordare continuamente questa dolorosa umanizzazione. Ma si può veramente parlare di ‘umana sofferenza’ del dio come il cristiano è chiamato a ritenere? Anche adottando il suo punto di vista, cioè lasciando perdere le incongruenze ricordate, non è possibile. La sofferenza divina non ha niente a che fare con la sofferenza umana, se non, al solito, sperando che, scaricando tutto sul divino, si possa riscattare l’umano. Cosa vuol dire infatti, per l’uomo, soffrire veramente? Oppure, detto in altro modo, di che natura è una sofferenza che si possa chiamare veramente umana? Una sofferenza che sente umanamente l’esigenza del riscatto ma poi ritiene di averlo trovato, di averlo riconosciuto come oggettivamente esistente e accessibile, non è veramente tale. E non è tale perché questo riscatto, per essere in grado di porre veramente l’uomo al di fuori di una sua condizione che implica necessariamente la sofferenza dovuta al bisogno, deve per forza ‘andare oltre’ questa condizione, puntare a proiettarla in un’altra dimensione. Ora, questo dio crocifisso, può veramente rappresentare la sofferenza umana, essere veramente percepito come un uomo che soffre a tutti gli effetti in conseguenza della condizione umana, per il quale si deve provare compassione e pietà? Direi proprio di no, perché un dio che soffre per un credente deve comunque restare un dio; e un dio, o non è tale, oppure non potrà mai soffrire come un uomo. Ma, proprio anche per restare alle manifestazioni di dolore che un’immagine come quella di un uomo in croce dovrebbe suscitare (immagine che fin da piccoli il catechista ’spiega’ — tra l’indifferenza o lo spavento — che si deve guardare mostrando sofferenza, quella sofferenza, quella pietà, che il fedele, per restare coerente con la propria fede, deve provare al suo cospetto)… o si soffre per se stessi, come soffre l’uomo nel vedere un proprio simile sottoposto a tortura, o non si può veramente soffrire per un dio. Se non, al solito, alienando nel dio la propria umanità, ponendo se stesso al posto di un dio che poi non è altro che una sua proiezione. Come considerare vera sofferenza, infatti, quella di chi dopo tre giorni (rieccolo il mitologico ‘tre’) resuscita… mentre sapeva benissimo, come dio, che sarebbe risorto? Certo — e questo è un passaggio chiave del cristianesimo — la resurrezione del dio ha lo scopo di dare all’uomo la speranza che la morte fisica non è la fine di tutto, e questa è poi la vera ragione dell’incarnazione… ma come pretendere allora che si tratti di sofferenza umana? È, dovrebbe essere, una sorta di rappresentazione didattica, pedagogica; ma l’autore di una rappresentazione mima soltanto ciò che vuol rappresentare. E certo, essendo in questo caso ritenuto un dio, si ritiene anche che la sua ‘recitazione’ sia in realtà ben altro… ma sempre di recitazione si tratta. Quindi, o si pone tutto sul piano della fede per cui ci si forza di credere che il dio in croce soffre veramente come se fosse un uomo, oppure non si può pretendere che si riconosca come reale questa sofferenza al di fuori della fede. La quale può tutto, ma non rendere un’esperienza umana per quel che è in quanto umana, perché la fede ha lo scopo di porre l’uomo in una dimensione che lo trascende. Dimensione nella quale, ma solo nella quale, si può non più soffrire.

In questo modo si capisce anche come il crocifisso — o la stessa semplice croce — se non c’è una fede granitica (’cieca’, per un non credente) a sostenerne il valore al di là della pura immagine, non impiega molto tempo per trasformarsi da simbolo a feticcio, ad amuleto. Così oltre che nei luoghi di culto dove si presume che si vada mossi dalla fede (ipotesi molto teorica), lo troviamo tanto nel covo del mafioso pluriassassino, quanto sul seno prosperoso di qualche diva dello spettacolo… qui come croce che — spogliata della presenza di un corpo umano torturato perché sarebbe troppo imbarazzante, troppo disdicevole — è ridotta a ninnolo, spesso anche di metallo prezioso da esibire come gioiello. E in mille altre situazioni che stanno in mezzo a queste due, prese come estremi. Per esempio esposta in luoghi pubblici dove si dice che debba stare perché richiama le comuni radici cristiane… ‘comuni’ a credenti e non credenti.

Così del dolore umano che dovrebbe evocare come immagine sacra — al di là della sofferenza tutta e solo umana che può rappresentare… ma che può rappresentare, anche più crudamente, qualsiasi altra raffigurazione della sofferenza — si immagini cosa rimane.

* Insegnante — occasionalmente di storia e filosofia nei licei — ora in pensione

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato domenica, 25 dicembre 2011 alle 9:33 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.