Mons. Bruno Forte su ‘Avvenire’: “Ateismo e agnosticismo veri se c’è ricerca e sofferenza, non arroganza”

Su Avvenire di oggi c’è un’intervista a mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e noto teologo, in cui parla del rapporto tra fede e ragione e del confronto tra atei e credenti. Il contributo è un estratto dal libro-intervista Una teologia per la vita, firmato da Marco Roncalli. “Una ragione troppo sicura di sé”, “ideologica”, sostiene Forte, si fa “violenta e totalitaria”. Ma anche “una fede che non faccia spazio al dubbio”, un credente che non voglia fare come il “povero ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere, rischia di fare della sua fede una rassicurazione comoda”, afferma. Per questo fede e ragione sono “agoniche, chiamate ad accettare la lotta, la passione per la verità” aprendosi così “all’amore”, ovviamente quello inteso dal cristianesimo. Anche teologia e filosofia sono complementari: la prima “necessita nel suo cammino dell’indagine filosofica, ma allo stesso tempo la filosofia ha bisogno della teologia”.
Nel suo confronto con filosofi quali Vincenzo Vitiello, Giulio Giorello e Massimo Cacciari, il teologo specifica di aver “dovuto rinunciare a tenere aperto il dialogo con quei pensatori che avevano invece la presunzione di sapere tutto”. Tra cui Piergiorgio Odifreddi, autore a suo dire di “fragili pamphlets contro Dio e il cristianesimo”, poiché “per lui Dio può essere tutt’al più un giocattolo da smontare”.
Il “vero” ateo e agnostico secondo Forte non è “chi dice con nonchalance di non credere in Dio, chi è indifferente tout court, ma chi pensa fino in fondo il dramma della fede”, chi “vive in una condizione di ricerca e di sofferenza, e denuncia il dolore di non credere”. Non chi “nega Dio con presunzione, ma che ne sperimenta con dolore l’assenza”, chiarisce. Anzi, a detta del teologo “di per sé l’ateismo implica una negazione più radicale”, per questo “penso che non possa esistere”. Dopo il “pensiero debole” e la “crisi delle ideologie”, sostiene, “ritengo sia difficile negare Dio”. “Agnostico”, sintetizza, “è chi pensa di non poter conoscere Dio, di non poter nulla dire sul mistero”. “Se vogliamo”, azzarda, “pure il credente è un agnostico”.
“All’interno del credere o non credere ci sono due possibili atteggiamenti radicali”, specifica, “quello di chi pensa, di chi si pone domande vere e vive la sofferenza della ricerca, e quello di chi non pensa più”. “Dobbiamo incontrarci nel pensare”, prosegue il teologo, “altrimenti è il credente a diventare una specie di ateo, quando ad esempio trasforma la sua fede in una sorta di ideologia, senza vivere l’inquietudine sofferta, appassionata di una ricerca”.

Valentino Salvatore

Questo articolo è stato pubblicato mercoledì, 30 novembre 2011 alle 18:13 e classificato in Generale, Notizie. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.