Didattica dell’ateismo razionale

Calogero Martorana*

Calogero MartoranaLa parola «ateo» significa soltanto «senza dio», ma non spiega come si diventa atei, come si fa a comportarsi da atei, cosa sembra ateo e invece non lo è.
Io qua do una mia visione delle cose solo perché mi pare ragionevole rispetto a molte altre; per il resto, ognuno scelga liberamente.
La prima necessità dell’ateo è la razionalità: altro termine nient’affatto definitivo e chiuso, anzi esposto pur’esso a svariate interpretazioni (perfino il Papa dice che credere in Dio è razionale…) So bene che la Razionalità con l’iniziale maiuscola è quella che dice «Non credo fino a prova contraria»; ma, con tutto il rispetto per Galilei e nipoti, io trovo questo metodo un po’ troppo modesto e prudenziale. Il «mago» Amleto non è un pagliaccio «fino a prova contraria», lo è e basta, non c’è necessità di verificarlo in laboratorio. L’esempio sta lì per dire che possiamo «semplificare» i nostri giudizi quando le informazioni appartengono a casi già empiricamente molto collaudati, tanto collaudati da poter assimilare la probabilità «quasi zero» a «zero».
Se si libera di tutte le pastoie, il razionalista – pur rimanendo con la r minuscola – riesce a non credere a tutta una serie di cose, quali: oroscopi, magie, sortilegi, fortuna, sangui che si liquefanno, angeli, demoni, santi, beati, miracoli, prodigi, babbo natale, befana, men in black, aldilà, divinità, scaramanzie, leggende metropolitane, ufo, fantasmi, karma, energie vitali, omeopatia, olistica, intuito, «poteri» di piante/uomini/cose/azioni/eventi, «insolito», pseudo terapie (prano, pet, ecc.), pseudo scienze (astrologia, cristallomanzia, creazionismo, piramidologia, ecc), pseudo scelte (veganismo, ascetismo), medicina «alternativa» (a che?), new age, paranormale, destino, profezie, spiritismo… e sicuramente me ne dimentico molte.
Tutte queste totali e assolute scemenze (non è un’offesa, è una diagnosi) è facile raggrupparle sotto un criterio: nessuna di queste irrazionalità funziona davvero. Gli effetti che i sempliciotti accreditano loro, o sono forzature, o errori oppure sono evenienze statistiche che loro ignorano.
Sull’ultimo punto, uno degli esempi più noti e semplici per dimostrare che sotto una «meraviglia» c’è soltanto un gioco probabilistico è il cosiddetto «paradosso dei compleanni», riassumibile nella domanda un po’ quizzarola: Qual è la probabilità che fra 23 persone, due di esse siano nate lo stesso giorno? A intuito, tutti direbbero cifre bassissime vicino allo zero. Ma un semplice calcolo (si chiama «probabilità composta di eventi indipendenti», e lo dobbiamo a Richard Von Mises) dà una risposta sorprendente: 51%.
Un esempio invece che gioca sull’effetto «unire i puntini», potrebbe essere il noto confronto fra le biografie di due presidenti americani distanti 100 anni: Lincoln e Kennedy. Le analogie fra i due sono ancor oggi spacciate per il prodotto di chissà quale Predeterminazione: stesse date di candidatura e di elezione, stesso lutto familiare, stessa scena di morte e, ciliegina, la segretaria di Kennedy si chiamava Lincoln … Be’, l’ateo che davvero credesse a simili tesi che strizzano l’occhio alla paranormalità e al «diligent designer», sarebbe gravemente monco, e forse pure in debito di buonsenso.Le applicazioni della matematica o della logica si possono utilizzare per tutti quegli eventi che appaiono strani e/o impossibili ma che non lo sono affatto: dalla coincidenza che arrivi la telefonata di chi stiamo pensando alla remissione spontanea di gravi patologie, dalla visione del sole che balla (un sole che balla dovrebbe essere visto nell’intero emisfero, non solo in un campetto sperduto dell’Erzegovina) alla vincita dopo preghiere a san Gennaro (molti pregano per vincere, per la «legge dei Grandi Numeri» è quindi piuttosto probabile che uno di questi molti a lungo andare … vinca).
E così funziona per ogni altra «meraviglia» che i devoti – a digiuno di matematica e di spirito indagatore – accreditano a quel santo, a quella madonna, a Dio o all’irritante «qualcosa ci deve pur essere».
Il razionalista – a prescindere dal tipo di iniziale a cui appartiene – non può permettersi di essere un ignorante; ha bisogno di «pensare». Per pensare bisogna essere liberi, liberi dai tabù ma non solo; liberi dalle incrostazioni della disinformazione, liberi dal «principio di autorità». Bisogna essere liberi dai pregiudizi, dagli schemi mentali, dagli a-priori della propria cultura di riferimento. E inevitabilmente bisogna almeno aspirare a essere onesti con se stessi, uscendo dai caldi nidi delle sapienze acquisite e disponendosi a mutarle per acquisirne in ogni momento altre anche in contraddizione.
Bisogna pure lasciarsi affascinare, certo!, ma distinguendo le banalità dalle cose veramente liriche. Bisogna avere una spiritualità ma senza sentirsi appartenenti a una Chiesa. Bisogna partire dal «non è vero» prima di arrivare all’eventuale «è vero», e non viceversa.
L’ateismo è null’altro che la condizione dei «normali». Bisogna insomma ribaltare il concetto di noi stessi in quanto atei; bisogna far diventare quella «a» privativa un valore aggiunto, il segnale di un qualcosa che abbiamo e non quello di un qualcosa che non abbiamo. Non che si abbia la verità in tasca; ma noi siamo sicuramente i più vicini di tutti alla verità. La credenza è una sorta di malattia degenerativa che noi atei non abbiamo e non vogliamo prendere. Una malattia che impedisce loro di vedere e di capire quel che noi «sani» senza sforzo vediamo e capiamo.
Anche su questo punto incombono cautele a mio parere eccessive. Utilizzando la filosofia come metodo e il litote come argomento («Dio può non esistere»), si arriva a dire di tutto senza dire nulla. In questo modo le credenze si giustificano, si equiparano alle non credenze, si confonde lo scetticismo col supponentismo e si fa restare l’ateismo e la razionalità – di cui è sottoinsieme – nella nicchia in cui sembra piaccia non solo ai credenti che debbano rimanere.
È l’ora di pronunciare un rotondo e sonoro No! E per pronunciarlo, questo «no» di riscossa e di sano orgoglio, bisogna ripartire da una didattica dell’ateismo razionale, che ci insegni a essere atei, che ci insegni a essere indifferenti alle non-questioni religiose ma pure mordaci e reattivi agli attacchi spesso feroci e sempre molesti che le religioni, sotto molte vesti, congegnano ai nostri danni.
Questo perché non esiste una religione migliore di un’altra! Noi respingiamo le favole religiose in tutte le loro forme, in tutte le loro sottospecie, in tutte le loro epifanie. O sussiste questo respingimento totale o non si è compiutamente atei.
Beninteso, non tutti hanno la sorte di nascere in una famiglia che non provvede premurosamente a orientare le scelte dei figli. Il concetto – per molti versi violento e sopraffattivo – di «educazione», spesso comprende molte catechesi volte a far diventare un figlio quel che piace a sé più che ciò che piace a lui: dall’ideologia politica alle prospettive scolastiche e di lavoro, dal taglio comportamentale all’orientamento religioso. Ma come si esce da questa palude sorniona e insospettata? Intanto, non chiedendosi se è giusto uscirne o meno, magari evocando e invocando il rispetto e la libertà di scelta degli individui: essere credenti religiosi non è una condizione derivante da una scelta consapevole, non è uno stato di vantaggio o piacere reale, formativo e migliorativo dell’essere umano come specie e come individuo. Quindi, assecondandolo, non si esercita rispetto ma semplicemente – e drammaticamente – complicità nella distruzione culturale dell’Umanità.
Seconda necessità per uscire dalla credenza: avere coraggio. Per trasformarsi da credente in ateo c’è bisogno di molto coraggio. Sia di un coraggio terra-terra sia di uno più elevato. Il primo è il coraggio per sconfiggere il terrore dell’Inferno, del giudizione divino, della «soluzione finale» celeste, della sorveglianza costante e morbosa di santi e madonne sui nostri comportamenti quotidiani con speciale riguardo alla sfera sessuale; tutte cose in cui, ovviamente, la Chiesa cattolica sguazza e prolifica.
Il coraggio un po’ meno becero ma altrettanto necessario è quello legato alla sfera psicologica e sociale dell’aspirante ateo. Mutare questa prospettiva è indubbiamente difficile; scoprire man mano che i santi protettori e lo stesso Dio hanno caratteristiche da cartoni animati e non quella iper sacralizzata che ci hanno imposto mamma e papà, non è una cosa semplice: anche per questa sua multiforme complessità, la gente rinuncia al cambiamento e, pur sospettando a vita che c’è qualcosa che non va, permane nella propria credenza.
I «nemici» che il coraggio ateo deve combattere hanno molte facce: della predisposizione genitoriale all’iscrivere di forza i figli a una parrocchia già si è detto; ma c’è pure la scuola, altro importante riferimento a cui guarda il bambino e che, proprio per questo, dovrebbe essere – e non è – piatta sul piano delle indicazioni spirituali. Poi c’è l’essere indistinto chiamato «comunità», dal vicinato ai parenti e agli amici; tutta questa bella gente esercita sull’individuo un vero e proprio catechismo strisciante, gli fanno «massa» intorno coi loro usi, con le loro feste, con le abitudini, perfino coi modi di esprimersi. La pressione è così forte e subdola che appare la più naturale delle quotidianità. Certo, un bambino o un ragazzo non può essere così attento da capire che certi credenti non hanno amici ma «comunità», e che il mondo che «vedono» è quello trasfigurato dalla fede disneyniana che hanno ereditato. Ma quando ci sarebbero tutti i presupposti di intelligenza, maturità e consapevolezza, perché continuare a non vedere?
Terza e ultima condizione «ateizzante»: non cadere nella trappola di considerare la religione l’unica religione! Una lunga e nient’affatto conclusa polemica sugli «ismi» punta su tutte quelle emozionanti ideologie apparentemente neutre quali i comunismi, i fascismi, i laicismi e, ahimé, pure gli ateismi. Non fare dell’«ateità» una ideologia, rappresenta una priorità assoluta. Troppi accusano gli atei di professare una religione diversa (leggi «al negativo»), non diamo loro appigli gratuiti. La verve anticlericale ci induce talvolta a essere così attaccati al nostro ateismo da farlo effettivamente sembrare una fede… Ancora: No! La fede esige la rinuncia al ragionamento, l’ateismo se ne nutre; la fede esige riti che l’ateismo ignora; la fede campa di dogmi, l’ateismo li sfascia.
Le religioni altre che potrebbero camminare assieme al nostro ateismo sono le più insospettabili (l’ultima del momento si potrebbe intitolare «steve jobs-ismo»), a cominciare dalle ideologie/religioni politiche: avere una linea politica è un conto, avere una fede politica è tutt’altro, si traduce nell’immolarsi per essa, nell’identificarsi con la sua storia e struttura, nell’utilizzarla in esclusiva per l’interpretazione del mondo. E lo stesso si dica delle religioni sportive (alias: il calcio): quelle sono addirittura vere fedi e, come tali, inducono alla sospensione della lucidità mentale per almeno 90 minuti facendo precipitare il malcapitato nel girone del fenotipo «tifoso», colui che condivide e foraggia le apotropaiche abitudini di undici subumani più allenatore.
L’ateo compiuto, insomma, non si lasci affascinare dalle ideologie! Fugga dall’avere un giudizio guidato soltanto da un’ideologia. Ignori gli «ismi» che lo seducono.
Per vivere un buon ateismo, bisogna necessariamente disfarsi di molte, di troppe cose. Qualcuna, , è una rinuncia; ma tutte le altre sono soltanto some che appesantiscono, paraocchi che limitano, cappelli che stringono la testa. La presente «didattica» è tutt’altro che perfetta, e speriamo che sia pure fortemente opinabile. Ma rimane un onesto percorso verso quell’ateismo «puro» di cui abbiamo bisogno e a cui abbiamo l’impegno morale di aspirare.

* insegnante, coordinatore del Circolo UAAR di Napoli.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato lunedì, 24 ottobre 2011 alle 19:42 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.