Sulla coscienza civile degli Italiani

Livio Scorolli*

Livio Scorolli

“Divisi saremmo stati spazzati via dalla storia” ha detto il Presidente Napolitano. Nulla di più vero. Dubito però che l’argomento abbia l’effetto di rinsaldare l’identità nazionale. Altre identità, altre categorie di appartenenza hanno maggiore forza e danno maggiore sicurezza. Per quanti Italiani l’identità cattolica è più rassicurante dell’identità nazionale nell’attuale situazione economica? Un’ineffabile fiducia nella giustizia divina e la fede nella provvidenza consentono di sopportare il discredito delle istituzioni: istituzioni terrene, poco affidabili. E la riflessione può essere estesa ai fedeli di tutte le chiese che mal tollerano lo Stato in cui i loro adepti si organizzano: tutte li vincolano con i loro riti (riti mafiosi, celtici, massonici, ecc.).
Il vero problema è comunque un altro.
Per definire l’identità degli Italiani si è fatto riferimento alla lingua, all’arte, alla cultura e alle gloriose (talvolta ignobili) vicende politiche, ma non alla Chiesa; come se essa fosse stata al di sopra delle parti, quando invece l’identità religiosa ha tenuto insieme gli Italiani, soprattutto in virtù del potere politico che la Chiesa ha avuto nella nostra storia. Il sentimento religioso è sempre prevalso sul senso civico: per troppo tempo gli italiani prima che italiani sono stati cattolici.
Sulla lingua sarebbe il caso di puntualizzare che hanno maggiore rilevanza i concetti e i precetti che essa consente di comunicare. Sull’arte non è forse vero che l’arte “profana” mette a nudo la fragilità umana, mentre l’arte “sacra” esalta le certezze della fede? Sul territorio, poi, si pensi ai toponimi e ai protettori.
E con l’avvento della democrazia gli italiani sono diventati “demo-cristiani”: di fatto “cristiano-democratici” ma suonava male perché il cristianesimo non è il cattolicesimo. Anche ora che la Democrazia Cristiana si è dissolta, ciò che dice o scrive il Papa ha l’eco di verità sovrumane, anche quando sono valori di civiltà e non specificamente religiosi. E i laici? Anche tra i laici vi è chi ha il vezzo di citare il “verbo” di S.S. per rafforzare concetti che dovrebbero essere ormai acquisiti dalla società civile: come dire che lo citano per dare autorevolezza a concetti che altrimenti, per sé stessi, rischierebbero di non averlo, tanto è debole la coscienza civile.
E fin qui nulla di grave. Se non fosse che l’Italia è l’unico Stato al mondo che accoglie e sostiene al suo interno un altro Stato che su temi politici forma l’opinione pubblica e il consenso/dissenso, non raramente in contrasto con i principi della democrazia. È un non senso che non può non riflettersi sulla coscienza civile.
Coscienza civile e coscienza religiosa. Nell’essere umano non esistono due coscienze e fino a qualche decennio fa siamo stati tutti educati al catechismo. La scuola ribadiva ciò che era stato insegnato al catechismo sul peccato e il perdono: materie che interferiscono con la coscienza civile.
Dal punto di vista della giustizia sociale il perdono è un non senso: le leggi vanno rispettate e chi non le rispetta, in base al principio di responsabilità, ne sopporta le conseguenze che non possono essere annullate dal perdono: la società civile fallirebbe. Il perdono religioso, se vanifica il rigore della legge, distrugge la coscienza civile.
Mi dicevano al catechismo che ero perdonato se mi pentivo e m’impegnavo a non farlo più. Io, in buona fede, mi pentivo anche se dubitavo che sarei riuscito a non farlo più: il mio dubbio concerneva me solo, la mia coscienza infantile e nessun altro. Ma per un adulto che svolge attività socio-economiche e i cui comportamenti si collocano in un sistema istituzionale, il discorso è diverso. Ogni volta che chiede il perdono divino dissocia la propria coscienza dai suoi comportamenti disonesti che tranquillamente continuerà a tenere. Che senso ha il pentimento per chi gestisce un’azienda che froda il fisco? Per dire la più veniale delle colpe. Il nostro imprenditore sa e il confessore che lo perdona sa, con assoluta certezza, che continuerà a farlo perché quella confessione non può decretare l’immediata cessazione di un’attività che dà lavoro a due o duemila lavoratori. Solo che dopo la confessione i peccati sono assolti e la coscienza è tranquilla.
Gli insegnamenti della Chiesa s’impongono nella società civile e quindi il principio “libera Chiesa in libero Stato” non funziona dato che il rapporto non è simmetrico. La Chiesa – non il sacerdote che dà sostegno a prostitute, tossicomani e detenuti – trae la sua forza anche da rapporti di potere in cui la coscienza, più che coscienza morale, è consapevolezza del potere di uno Stato con un suo territorio, sue leggi, sue banche. Credo che una Chiesa che rispetti la Stato nazionale dovrebbe appellarsi alle coscienze e dire: “io ti perdono se rimedi al malfatto, altrimenti non sei perdonato”.
Si obietterà che in tutti paesi esiste il malaffare. È vero: anche in altri paesi che però hanno un’altra storia. Si potrebbe ancora eccepire che la religiosità degli Italiani si è molto affievolita: d’accordo, ma i nostri attuali costumi risalgono a tempi lontani.
Vasto è il problema e complesso. Lo sintetizzerei ricorrendo a quel “fattore k” che, con un significato ben diverso, fu elaborato da Alberto Ronchey. Ed è il fattore k a destrutturare la coscienza civile degli Italiani. Se lo Stato va in malora poco importa: lo Stato nazionale ovviamente, non lo Stato Pontificio che è là a garanzia della salvezza eterna. “Libera Chiesa in libero Stato”? No, non funziona.

* Docente di scuola media superiore in pensione. Credente. Credo che ogni essere umano sia responsabile di ciò che pensa: il pensiero è la nostra libertà e la nostra dannazione.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato mercoledì, 25 maggio 2011 alle 6:14 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.