Un tentativo di studiare scientificamente che cosa sia e a che cosa serva la religione

La religione si trova in tutte le società, anche se in forme diversissime, creando l’enigma di quale ne sia l’origine. Leggiamo sul sito dell’Economist che è in corso uno studio condotto da ricercatori di diverse nazioni sotto il titolo “Explaining Religion” e cominciato tre anni fa con lo scopo di spiegare i vari aspetti della pratica religiosa e d’individuare i tipi di condotta morale che si rifanno alle religioni. L’argomento è così complesso e indefinito, che i fatti che si vanno raccogliendo risultano ancora bisognosi di interpretazione e i partecipanti allo studio considerano il lavoro svolto finora essenzialmente un raccolta di dati, sui quali si costruiscono schemi interpretativi da mettere alla prova.
Una teoria sull’origine della religione è che essa, attraverso la punizione delle male azioni e il premio delle buone, sviluppi l’attitudine a collaborare propria dell’homo sapiens. Questa teoria viene messa alla prova con un esperimento: ai partecipanti volontari si presenta un racconto in cui un passante rifiuta l’elemosina a un mendicante e il rifiuto può essere accompagnato da male parole oppure da scuse e in entrambi i casi il passante sùbito dopo va incontro a  un incidente spiacevole di varia gravità. Si domanda ai volontari se l’incidente sia causato dal comportamento tenuto dal passante verso il povero. La risposta è per lo più negativa ma è meno rapida quando c’è stata animosità nel comportamento del passante; è ragionevole attribuire il misurabile ritardo della risposta a una (inconscia?) valutazione che in fondo ci sia una qualche forma di destino che lega gli eventi al comportamento degli umani. Di per sé quest’esperimento non è sufficiente a trarre sicure conclusioni ma, unito ad altre prove, può acquistare più valore per una diagnosi fondata. Si è così cercato che conseguenze abbia l’idea che “Dio ti vede”. Con esperimenti molto sottili si è giunti alla conclusione che chi ha l’impressione di poter essere osservato esprime giudizi più severi su atti anche di non eccessiva gravità, in confronto a chi non ha tale sensazione. Si è anche riscontrato che chi crede in un dio onnisciente e giudicante (cristiani, mussulmani ecc.) è portato a giudicare ogni sorta di condotta riprovevole con maggiore severità di coloro che, come i buddisti, aderiscono a religioni che non contemplano una simile figura divina; e, aggiunge l’articolo, gli agnostici e gli atei la pensano come i buddisti.
Se le idee e le credenze viste sopra riguardano i singoli, un altro aspetto deve essere considerato: quello dei riti condivisi. La psicologia distingue due tipi di memoria a lungo termine: quella semantica, delle nozioni apprese per indottrinamento, e quella episodica, degli eventi salienti della vita, tanto più viva se si tratta di episodi dolorosi. In certe tribù australiane o africane tali sono i cerimoniali iniziatici cui si assoggettano i giovani, che creano fra chi li ha superati un forte senso di appartenenza e di superiorità sugli altri. Riportando gli atti di culto in un diagramma che ne esprime la frequenza in funzione dell’intensità del tormento che provocano, si vede che tali atti tendono ad accumularsi agli estremi: i più leggeri alla massima frequenza e i più gravosi una volta in tutta la vita; questo è abbastanza prevedibile ma confermerebbe il carattere sociale delle manifestazioni di religiosità, analogo a quello di altri riti non religiosi, come il tormentare le matricole nelle scuole o nei corpi militari, o gl’inni di partito o aziendali. Sull’argomento sono in programma ricerche che coinvolgeranno studiosi di antropologia, archeologia, psicologia evoluzionistica e storia. Così lo studio “Explaining Religion” finirà coll’aprire una nuova area di ricerca nel campo del comportamento umano.

Ermanno Morgari

Questo articolo è stato pubblicato lunedì, 25 aprile 2011 alle 16:58 e classificato in Generale, Notizie. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.