Esegesi del miracolo (2)

Stefano Marullo*

Stefano Marullo

Nel precedente articolo si è sottolineato il carattere eminentemente catechetico, kerygmatico e  simbolico del miracolo. Funzionale all’annuncio, il miracolo ha valore semiologico e profetico, convalidazione dell’irruzione del divino nell’ordine degli eventi storici. Straordinario genere letterario, la cui lettura impegna la fede di quanti sanno leggere gli avvenimenti su un piano metastorico e finalistico.
L’intrinseca connessione tra prodigio e messaggio è esemplarmente descritto nell’episodio evangelico della guarigione del paralitico di Cafarnao (Mc 2,1-12); il miracolo qui sembra quasi incidentale, dimostrativo e secondario rispetto alla proclamazione di Gesù che può perdonare i peccati, rivelando, secondo l’intenzione dell’evangelista, una certa affinità con Dio.
I segni che ‘accompagneranno coloro che credono’ vengono tradizionalmente collocati in un ambito temporale che non andrebbe oltre il I sec. d.C., legati alla ‘pienezza dei tempi’ dell’incarnazione e alle esigenze della diffusione del vangelo; in seguito la Chiesa istituzionale soppianterà le comunità carismatiche del cristianesimo primitivo. Una visione cristocentrica contestata dal monaco Gioacchino da Fiore, mistico calabrese, per questo condannato dal IV concilio Lateranense del 1215, il quale nei suoi scritti intravede un’età dello Spirito Santo, posteriore alla venuta di Cristo, caratterizzata da un’era di pace e di concordia sulla terra, non scevra da segni prodigiosi – tra cui, notevole, la fine della corruzione nella gerarchia ecclesiastica.
La permanenza dei segni dati da Gesù ai suoi discepoli è stato argomento fortemente dibattuto in ambito teologico. La tradizione cattolica, diversamente dalle chiese della Riforma, ha sempre riconosciuto, a partire dall’Alto Medioevo, opere straordinarie attribuibili a coloro che hanno esercitato in maniera eroica la testimonianza  cristiana. Non si faccia confusione con la credenza medioevale dei cosiddetti Re taumaturghi (argomento reso celebre dal saggio dello storico francese Marc Bloch Le Rois thaumaturges), che dava ai sovrani il potere di guarire dai morbi, che era invece più legata all’ufficio ricoperto, dal momento che l’investitura per guidare un Regno cristiano non poteva che provenire da Dio. Ma la medesima tradizione cattolica, oltre i confini del  culto dei santi, che nella devozione popolare venivano invocati per proteggersi dalle calamità, se da una parte è stata sempre piuttosto prudente ad enfatizzare ed accreditare fenomeni soprannaturali e miracoli, proponendo se stessa ovvero la Chiesa Cattolica gerarchicamente ordinata, quale segno visibile di ciò che è invisibile, (cioè sacramento), per altro verso, dai primi secoli ad oggi, ha promosso l’istituzione di esorcisti, oggi presenti in tutte le diocesi del mondo, delegati direttamente dai vescovi ad esercitare il ministero di scacciare i demoni.
E’ interessante notare come, non di rado, coloro a cui vengono riconosciuti carismi di guarigione siano, al contempo, degli esorcisti. Questo è indicativo di una teologia arcaica, di stampo veterotestamentario (rimando al libro di Giobbe fustigato dal diavolo) – ma certo non assente persino nella mentalità del Gesù dei vangeli – nella quale si individua un nesso tra il peccato e le sue conseguenze (tra cui la malattia) – argomento presente in non poche religioni anche considerate nobilissime come il Buddismo – e il ruolo del Maligno, Principe di questo mondo per delega divina.
Tra i quattro guaritori – li chiamo così, per semplificare, andrebbe detto ‘presbiteri ai quali viene riconosciuto il carisma delle guarigioni’ – che ho avuto la ventura di vedere ‘in azione’, due erano anche esorcisti, ciò rivela il fatto che fossero accreditati dal punto di vista gerarchico.
Si tratta di un vescovo, mons. Milingo – balzato poi alle cronache per qualche innamoramento di troppo – e di un sacerdote, Matteo La Grua. Molto diversi, quanto a stile espressivo, esuberante il primo, mistico il secondo, entrambi però obbedivano alla medesima mentalità teologica. Dopo lunghissimi minuti di preghiere e celebrazioni varie, cominciava l’attesa preghiera di guarigione. Milingo si rivolgeva direttamente agli spiriti cattivi, una masnada di diavoli specializzati in rogne di ogni sorta; così c’era il diavolo della tosse, quello dell’ulcera, della depressione come del diabete. A loro ordinava, nel nome di Gesù Cristo, di lasciare il malcapitato che soffriva di quei mali. La Grua, più in maniera indiretta, ma neanche troppo, durante la preghiera di guarigione, dava un forte accento  alla liberazione spirituale che, a suo dire, spesso era causa di malesseri psichici e fisici. Una volta sembra si sia rivolto direttamente ad un cancro ordinandogli di seccarsi. Superfluo aggiungere che, durante questi riti, regolarmente alcune persone venivano soccorse, in preda a strani deliri, fenomeni quali apparente epilessia, sudorazione intensa e sintomatologie generalmente collegate a disturbi indotti, a parere dei presenti, da influssi diabolici; finché lo stesso Milingo o La Grua non interveniva per sedarli.
Assimilabile a Milingo, per la spettacolarità, forse più vicino ai predicatori evangelici americani (veri e propri fenomeni da baraccone ma seguitissimi nelle tv statunitensi) il sacerdote Dorio, che oltre al carisma della guarigione dichiarava di avere quello della conoscenza (o scienza, secondo il linguaggio paolino, ma conviene non usare questo termine in questo contesto) che permette di prevedere la/le persona/e che stanno per essere guarite. Questa l’impostazione, durante l’invocazione per le guarigioni, che riporto, quale testimone oculare: “A questo punto, cari fratelli, il Signore mi sta dicendo che sta per guarire una persona che ha grossi problemi alla schiena. Conterò fino a sette e giunto al sette, batterò le mie mani e quella persona sentirà un grande calore che la investirà, è il calore dello Spirito Santo. Quella persona è pregata di venire sul palco a testimoniare di essere guarita da Gesù!”. Puntualmente qualcuno (tra diverse centinaia di presenti) si presentava sul palco per dire di essere lei la persona guarita. Fatta salva la buona fede di chi si  ’sente’ guarito, il problema è stabilire quanto duri la guarigione medesima. In più di un caso, nei giorni successivi, le persone che dichiaravano di essere state sanate, riprendevano ad accusare i soliti problemi. Il ruolo della suggestione, della folla (si veda G. Le Bon, Psychologie des foules, tradotto in italiano da Longanesi), la carica emotiva giocano un ruolo non indifferente.
Il religioso padre Emiliano Tardif, tra quelli incontrati, è forse quello che presenta più di un motivo di interesse. Come Dorio, dotato anche lui oltre che del carisma di guarigione anche di quello della conoscenza, la sua presenza raccoglieva folle a dir poco oceaniche. A Rimini, sul finire degli anni Ottanta, dove ebbi modo di vederlo, c’erano oltre 40.000 persone ad assistere al suo insegnamento. Quella volta c’era, finanche, Enzo Biagi con ‘Il fatto’ ad intervistarlo. Volto bonario, cadenza suadente  Tardif si abbandonava alla preghiera e alla predicazione per moltissimi minuti, intrecciando ricordi personali, catechesi, e preghiere di guarigione.
La sua esegesi del miracolo era molto poco elaborata e  si basava su una interpretazione letterale di quanto scritto nei vangeli e negli Atti. Tardif affermava che ‘Gesù Cristo è uguale ieri oggi e sempre’, la sua Chiesa è la stessa Chiesa del Nuovo Testamento. Se oggi i suoi apostoli, i vescovi, non riescono a compiere prodigi nel suo nome è solo per mancanza di fede. La Chiesa vive una perenne Pentecoste e i segni sono finalizzati all’evangelizzazione; un modo abbastanza sottile per dire che c’è sempre un ordine di priorità, la conversione interiore, e non la guarigione fisica o psichica, pure propedeutiche.
Va detto che molte testimonianze di guarigioni attribuite alla preghiera di Tardif erano de relato. E l’unica persona, a pochi metri da me, tra le decine che sono andate sul palco per dichiarare di essere guarite, era un vecchietto che aveva buttato il bastone, lui zoppicante per una malformazione alle ginocchia, che il giorno dopo aveva gli stessi problemi – e si faceva fatica a convincere che sarebbe stato meglio riprendere il bastone!
Tutto sembra comunque si giochi sul piano della fede. La fede compie il miracolo – ’se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà’ (Mt 21, 21). Se la malattia e la morte, segni di un mondo antico segnato dal peccato, livellano ogni uomo, ricco o povero, giovane  o vecchio, la fede è il discrimine tra gli uni e gli altri; talvolta pare addirittura aggiungere ingiustizia ad ingiustizia: ‘A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha’ (Lc 19,26). Quando neanche la fede sembra sufficiente e finanche la lettura che si dà delle calamità può rivelarsi claudicante: ‘ Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?’ (Lc 13,4).
E allora? La dimensione escatologica del miracolo individua una sorta di primizia di un mondo di là da venire che è appena cominciato; ma che i più, forse, percossi quotidianamente nel corpo e nello spirito, sono incapaci di attendere. Il Gesù dei vangeli ne è quasi consapevole:  ‘Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà  la fede sulla terra?’ (Lc 18,8). Kafka ha persino immaginato il Messia che arriva ‘il giorno dopo il proprio arrivo’, troppo tardi insomma.
Ha scritto assennatamente Sergio Quinzio: ‘Né Giobbe né Qohelet negano o dubitano che Dio esista, ma sono molto vicini a disperare che Dio salvi’. E’ qualcosa di più profondo, di radicale. Scandalo per i credenti, prima di tutto. (FINE)

* Laureato in Storia, ha compiuto studi di teologia e filosofia. Attualmente è cassiere del Circolo UAAR di Padova

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Questo articolo è stato pubblicato mercoledì, 16 febbraio 2011 alle 18:57 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.