Esegesi del miracolo (1)

Stefano Marullo*

Stefano Marullo

E’ consuetudine annoverare la miracolistica quale genere letterario tipico dell’agiografia. Talmente funzionale ad essa che – pure viene considerata letteratura minore – una sua eventuale troncatura condizionerebbe irreversibilmente la narrazione stessa riferita alla vita e alle opere del beato che si vuole magnificare; sarebbe, per intenderci, come togliere dalla Vitae Caesarum svetoniana ogni riferimento alle imprese belliche dei suoi protagonisti. Perché sorprendersi se lo stesso genere letterario possa oggi divenire un genere televisivo in programmi di intrattenimento e di pseudo-approfondimento dai titoli eloquenti – miracoli, i santi, vite straordinarie – propinati ad hoc per aumentare l’audience di quei format concepiti per cavalcare l’onda emotiva del pubblico? Il sensazionalismo che informa queste trasmissioni è coerente con l’etimologia che promana dal verbo latino mirari, che vuol dire, per l’appunto, stupire e meravigliare.
L’interpretazione del miracolo è però quasi sempre destinata a polarizzare le posizioni dei fedeli rispetto a quella degli scettici. Se gli increduli dicono ‘la scienza non può ancora spiegare’, fidando che quello che appare misterioso, come spesso avvenuto in passato, possa essere prima o poi chiarito, i credenti sostengono che ‘la scienza non potrà mai spiegare’ e ciò proverebbe il suo carattere soprannaturale.
A rigore si potrebbe finanche operare una distinzione concettuale tra miracolo e guarigione; non tutte le guarigioni, infatti, sono miracolose, nel senso che il processo di guarigione  in natura è statisticamente rilevabile. Con buona pace dei questuanti che vagano tra Lourdes e Medjugorje, la remissione spontanea di una malattia, anche seria, è nel novero delle possibilità e chi ne beneficia non ha bisogno di scomodare madonne o padri pii. Ma le guarigioni miracolose, quindi eclatanti, sono comunque un fatto raro. Beninteso, il miracolo è per statuto un evento contronatura perché ne sospende le leggi, forzando un processo contrario rispetto all’ordine consequenziale dei fatti. Vale la pena ricordarlo. Se Quasimodo, il gobbo di Notre Dame, poteva parlare di ‘miracoli ordinari’, fuori dalle fiabe un miracolo frequente sarebbe un formidabile ossimoro; la straordinarietà di un fatto si evince proprio dalla circostanza che l’evento non si ripeta con regolarità. Non a caso si ‘grida’ al miracolo, in quanto inatteso,  mentre una guarigione può essere invocata come scorciatoia per una malattia il cui termine sarebbe comunque raggiungibile con adeguate terapie e/o lunghi periodi di convalescenza. Attesa la coerenza interna di questo argomento, c’è più di un tassello utile a dirimere la recente tonitruante polemica intorno al miracolo della transustanziazione. Tecnicamente la ripetitività della formula consacrativa che ‘trasforma’ il pane ed il vino in ‘corpo e sangue’ di Cristo, configura più un potere delegato ai presbiteri, e oggettivamente, in forza di quanto detto, sarebbe improprio parlare di miracolo. Il valore semeiotico del miracolo ne verrebbe sminuito; in fondo l’ateo non deve interpretare nulla perché nulla vede e, parimenti, il credente pur nulla vedendo, crede in forza della fede. La presenza ‘reale’, come vuole la tradizione cattolica, di Cristo nell’eucaristia, appartiene a quello che Aristotele chiamerebbe l’ordine noetico, un piano affatto diverso da quello dei sensi e del ragionamento logico. Indagare sul ‘dna’ dell’ostia transunstanziata è una evidente  forzatura  o se volete una eccellente boutade. Al contempo, pretendere di parlare di miracolo dell’eucaristia, è una colossale mistificazione, sbagliato dal punto di vista semantico, prima di tutto – il miracolo ha un effetto shock, è plateale – laddove siamo nell’ambito di mysterium fidei, inaccessibile al non credente. Da qui a considerarlo un tabù ce ne passa; una società libera e laica, deve dover discettare su tutto, anche su quanto appare incomprensibile. Soprattutto l’onere della prova, perlomeno psicologica, dovrebbe ricadere su quanti sostengono qualsivoglia asserto. Rivelatrici, sotto questo aspetto, le parole di un cristiano evangelico che sosteneva ironicamente: ‘Se davvero i cattolici, come pretendono di proclamare, fossero veramente convinti che nell’ostia consacrata ci sia realmente il Corpo di Gesù Cristo, avremmo le chiese perennemente presidiate da un servizio scorta volontario che si alternerebbe giorno e notte per custodirne l’integrità e contenere folle immense e in preda al delirio, che vorrebbero contemplarne il mistero”. Se non altro, il dibattito sull’iniziativa audace del nostro socio di Ancona, di cui Ultimissime ha dato ampio spazio, ha il merito di ricordare ai cattolici – mi riferisco alla massa dei fedeli – quello che non sanno, quanto alle loro verità rivelate  e poco condivise.
Torniamo al miracolo e al suo carattere intrinsecamente eclatante. La teologia biblica non ammette ambiguità sotto questo aspetto. L’Antico Testamento non lesina  segni soprannaturali: nella Genesi Sara in vecchiaia dà alla luce Isacco , ma è soprattutto  il libro dell’Esodo, la fuga  dall’Egitto e la peregrinazione nel deserto che è accompagnato da prodigi; così le piaghe d’Egitto, il passaggio del Mar Rosso con le acque che si ‘aprono’, il miracolo delle quaglie, l’acqua scaturita dalla roccia fino ai grandi avvenimenti del Sinai; ed ancora nei libri di Giosué – con  il famoso miracolo del sole – e dei Giudici, o i libri dei Re riguardo ai fatti miracolosi che investono il profeta Elia ed Eliseo fino a Daniele salvato dalla fossa dei leoni (Daniele 6,17-25). La narrazione biblica dà ampio risalto a tutti questi segni di fronte ai quali i ‘nemici’ ammutoliscono e i timorati di Dio ne glorificano la potenza. Parimenti profeti e condottieri con le loro gesta inconsuete danno prova di essere prediletti da quel Dio che irrompe nella storia. Il miracolo ha valore catechetico e valenza escatologica. Il valore storico di questi avvenimenti è pressoché nullo  – per quanto di tanto in tanto escano libri come La Bibbia aveva ragione che lasciano il tempo che trovano – ma assumono un chiaro significato nella storia salvifica i cui segni può interpretare, con l’aiuto della grazia, solo il credente. Per dirla tutta, le fonti storiche sul cd ‘popolo eletto’, parlano di una nazione perennemente in guerra civile, che conosce non poche deportazioni fino alla definitiva capitolazione di fronte al giogo romano, notevolmente al di sotto dal punto di vista degli standard politico-militari o economico-sociali rispetto ai popoli vicini.
Ma veniamo al Nuovo Testamento. I miracoli di Gesù, che pure si è provato di incanalare in una cornice storica, non sfuggono a questa tradizione. I vangeli canonici – per non parlare degli apocrifi -  ne sono pregni. Il teologo René Latourelle si è sforzato di sostenere che la quantità impressionante dei miracoli evangelici sono un forte indizio sulla loro autenticità storica, poiché smussarne il peso o addirittura negarli vorrebbe dire stravolgere il messaggio evangelico medesimo.
E’ un argomento decisamente fuorviante. Con una reductio ad absurdum si potrebbe parimenti sostenere che siccome un mentitore professionale ha  coronato la sua vita di menzogne colossali, negare la validità di queste vorrebbe significare cancellare la vita stessa del narratore! Dirò di più, è altamente probabile che il Gesù storico non abbia compiuto alcun miracolo. Gli scritti più antichi del Nuovo Testamento, riferiti a Paolo di Tarso, non ne fanno la minima menzione. Il vangelo più antico, Marco, da cui dipendono sia Matteo che Luca, è notorio che faccia riferimento in massima parte alla cosiddetta fonte dei Logia – altrimenti chiamata fonte Q – ovvero una quantità di discorsi attribuiti a Gesù. E lo stesso vangelo di Tommaso, il cui valore storico-filologico è stato recentemente rivalutato, più antico rispetto al vangelo di Marco, raccoglie i ‘discorsi’ di Gesù senza alcun riferimento ad episodi biografici, o miracoli di sorta. Se, come credo, è vera la tesi secondo la quale gli scritti neotestamentari sono soprattutto concepiti perché il cristianesimo venisse recepito dal mondo romano, si capisce bene che una teologia del miracolo riferibile a Gesù non possa che avere un’elaborazione tardiva – si veda Giovanni – in cui il profeta di Nazareth diventa il Cristo; bisognerà aspettare ancora molti anni, il concilio di Efeso del 431 d.C. e quello di Calcedonia del 451 d.C. per una prima definizione dogmatica della sua divinità. Ma tutta la letteratura precedente, coeva e successiva agli scritti evangelici, è ricca di riferimenti a prodigi compiuti da dei guaritori presso santuari e sacrari – le nostre Lourdes – : Erodoto racconta del miracolo di Elena al tempio di Terapne nel quale un bimbo brutto viene reso subitaneamente bello, Esculapio oltre a guarire dai morbi era in grado di resuscitare i morti, per non parlare dei cicli di racconti che riguardano i prodigi della dea Vesta e più tardi quelli attribuiti a Iside o Serapide. Non mancano anche personaggi storici, predicatori erranti a cui sono attribuiti poteri taumaturgici. Per tutti, Apollonio di Tiana, sapiente neopitagorico, vissuto al tempo di Nerone e Domiziano – di quest’ultimo sembra previde anche la morte -.
Insomma i vangeli non inventano nulla, quanto a miracoli e prodigi riferibili a Gesù, piuttosto utilizzano un genere letterario in voga per accreditare gli attributi divini di Cristo. Vale ancora il paradigma di Bultmann secondo cui non sono identificabili il Gesù storico e il Gesù della fede.
Riguardo a Paolo si potrebbe eccepire che se è vero che egli non parli affatto di episodi soprannaturali riguardanti la storia di Gesù di Nazaret, d’altro canto si prodiga con insistenza nel parlare del ‘miracolo dei miracoli’ e cioè la Resurrezione. Si potrebbe dire molto sulle imprecisioni paoline riguardo a questo evento capitale e sulla sovrapposizione dei piani della rivelazione privata e della esperienza storica e pubblica dell’evento medesimo. Mi limiterò a segnalarvi un eccellente libro uscito qualche anno fa, del teologo Andrės Torres Queiruga, La risurrezione senza miracolo, mirabile nel delineare la possibilità che l’evento principe della religione cristiana, possa essere stato vissuto dagli Apostoli come esperienza unicamente interiore, e non per questo meno gravida di valore . (continua)

* Laureato in Storia, ha compiuto studi di teologia e filosofia. Attualmente è cassiere del Circolo UAAR di Padova

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato mercoledì, 9 febbraio 2011 alle 16:55 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.