Uomini e androidi

Flaviana Rizzi*

Flaviana Rizzi

Nel romanzo di Philip Dick, al quale è ispirato il film Blade Runner, viene indicata, come unica differenza tra umani e androidi, l’assenza di empatia di questi ultimi per i primi. Non è difficile scorgere, in questa scelta narrativa, la convinzione che la capacità empatica sia il tratto più squisitamente umano nell’intera dotazione emozionale della nostra specie, per quanto esso sia rinvenibile anche in altre specie, come ad esempio i cani.
Sulla base di queste riflessioni, mi accade di chiedermi quale possa essere, in una persona non religiosa, la spinta alle sofferenze dei propri simili, con l’intento di lenirle, e la risposta conseguente è che appunto si tratti della tendenza generale, insita nella specie umana, a immedesimarsi nell’altro, tanto da poter sentire ciò che egli prova, per il tramite di quel processo di sintonia emotiva dovuto, penso, più a un fenomeno di identificazione, che a un lavoro della facoltà immaginativa.
Questo fa sì che l’occuparsi del disagio altrui diventi il mezzo per scandagliare il nostro io più profondo, affrontando così il nostro stesso disagio. Chiederci come un non credente riesca ad affrontare emozioni negative come la paura, la frustrazione, la sofferenza, senza ricorrere all’aiuto di un’entità superiore, è un’occasione per scandagliare la nostra stessa difficoltà.
In una situazione di sofferenza, fisica o emotiva, ci accade di sentire il bisogno di confrontarci con qualcuno che non cerchi di catechizzarci, di trasmetterci messaggi moralistici, ma sia piuttosto capace di ascoltare con vero interesse, senza la scorta di un dispositivo ideologico preconfezionato, trasmettendoci attenzione, calore e conforto, senza alcun intento di conversione.
Contare sul comportamento empatico dei nostri simili mi sembra dunque decisamente più intelligente e risolutivo che affidarsi alla speranza di ottenere un aiuto da persone che sono indotte a prestarlo da una prescrizione che essi suppongono di origine divina, o che possano decidere di fornirlo a motivo di un meccanismo di ricompensa, sia pure situato nell’al di là.
In definitiva, la propensione “empatica” a soccorrere gli altri è senza dubbio la più meritoria, in considerazione del fatto che viene prestata solo per ragioni di pura “umanità”, e senza secondi fini.
Dopotutto, anche un androide potrebbe accettare di aiutarmi, se ritenesse di poterne ricavare qualcosa.

* Componente del comitato direttivo del circolo UAAR di Torino

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato giovedì, 18 novembre 2010 alle 6:25 e classificato in Generale, Opinioni, UAAR. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.