Per una più libera, ma soprattutto più utile, interpretazione dei Vangeli da parte del pensiero ateo

Bruno Gualerzi*

Bruno Gualerzi

Ho cercato di interessarmi ai Vangeli, non tanto come testo storico di cui si sono studiate le probabili fonti, l’attendibilità delle vicende narrate, le varie interpretazioni, quanto per cercare di individuare le ragioni di fondo per le quali ha avuto l’impatto che ha avuto da un certo momento in poi nella storia della civiltà occidentale. Le ragioni della sua diffusione e della sua ‘fortuna’. E per vedere come ’utilizzarlo’ tutto ciò in prospettiva atea.
Si può iniziare con la considerazione che, da un certo momento in poi, a fare proprio il contenuto del testo e a condizionarne le possibili interpretazioni, è intervenuto, direttamente o indirettamente, il potere, senza distinzione, perché in totale identificazione, tra potere religioso e potere politico. Lo scopo era non lasciare a se stesso un eventuale lettore che, senza guida, avrebbe potuto farsi influenzare da altro che non fosse il potere stesso, con la conseguenza che si sono imposte le scelte più radicali, più ‘forti’, per non lasciare troppo spazio al proliferare delle opinioni, per ingabbiare tutto nel dogma. E con l’ulteriore conseguenza che nessuno, in area cristiana, si è potuto ‘permettere il lusso’ di non prendere sul serio questa narrazione, se non altro perché, essendosene impadronito il potere, con esso si dovevano fare i conti prima ancora che con la narrazione stessa.
Ma di che narrazione si tratta? Si potrebbe non prenderla sul serio, o quanto meno non più sul serio di tante altre, visto che pur sempre di un documento storico si tratta, e che parla di eventi accaduti nel tempo? E la necessità di prenderla sul serio è dovuta soltanto all’incidenza dell’intrusione così massiccia e dispiegata del potere? Anche, sicuramente, ma il potere ha avuto buon gioco in questa sua intromissione in quanto ha potuto sfruttare le vera peculiarità, che è poi l’ambiguità, di questo testo: la commistione di mito e di storia che lo impronta senza che si possa drasticamente optare per l’uno o per l’altra. Che non si tratti di puro mito è comprovabile dalla convergenza – sia pur con mille lacune e contraddizioni – di storici-cronisti contemporanei o poco successivi ai fatti narrati… ma proprio questa storicità, discutibile e controversa, è comunque sempre ‘inquinata’ da una dimensione a-storica, o meta-storica, che spiazza in partenza ogni pretesa di correttezza filologica; c’è una sorta di sapientissima ingenuità che legittima la sostanziale inutilità di questa correttezza. E così l’intreccio, la sovrapposizione, di due costruzioni nello stesso tempo necessarie e arbitrarie (il mito e la storiografia), invece di incrementare la dovuta circospezione circa l’attendibilità della narrazione, ne ha moltiplicato la capacità di presa, la grande suggestione. Dando vita ad un circolo tanto più virtuoso quanto più vizioso, in grado in ogni caso di reggere a qualsiasi attacco ‘scientifico’, perché in grado di sfuggire a qualsiasi tentativo di formalizzazione in questo senso. Insomma, la ‘lettera’ e lo ‘spirito’ nei Vangeli si rincorrono, e si vengono in aiuto, offrendosi al lettore con tutta la disponibilità possibile, mentre l’istituzionalizzazione (la codificazione) sempre perseguita e, da un certo momento in poi continuamente realizzata, della interpretazione e del giudizio (cioè l’intervento del potere) ha fatto il resto. In che senso?
Nel senso che questa istituzionalizzazione ha posto in grado di trarne conseguenze pratiche (sociali, politiche, economiche, culturali) per la società a tal punto che queste conseguenze hanno finito a loro volta per costruire come una sorta di cappa protettiva inscalfibile del testo. E nemmeno la perdita progressiva di influenza diretta sulle coscienze del dio di cui nei Vangeli si narra la manifestazione nella storia, ha tolto vitalità a un testo che ha continuato e continua a coinvolgere credenti e non credenti incurante, questa vitalità, di tutti gli abusi perpetrati in suo nome contro quegli stessi uomini che il dio aveva dato incarico al figlio di redimere e salvare.
Incurante anche dell’attacco più insidioso portato alla sua capacità di presa: quello costituito dal cosiddetto libero esame. Inutilmente ci si è illusi di poter conquistare un’autonomia di giudizio ormai compromessa da un lato dalla monopolizzazione operata dall’istituzione religiosa, dall’altro da una così imponente mole di opere materiali e ‘spirituali’ a quel testo riconducibili, da ergersi come ostacoli insormontabili di fronte ad ogni pretesa di non farsene condizionare. E il “non possiamo non considerarci tutti cristiani”, affermato autorevolmente da qualcuno ascrivibile, per tanti aspetti del suo pensiero, all’universo ateo, può essere considerato il suggello definitivo di questa resa incondizionata.
E così il racconto evangelico è ancora lì, tirato da tutte le parti come la classica coperta troppo corta, a simboleggiare un circolo vizioso a suo modo classico per ogni opera che ha resistito, diventando appunto ‘classica’, più di altre nel tempo: superata una certa durata – per ragioni raccomandabili o meno – non ha più avuto bisogno di legittimarsi per il suo contenuto in quanto a sostenerne la capacità di presa sui lettori basta il tempo. Tempo storico, naturalmente, che prima o poi sancirà anche la sua scomparsa, ma fino a che quel testo sarà in grado di travestirsi da eternità in modo considerato comprensibile perché comunque gratificante, di circolare cioè nell’opera come trascendenza-immanenza (un piede in cielo e uno in terra) rimarrà a galla.
A questo punto allora si tratta di vedere perché anche un ateo convinto possa affermare “di non potersi non dire cristiano”… ma non per contestare questa affermazione in sé, quanto piuttosto per sottolineare come tale affermazione trova la sua piena validità proprio solo perché a farla è un ateo. Lo sforzo vero che occorre fare è quello di recuperare dei Vangeli tutto quanto è possibile recuperare in termini di umanità, di tentativo inconscio di rivendicare, paradossalmente ma non tanto, proprio tutta l’autonomia dell’umano rispetto al divino, il desiderio nascosto di liberarsi del, e dal, divino. Di superare le disumane vicende del vecchio Testamento. Che c‘è, e che solo un ateo può cogliere perché il credente, anche il più in buona fede, ascriverà pur sempre questa ‘umanità’ e la sua valorizzazione a un intervento divino, mancando il quale l’umano non si sarebbe alzato più di tanto dalla sua ferinità, cioè dalla sua ‘colpa’. Con qualche ragione se si guarda ai benefici, e non solo ai danni, che dai Vangeli l’umanità ha comunque potuto trarre… ma con un pregiudizio di fondo che ha sempre finito per vanificare questi eventuali benefici. Un laico, un non credente – ma anche un credente – potrebbe ritenere che all’atto pratico questa differenza è poco più che formale per quella categoria di ‘uomini di buona volontà’ che si è convenuto accomuni, possa accomunare, appunto, credenti e non credenti… e certamente di fronte a scadenze cruciali (catastrofi naturali, ma soprattutto guerre, sfruttamenti, violenze di qualsiasi tipo perpetrate dall’uomo verso i propri simili, cioè verso se stesso) questo considerarsi, credenti e non credenti, prima di tutto ‘uomini di buona volontà’ ha in varie circostanze dato buoni frutti… ma questa molla umanitaria è scattata, quando è scattata, sempre, appunto, solo in situazioni contingenti, di fronte all’emergenza. Finita la quale – ecco il punto – le condizioni ‘strutturali’ perché tali emergenze si riproducessero più o meno sempre le stesse, non erano mai veramente affrontate, e proprio perché si riteneva di dovere prima di tutto rispettare la natura divina del messaggio evangelico, non pretendere cioè di strumentalizzarlo per finalità ‘troppo umane’. In altre parole, il messaggio, che potrebbe essere un messaggio di amore e fratellanza, dei Vangeli, deve mantenere, per l’ortodossia religiosa, tutta la sua derivazione trascendente, pena il perdere il suo benefico influsso: lo si può sempre (e qui di nuovo un ruolo decisivo lo gioca l’istituzione religiosa che non vuole perdere la sua capacità di presa su chiunque) ‘prestare’ anche ai non credenti, ma sappiano questi che di un messaggio divino si tratta, e per l’umanità l’unica forma di riscatto resta pur sempre legata ad una colpa dalla quale l’uomo da solo, senza la fede in dio, mai potrà mondarsi. Tanto è vero che – eccolo il micidiale circolo vizioso, l’effetto che diventa la causa e viceversa! – ricade sempre nelle stesse colpe.
E così, il testo sacro per alcuni aspetti forse il meno sacro di tutti in quanto contempla il sacri-ficio della divinità stessa, resta alla fine, nonostante tutto, un testo fondamentalmente inerte… e lo resterà fino a quando – sfruttando e forzando, da laici, ma soprattutto da atei, proprio quei momenti presenti nella storia delle sue interpretazioni che rivendicano una qualche forma di autonomia di giudizio – non si libererà l’umano dal divino.

* Già insegnante di storia e filosofia nei licei, è ora in pensione. E’ fresco di stampa il suo libro Ateismo o barbarie? (autoanalisi di un’ossessione)

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato sabato, 28 agosto 2010 alle 17:31 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.