Il marketing sulle conversioni

Raffaele Carcano*

Raffaele Carcano

Nei giorni scorsi il quotidiano Libero ha pubblicato un articolo di Gennaro Malgieri, già direttore del Secolo d’Italia e già consigliere d’amministrazione della RAI, la cui tesi di fondo è esplicitata fin dal titolo: Perché Dio si scopre negli anni del tramonto. L’occhiello precisava: La conversione di Foa. E di altri. Altri nomi, in realtà, nell’articolo non ce n’erano: un box redazionale ricordava però i casi di Gramsci, Guttuso, Montanelli e Fallaci. Solenne topica: tre dei quattro non si convertirono mai, e anche l’attendibilità della conversione di Guttuso si basa, in pratica, soltanto sulle parole di Andreotti. Strano modo di fare giornalismo.
Le conversioni sono rare: le scelte fatte nell’adolescenza sono quasi sempre portate avanti per tutta la vita. Le inchieste longitudinali che mostrano l’evoluzione delle credenze di una certa generazione nel corso del tempo sono concordi nel mostrare che non c’è alcuna evoluzione: qualcuno si converte, qualcuno perde la fede, può forse variare l’intensità della credenza o dell’incredulità, ma la stragrande maggioranza delle persone continua a pensarla allo stesso modo fino al termine della propria vita.
Non c’è marketing delle conversioni, dunque, perché non c’è nemmeno mercato: se non fossero rare, non farebbero notizia. Ed è ovvio che quella di Renzo Foa, figlio di uno dei ‘padri nobili della sinistra italiana, già direttore de L’Unità, faccia notizia. Ma si accompagnò alla sua ‘conversione’ politica al centrodestra, che lo portò a diventare direttore di Liberal. Anzi, probabilmente la seguì. Non è un caso che la sua testimonianza sia stata estratta da un libro dal titolo Ho visto morire il comunismo: l’una discende dall’altra, tanto che anche Malgieri dedica poi più spazio alla svolta politica che a quella religiosa.
Se non c’è un autentico marketing delle conversioni, ce n’è però sicuramente uno sulle (poche) conversioni. Il convertito diventa, volente o nolente, testimonial della bontà del prodotto, ed è pertanto spinto, se non obbligato, a propagandarla. Gli ebrei più importanti che si convertirono al cattolicesimo nella Roma pontificia della Controriforma erano fatti sfilare nel ghetto in pompa magna. La stessa enfasi che due anni fa contraddistinse la conversione dall’islam al cristianesimo di Magdi Allam, poi lanciatosi in una fulminante carriera politica nell’UDC che l’ha portato a conquistare un seggio all’Europarlamento (che peraltro occupa fisicamente assai raramente).
Quanto poi siano reali e durature queste conversioni è tutto da discutere. Anne Rice, l’autrice di Intervista col vampiro e La regina dei dannati, una decina di anni fa abbandonò pubblicamente l’ateismo per tornare al cattolicesimo della sua infanzia. Si mise anche a scrivere libri a tematica religiosa: un evento molto amplificato. Pochi giorni fa, due giorni dopo l’articolo di Malgieri, nuova svolta: alla soglia dei settant’anni, Rice ha abbandonato nuovamente la cristianità, pur continuando a sentirsi seguace di Cristo (ma non dei «seguaci di Cristo»), lasciando su Facebook queste dichiarazioni: «Nel nome di Cristo, mi rifiuto di essere anti-gay. Mi rifiuto di essere anti-femminista. Mi rifiuto di essere contraria al controllo delle nascite. Mi rifiuto di essere anti-democratica. Mi rifiuto di essere contro l’umanesimo secolare. Mi rifiuto di essere contro la scienza. Mi rifiuto di essere contro la vita».
Quale fede, dunque, negli anni del tramonto? L’articolo di Malgieri riprende un vecchio, stantio luogo comune, quello che, giunti al dunque, gli atei ‘muoiono’ dalla paura di morire. Tanto è diffuso questo pregiudizio, che già nell’Ottocento l’agonico Victor Hugo si fece ‘vigilare’ contro eventuali intrusioni di sacerdoti: da parte sua Giuseppe Garibaldi redasse addirittura un testamento in cui metteva in guardia sulla veridicità di una eventuale conversione sul letto di morte. «Non ci sono atei in trincea», afferma una frase fatta americana: forse sono soltanto più pacifisti, o forse è meglio non dichiararsi atei. Perché la fede in un’esistenza ultraterrena, da che esiste la religione, ha sempre aiutato i generali a convincere i propri soldati ad andare a immolarsi in battaglia.
Gli atei ritengono che non vi sia nessuna forma di esistenza dopo la morte: e questa semplice considerazione dà luogo ad atteggiamenti diversi. Savater, nel Dizionario filosofico, scrisse che «l’uomo libero non perde il suo tempo a pensare alla morte (anche se forse pensa all’evento del morire, che però non è la stessa cosa), riservando tutta la sua saggezza alla vita che desidera». Qualcuno, come Woody Allen, ne ha una paura folle, ma ci scherza spesso sopra. Qualcun altro, negli ultimi giorni di vita, finisce per accogliere il conforto religioso, pensando che il gesto, ininfluente per lui, possa invece aiutare i parenti a sopportare meglio il distacco. La maggior parte se ne va come è sempre vissuta, con una compostezza che non ha nulla da invidiare, ed è spesso maggiore, di quella dei credenti. Come si può notare confrontando l’atteggiamento dei familiari durante un funerale laico e uno religioso. O come dimostrano le lettere dei condannati a morte della Resistenza.
I non credenti convivono con la convinzione della propria finitudine per tutta la vita, che nel frattempo si godono: sono probabilmente meglio attrezzati, di fronte alla morte, propria e altrui. Forse è per questo che, secondo una ricerca, nelle unità di terapia intensiva milanesi la percentuale di atei o agnostici dichiarati supera il 30 per cento. Una decina di anni fa un’altra ricerca, condotta dalla British Society of Gerontology, mostrò che gli anziani (che, essendo nati in anni meno secolarizzati, rappresentano comunque la fascia d’età più devota) si interrogano sempre più sulla morte, fino a disaffezionarsi dalla religione. Forse è proprio la fede in Dio a vacillare negli ultimi giorni. Ma nessun prete ateo raccoglierà mai confidenze di questo tipo.

* Studioso della religione e dell’incredulità, curatore di Le voci della laicità, coautore di Uscire dal gregge, segretario UAAR

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato venerdì, 6 agosto 2010 alle 8:38 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.