Le radici biologiche del mio ateismo

Franco Ajmar*

Franco Ajmar

Le radici, ah, le radici! Potrò mai separarmi dalle mie radici biologiche ed esprimere giudizi, pensieri che si avvicinino a quelli di un filosofo, un teologo, un logico?
Una precisazione (che, come tutte le precisazioni, gioca sull’ambiguità): le mie radici biologiche si possono riferire alla mia educazione accademica, che evidentemente mi ha plagiato e mi costringe a pensare attraverso un percorso sempre più stretto e, per questioni anagrafiche, sempre più diritto, le viuzze collaterali essendo ormai disperse fra le sinapsi. Oppure esse riguardano le mie radici biologiche in senso stretto, quelle che condizionano il mio modo di pensare. Bene, è a queste ultime che faccio riferimento, e in modo plateale. Ecco il primo (e unico) comandamento: “La mente umana è un risultato provvisorio dell’evoluzione del cervello nei primati. Le costruzioni mentali generate dal suo funzionamento, compresa l’ipotesi di un essere eterno e onnipotente, sono condizionate e limitate da questo vincolo antropocentrico.”
Sembra banale, ma questa proposizione è stata per me determinante per posizionarmi sull’ateismo. Non sull’agnosticismo, che mette, sul piatto delle possibili spiegazioni del cosiddetto mistero che ci circonda, anche la possibile esistenza del famoso Ente, solo per dire che non ce la fa a provarla, e quindi non si sbilancia, “no saccio!”. No. Questa mente di derivazione biologica pone per me un limite invalicabile: oltre ad essere una parte provvisoria di un percorso evolutivo non troppo remoto su scala cosmica, ma che prevede un incremento cumulativo di complessità, delle quali non sappiamo l’inizio (l’Homo erectus postulava già dio?) e meno ancora possiamo prevedere il futuro, essa è autovalutativa, cioè si dà il voto da sola e arriva talvolta a dire di essere il migliore prodotto dell’universo. Espande a piacere, con la propria fantasia, il proprio universo (per ridimensionarla basterebbe ricordarle che ogni galassia del tipo di quella che abitiamo è formata da migliaia di miliardi di sistemi solari, e che di queste galassie ce ne sono probabilmente migliaia di miliardi); poi, per estrapolazione costruisce a propria immagine, un padre padrone e derivati. Senza rendersi conto che basta un bicchierino di grappa o, più pudicamente, una sana dormita, per demolire tutto questo. Comprese le diatribe logiche sulle prove dell’esistenza dell’Ente, o le visioni mistiche o quant’altro. Non è quindi questione di “ potrebbe esserci, ma non posso saperlo”, né di dimostrare che “non esiste”, tesi che nessun ateo serio sosterrebbe: ma, piuttosto, che non ha senso teorico né pratico che la mente, con i limiti detti sopra, ne postuli l’esistenza. Parlare del sesso degli angeli era più concreto.
Le ricadute pratiche di questa concezione atea sono molto più serie di quelle che si basano sulle fantasie religiose della nostra mente. Ma di questo alla prossima puntata.

* Laureatosi in Medicina presso l’Università di Genova nel 1960, ha conseguito il PhD in Genetica presso la University of Chicago nel 1967. È stato professore di Genetica medica presso l’Università di Genova fino al 2005. Oltre a capitoli di libri di biologia e genetica, di neurobiologia e di neuropsichiatria infantile, ha pubblicato per la ESI il libro Chi? Piccolo galateo di bioetica (2000) e per la Coedit il libro Galeotti cosmici: Riflessioni di un apprendista relativista (2007). È socio Uaar.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

Questo articolo è stato pubblicato mercoledì, 7 luglio 2010 alle 0:10 e classificato in Generale, Opinioni. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.