Il caso Crisafulli

Nei giorni scorsi è tornata agli onori delle cronache la vicenda di Salvatore Crisafulli, che è utile ripercorrere brevemente. L’uomo, nel 2003, ebbe un incidente stradale. Fu diagnosticato uno stato vegetativo persistente. Nel 2005 i mezzi di informazione diedero ampio spazio alla notizia del suo “risveglio”, utilizzandolo spesso e volentieri come l’anti-Welby: un testimonial della lotta contro la legalizzazione dell’eutanasia. Nel 2008 apparve una sua lettera al premier Berlusconi, nella quale sosteneva di “non farcela più” (cfr. Ultimissima del 6 settembre 2008): l’intervento personale del capo del govergno si rivelò risolutivo (cfr. Ultimissima del 12 settembre 2008). I familiari, che da anni fanno da “portavoce” dell’uomo, ripresero la loro attività di campioni della lotta all’eutanasia: nel febbraio 2009 il fratello Pietro accusò Beppino Englaro di essersi “inventato tutto” (cfr. Corriere della Sera del 6 febbraio 2009); in seguito lo portò, stando a foto pubblicate sul settimanale Visto, sulla tomba di Eluana Englaro; infine fondò l’associazione Sicilia risvegli. Salvatore Crisafulli è stato anche portato in carrozzina alla festa patronale in onore di sant’Agata vestito come la santa.
Di qualche giorno fa è un nuovo annuncio di segno contrario: lamentando l’assenza di “un piano personalizzato di assistenza ospedaliera a domicilio”, Pietro Crisafulli ha comunicato l’intenzione di portare il fratello in Belgio (”una nazione che non è ipocrita come la nostra”) per fargli praticare un’iniezione letale. Uno volta portato a conoscenza di tale intenzione, il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Sistema Sanitario nazionale, Ignazio Marino, ha annunciato di aver avviato un’istruttoria sul caso, disponendo una ispezione dei Nas, anche per conoscere se “sia stato effettivamente il malato a comunicare tale scelta o se non sia frutto solo della disperazione ed esasperazione della famiglia per l’assenza di assistenza”. Il direttore generale dell’Asp di Catania, Giuseppe Calaciura, ha a sua volta precisato che l’assistenza sanitaria domiciliare a Salvatore Crisafulli consiste “in un infermiere professionale per 3 volte al giorno, 7 giorni su 7; un fisioterapista per 2 ore al giorno, 7 giorni su 7; uno specialista della nutrizione che effettua un controllo settimanale”, oltre alla fornitura dei farmaci e dei parafarmaci necessari e di un bonus annuale di 2.600 euro; infine, “più volte” sarebbe stata manifestata alla famiglia “la disponibilità di volontari disposti ad assistere il paziente”. Non è chiarissimo in quali condizioni versi attualmente il malato: secondo la famiglia è affetto dalla sindrome “locked-in”, circostanza che non gli impedirebbe comunque di comunicare; alcuni mezzi di informazione, come la stessa Radio Vaticana, parlano di “stato vegetativo”. L’associazione Giovanni XXIII, fondata da don Benzi, si è dichiarata disponibile ad accoglierlo.
La non linearità della storia è tale da suscitare perplessità nel mondo laico: cfr. ad esempio il post scritto da Alessandro Capriccioli di Soccorso Civile sul blog Metilparaben. Anche all’interno dell’UAAR è scaturita una discussione, al termine della quale è emersa la convinzione che la libera scelta per l’eutanasia a tutela della propria dignità non deve mai passare né come una scelta indotta dalle condizioni di difficoltà familiari (sostanzialmente, una induzione al suicidio), né come una determinazione che arriva a causa delle condizioni di difficoltà economiche o familiari.
AGGIORNAMENTO DEL 2 FEBBRAIO. La famiglia Crisafulli ha rinunciato al viaggio in Belgio: Salvatore Crisafulli ha nuovamente voglia di vivere. Secondo Repubblica tutto il merito è di un inviato delle Iene.

Notizia inserita da Raffaele Carcano

Questo articolo è stato pubblicato domenica, 31 gennaio 2010 alle 21:06 e classificato in Generale. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.