La poca laicità della Coop

Spettabile Unicoop Firenze,
mi chiamo Maurizio D’Ulivo, risiedo a Ponte Buggianese (PT) e sono vostro socio da molti anni.
Leggendo (con un certo ritardo) la lettera del Sig. Sergio Staderini di Figline Valdarno, pubblicata sulla Vs. rivista “Informatore Coop” del dicembre scorso sotto il titolo “Sacro e profano” (rubrica “Lettere”, pagg. 26-27) e la Vs. risposta in merito, devo dire di condividere in gran parte le argomentazioni del Sig. Staderini e di considerare dunque la Vs. risposta estremamente deludente sotto il profilo della laicità e, soprattutto, sotto quello della parità di trattamento verso tutte le varie convinzioni in materia di fede (ivi incluse quelle improntate a una visione atea o agnostica).
Ho trovato così sorprendente la Vs. risposta fornita al Sig. Staderini da ridurmi a sperare che essa sia frutto solo di una convinzione individuale di un componente della redazione della rivista e non rappresenti piuttosto la posizione dell’intera cooperativa: temendo di eccedere nel mio sbigottimento (un termine la cui probabile etimologia mi pare particolarmente appropriata al tema) ho fatto leggere la lettera in argomento e la vostra replica ad almeno altre 6 persone (tutte socie di Coop Firenze) e ho ricevuto commenti sostanzialmente coincidenti con i miei (quando non espressi in un modo che, eufemisticamente, potrei definire più spiccio…).
Il Sig. Staderini sostiene, nella sua lettera, la convinzione che gli ambienti e i punti vendita della Cooperativa che sono aperti al pubblico dovrebbero restare “neutrali” rispetto alle varie convinzioni e che l’inaugurazione di nuovi punti vendita non dovrebbe venir “sacralizzata” dalla puntuale presenza di religiosi cattolici (invariabilmente cattolici, aggiungo io): gli viene replicato solo che questo uso è invalso sin dagli anni ‘50 (epoca delle contrapposizioni frontali collegate alla guerra fredda), che si tratta di “un atto di rispetto nei confronti di chi crede e una prova di convivenza da parte di chi non crede” e che l’atto della benedizione è solo un episodio della cerimonia inaugurale gradita a gran parte dei soci e che comunque non esclude nessuno.
Personalmente osservo che:
1) nessuno vieta di modificare (a mio avviso di migliorare) quanto accadeva negli anni ‘50: a differenza di allora, le sfumature della società (verosimilmente riscontrabili anche all’interno del complesso dei soci della cooperativa) in materia di convinzioni (a)religiose si sono fatte molto più variopinte, al punto che non si può più ricondurre la situazione attuale a quel momento storico, ivi inclusi i “momenti di mediazione” che potevano essere efficaci allora, ma non necessariamente lo sono oggi nei medesimi modi.
Più che rivangare ciò che fu nel secondo dopoguerra (cosa che per la verità ha fatto, prima di voi nella replica, anche il Sig. Staderini nella sua lettera), credo che occorrerebbe ispirarsi a quei comportamenti che molto hanno a che fare con una reale equidistanza di fatto, da presidiare anche sotto il piano simbolico e comunicativo. Se si trattasse di fatti avvenuti in luoghi pubblici, potrei riferirmi ai principi costituzionali di uno Stato di Diritto (anzichè dello Stato Etico che l’Italia rischia di diventare nei fatti) o alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: molto più modestamente, trattandosi dei comportamenti di una cooperativa a cui i soci sono liberi di aderire o meno, mi richiamo al rispetto effettivo degli enunciati statutari.
2) ritenete che quello che, nella Vs. replica, voi definite un “atto di rispetto” sia dunque dovuto ESCLUSIVAMENTE ai credenti della religione cattolica, visto che solo essa viene coinvolta? Dunque, di conseguenza, che a essa debba essere riservato un ruolo di supremazia rispetto alle altre convinzioni in materia (a)religiosa? E in caso contrario, perchè allora non invitate alle inaugurazioni dei vostri punti vendita anche i rappresentanti delle altre confessioni e convinzioni effettivamente rappresentate sul nostro territorio (valdese, anglicana, diverse altre confessioni cristiano protestanti, buddista, musulmana in varie declinazioni, induista, atea e agnostica, per limitarmi a quelle che so certamente essere presenti e rappresentate in Toscana), per assicurare effettivamente un analogo “atto di rispetto” anche verso ognuna di esse? Non pensate che la convocazione anche di questi rappresentanti di convinzioni (a)religiose diverse dalla cristiano-cattolica potrebbe rappresentare “Un atto di rispetto nei confronti di chi crede” (a tali convinzioni “non cattoliche”, in questo caso) e “una prova di convivenza” che potrebbe abituare i fedeli cattolici all’idea che vi sono molti loro concittadini con idee diverse ma con pari diritti, anche quando si parla di dignità delle ripsettive convinzioni? La convivenza che giustamente auspicate, per essere reale e davvero equa, deve coinvolgere tutti quanti e non limitarsi ad ospitare, in via privilegiata, solamente un gruppo fra i tanti che costituiscono oggi la ns. società (oltretutto il gruppo meno bisognoso di conferme e di “ospitalità” in questo senso, poichè già detentore di numerose e potentissime leve di potere nel ns. Paese). E questo non solo per una necessità di integrazione verso i cittadini di altri Paesi che vivono in Italia, come giustamente sostiene il Sig. Staderini, ma anche per un dovere di parità di trattamento verso la generalità di cittadini (italiani e non) che non appartengono alla confessione cristiano-cattolica.
3) l’atto della benedizione cattolica (in perfetto parallelismo, seppur nelle notevoli differenze delle caratteristiche dei contesti di riferimento, con l’esposizione dei crocifissi all’interno dei luoghi pubblici) non offende nè esclude certamente nessuno: però ha, altrettanto certamente, una valenza simbolica fortissima che finisce con il riaffermare continuamente che, fra le varie convinzioni in materia (a)religiosa, il simbolo di una sola di esse viene imposto a tutti quanti. Non mi si venga a fornire la solita scusante spesso utilizzata (di fatto, un paralogismo) che il crocifisso è un simbolo di amore valido per tutti (inclusi i non cristiani): perchè se è vero che il crocifisso è simbolo di amore per un cristiano, è altrettanto vero che ogni altro essere umano con convinzioni differenti deve anch’egli avere un’uguale libertà di scegliersi il simbolo di amore e di solidarietà in cui meglio si riconosce, rispettando quelli altrui ma senza che gliene venga imposto uno da parte del gruppo dominante (sempre meno numericamente, ma sempre più come esercizio del potere di fatto), soprattutto quando tale imposizione viene fatta nei luoghi di vita comune e condivisa.
Da socio di Unicoop Firenze mi aspetto (e, nonostante questo episodio, confido nella cooperativa affinchè sia possibile raggiungerlo) molto di meglio sotto il profilo della laicità, della parità di trattamento per le varie convinzioni (a)religiose, della neutralità rispetto a queste stesse convinzioni: anche per quanto concerne gli aspetti simbolici e della comunicazione esterna.
Se, come suppongo, Unicoop Firenze dispone di un Sistema di Gestione per la Qualità basato sulle norme UNI EN ISO 9001, 9004 o su altre norme consorelle, vi prego di considerare questa mia comunicazione alla stregua di un “Reclamo del Cliente”.
Riporto in poscritto il testo della lettera del Sig. Sergio Staderini e della replica pubblicata da parte di “Informatore Coop”, a cui faccio riferimento in questa mia, per la dovuta completezza di informazione.
Con i migliori saluti,
Maurizio D’Ulivo

P.S.: testo della lettera del Sig. Staderini e della replica pubblicata, già citate nella e-mail;

” SACRO E PROFANO
L’altra mattina, recandomi alla Coop per un’operazione allo sportello prestiti-soci, ho notato dietro le spalle dell’operatrice due immagini religiose. Alla mia osservazione che l’ambiente non dovrebbe esibire immagini “sacre” poichè a quello sportello si rivolgono tutti i soci, laici tout court, laici cattolici e laici diversamente credenti, non credenti, agnostici e razionalisti, l’addetta si è giustificata dicendo che i santini erano un lascito della benedizione pasquale. Comincio a dubitare che il problema sia più generale, in special modo per una cooperativa che ha la sua storia sociale, politica e culturale. Dopo l’episodio mi è venuto in mente il numero dell’Informatore del gennaio scorso ove alle pagine 32 e 33 un servizio fotografico illustra l’inaugurazione di un supermercato. La foto principale ritrae la benedizione di un religioso cattolico. A mio giudizio essendo la struttura di interesse cittadino, il protagonista principale se non esclusivo del tutto, doveva essere il Sindaco, oppure dell’incombenza doveva essere incaricato il nostro Presidente. Attenzione: nella fattispecie, nulla vietava di invitare il rappresentante della comunità cattolica, insieme ai rappresentanti di altre comunità, o gruppi sociali, eventualmente presenti nella zona, ma senza che alcuno avesse il potere di sacralizzare l’inaugurazione con il proprio sigillo, inevitabilmente di parte. Lascia ormai l’amaro in bocca vedere ilpiano inclinato alla ormai totale subordinazione di un movimento che ebbe una sua autonomia culturale e politica degna d’ammirazione. Riflettiamo e guardiamo oltre le contingenze: mancando di rispetto alla Costituzione rischiamo di non assumere, contravvenendo alla nostra storia, l’indispensabile atteggiamento di totale neutralità dovuto a persone d’altre latitudini, religioni e tradizioni, rendendo così più difficile per questi cittadini la loro integrazione a parità di diritti e di doveri. Sergio Staderini – Figline Valdarno (FI)”

La replica di Informatore Coop:
“Rispettiamo l’opinione del socio, ma non la condividiamo. Abbiamo in archivio centinaia di foto degli anni ‘50, in piena guerra fredda e lotta politica frontale: anche allora era un punto d’orgoglio dei cooperatori avere il sacerdote a benedire una nuova struttura. Un atto di rispetto nei confronti di chi crede e una prova di convivenza da parte di chi non crede. L’inaugurazione di una nuova struttura, cioè il taglio del nastro, è fatta sempre da un rappresentante del Comune. La benedizione è solo un episodio della cerimonia, gradita da una larga parte dei nostri soci, e non ha mai avuto il significato di un’esclusione degli altri”.

Questo articolo è stato pubblicato domenica, 17 gennaio 2010 alle 11:11 e classificato in Generale. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.