Flamigni: in Veneto un “processo alle donne”

Il Consiglio Regionale del Veneto sta per approvare una legge che si propone di regolamentare le iniziative mirate all´informazione sulle possibili alternative all´aborto. Nella relazione che precede i tre articoli si legge che «il dato più sconvolgente che emerge, sentendo l´esperienza di molte donne è la mancata informazione sia sui dati biologici dell´embrione o del feto sia sui possibili aiuti che essa può ottenere». Da chi? Da «moltissimi movimenti e associazioni che hanno come finalità l´aiuto alle mamme che (…) sono orientate verso l´interruzione della gravidanza». A questi «moltissimi» movimenti e associazioni, l´articolo 2 della legge concede «di espletare il loro servizio di divulgazione e di informazione nei consultori familiari, nei reparti di ostetricia e ginecologia, nelle sale di aspetto e altre degli ospedali». Se si trattasse in realtà di «moltissimi movimenti e associazioni» poveri noi, dovremmo immaginare resse tremende soprattutto nei reparti di ginecologia. In realtà si tratta del «Movimento per la vita», e solo di questo, una associazione della quale, sul piano dei risultati, non si può dire che bene, visto che afferma di aver risolto i problemi di un grande numero di donne, inducendole a cambiare idea e a decidere di non interrompere la gravidanza. Brave persone, dunque. E per capire meglio quanto sono brave, sono andato sui loro siti, a leggere quanto il loro presidente, Carlo Casini, e i suoi collaboratori hanno scritto su questo argomento, come salvare tante vite e tante anime. Mi interessava naturalmente conoscere le loro motivazioni più sottili e capire cosa in realtà queste brave persone pensino delle donne che vogliono aiutare. Sono capitato così in un sito che riporta, dopo un articolo di Casini, uno studio/proposta di uno psicologo che porta un titolo invitante e sommesso: «La sindrome del boia». E questo è in realtà quello che il Movimento per la vita pensa delle donne che hanno abortito: carnefici, boia, oltretutto consapevoli di esserlo. [...] È stato dunque fatto un processo al personale sanitario che si occupa dell´applicazione della legge 194 e lo si è trovato colpevole a) di non fare propaganda al Movimento per la vita e b) di non spiegare alle donne come è fatto un feto e come si può trovare una soluzione alternativa all´aborto. Anche ammettendo che si tratti di colpe reali, mi sembra strano che non siano stati puniti gli operatori, ma le donne, che a me sembrano piuttosto innocenti. [...] Parlano per loro le cifre, che testimoniano per un importante e significativo decremento annuo del numero di aborti, un dato che neppure il grande numero di richieste da parte delle nuove cittadine riesce a inquinare. Non posso dunque dare, della legge veneta, un giudizio positivo: la trovo ingiusta e ritengo che sia un ennesimo modo di ferire la coscienza laica di questo Paese, che non può accettare in silenzio la trasformazione in norme giuridiche di ideologie religiose. Temo che il mondo cattolico dovrebbe fermarsi un attimo a ragionare sulla propria arroganza, valutando i conflitti che sta promuovendo e chiedendosi se è veramente giusto continuare così. Le donne non sono comunque né una categoria “con limitato potere” che si può sottoporre a qualsiasi tipo di prevaricazione, né un genere fragile e predisposto all´errore che è necessario prendere per mano e guidare alla salvezza. Se gli amministratori veneti vogliono veramente aiutarle (anche ad accettare gravidanze non pianificate), facilitino l´insegnamento delle tecniche contraccettive, aprano le scuole all´educazione sessuale, finanzino in modo adeguato i consultori, migliorino le condizioni di vita e di lavoro loro e dei loro compagni. Leggi come queste ridanno spazio agli aborti clandestini e allontanano molte donne dai centri ospedalieri, due conseguenze che non verranno accettate passivamente da molte compagne che, a quanto mi consta, si stanno già mobilitando. Mi piacerebbe molto che gli uomini capissero che questa è una lotta per difendere la dignità e la libertà di tutti e che non lasciassero le donne ancora una volta sole a combatterla.

Il testo integrale dell’articolo di Carlo Flamigni è sttao pubblicato sul sito dell’Unità

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Questo articolo è stato pubblicato sabato, 23 settembre 2006 alle 16:38 e classificato in Generale. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0.Non puoi né inviare commenti, né inviare trackback.

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4 commenti a “Flamigni: in Veneto un “processo alle donne””

  1. Daniela scrive:

    non posso che essere d’accordo con il Professor Flamigni, si deve dire che l’ottusità di questo sedicente movimento per la vita è davvero irritante, ma sopratutto non riesco a capire l’ostinazione di questi cattolici nel far prevalere le proprie convizioni con la coperta della ragione e della scienza, quando sono palesemente irrazionali.

  2. Per recente e personale esperienza, conosco a fondo lo stato di smarrimento e stupore mentale che può causare un aborto.
    Se pochi giorni fa, al momento della drastica decisione, un movimentalista per la vita avesse solo sfiorato me e la mia compagna con parole di disapprovazione, credo che davvero avremmo commesso un omicidio.
    Nei suoi confronti.
    Più della mia professione medica, un forte senso di libertà ed autonomia laica ci ha aiutato a decidere, in fretta, senza ipocriti sensi di colpa.
    Ugualmente, in quei momenti in cui abbiamo dovuto decidere, ci siamo sentiti confusi.
    Immagino lo stato d’animo delle coppie sensibili all’oscurantismo cattolico.
    Maggiore confusione, oltre al dolore.
    E questi apocalittici ispirati dal divino che accorrono per ingiungere scelte contrarie alla libera scelta.
    A negare l’aborto ad ogni costo.
    Ecco, considerata la mia professione di medico legale, alla luce del parziale e temporaneo stato di confusione delle coppie (non solo la donna) nei momenti della decisione, propongo di denunciare penalmente queste persone con l’aggravante di avere profittato di situazioni favorevoli.
    E’ circostanza favorevole qualsiasi condizione minorativa, anche mentale emotiva, che abolisce o riduce, anche temporaneamente, la possibilità di autodifesa dell’individuo.

  3. Alla base c’è anche la disonformazione.
    La gravidanza e il parto ne sono solo un esempio.
    La nostra cultura ha allontanato l’idea della morte.
    Questo si rifeltte anche su quanto le donne, le coppie, conoscono della gravidanza attraverso i media.
    Andate in edicola.
    Quante riviste patinate di questo evento che inneggia alla vita.
    La gestazione e il parto sono visti nella luce del buonismo.
    E’ tutto naturale, tutto bello.
    Tutto necessario.
    Articoli sull’aborto?
    Pochi, gocce in un mare di consigli su come gestire nausea, emorroidi, stitichezza, allattamento.
    E quando ci sono, scorrono veloci, con note finali di speranza.
    Abbiamo insomma una cultura in cui la donna è spinta a vedere nel parto la grande realizzazione, ed è accompagnata emotivamente verso la meta sulla scia della serenità.
    Quando, come capita spesso, la gravidanza si interompe, si trova sola.
    In un deserto di parole.
    Ho accennato alle riviste, ma lo stesso accade nel resto dei media.
    Ci ritraiamo davanti all’evento morte.
    Quanti ascolterebbero una trasmissione dal titolo “L’aborto”?
    Queste riflessioni si estendono a molti atri settori del sociale e si accompagnano al messaggo cristiano, che sorvola sulla vita terrena, e dunque sui suoi reali problemi e sulla sua necessaria conseguenza (la morte), per osannare il premio e il castigo nell’aldilà.
    Saluti pre-mortem

  4. Manuela scrive:

    A proposito dell’aborto ho letto un libro molto interessante di Ritanna Armeni, che analizza il fenomeno dall’approvazione della legge ad oggi. Il numero di aborti clandestini in effetti è crollato, e quello degli aborti pure. Ma contemporaneamente emerge che dare applicazione alla legge è difficile per via di tutti i medici che si rifiutano di praticare gli aborti, la maggior parte di volte non per motivi etici o religiosi ma semplicemente perché non ne hanno voglia, perché non è prestigioso, perché pensano che una donna che sia rimasta incinta avrebbe potuto usare un contraccettivo e basta. Ed emerge che quando una donna va ad abortire nel suo cuore ha già preso la sua decisione, e non saranno le parole di questi Movimenti per la vita a dissaduerla. In un momento così difficile, ci vuole aiuto e comprensione, e non gente che malcelando il proprio disprezzo cercano di convincerle a tornare a casa. Movimenti per cui una donna che vuole abortire è, appunto, un boia, è colpevole, dovrebbe scomparire. Le derive? La sperimentazione della pillola abortiva viene bloccata perchè una donna così malvagia deve soffrire, in parlamento c’è chi vuole ridiscutere la legge, ci sono ospedali dove per l’intervento bisogna presentarsi la mattina presto per i pochi posti disponibili. L’aborto è una conquista della nostra società, è un affrancarsi dalla morale cattolica, che se anche a volte condivisibile non può esserci imposta, è la vittoria della ragione sulla barbarie degli interventi clandestini. Eppure ho l’impressione che l’Italia si stia dirigendo inesorabilmente verso questa direzione, che dall’aborto alla fecondazione assistita all’eutanasia ormai la sola reazione che conosciamo sia quella di abbracciare la morale cattolica come baluardo della nostra società.