Sono ebreo, anche

Riflessioni di un ateo anarchico
Arturo Schwarz
Garzanti Libri
2007
ISBN: 
9788811600527

Per quanto manchino ricerche specifiche, mi sembra di poter dire, con ragionevole approssimazione, che la maggioranza dei non credenti (compreso chi scrive) sia cresciuta in una famiglia cattolica. Tuttavia, oltre ai figli di coppie a loro volta non credenti, non sono pochi nemmeno coloro che provengono dalla tradizione ebraica: a ben guardare, anzi, costituiscono una parte significativa della storia della miscredenza.

Arturo Schwarz rivendica, e fin dal titolo, la propria ebraicità, così come il proprio essere anarchico, ateo e surrealista. Un’identità plurale, dunque, la sua; una di quelle personalità che smentiscono i cantori del multiculturalismo e, al contrario, danno manforte alle tesi di chi, come Hobsbawn, vede l’individuo moderno come un possessore di più magliette, ognuna delle quali rappresenta un’identità diversa da “portare”. Un’identità plurale è lo specchio, se vogliamo, di un percorso di vita: non è mai la supina accettazione di una tradizione ereditata dai propri antenati, ma è un lungo impegno destinato a creare l’unicità del proprio essere (e del proprio voler essere). Anche quando si dichiara con orgoglio la propria estrazione culturale. E anche se, come Schwarz, si è ben consci delle difficoltà che un’identità plurale propone fianco a fianco alle indubbie soddisfazioni, generando una «condizione che, per un ebreo non osservante oppure ateo, diventa difficile da definire, ma che si manifesta principalmente con la consapevolezza dell’appartenenza a una determinata tradizione storica e culturale, con la preoccupazione per la sorte degli ebrei che vivono in paesi a rischio e con l’attaccamento allo Stato d’Israele». Situazione a maggior ragione più problematica quando ci si ritiene un ebreo di sinistra e si pensa che «larga parte della sinistra è contagiata – oggi come ieri – dal virus dell’antisemitismo che ora si veste, per l’occasione, con i panni dell’anti-sionismo».

Ciononostante, diverse identità possono pacificamente convivere e fruttificare in una sola persona: il segreto, suggerisce Schwarz, risiede nei principî che stanno alla base della sua filosofia di vita: «il rifiuto del principio d’autorità [di qui il suo professarsi anarchico], la brama di conoscenza, il rispetto del diverso, l’anelito di giustizia, il rispetto della natura, il diritto alla felicità, il riconoscimento della valenza salvifica e iniziatica della donna». Sono valori (magari non tutti) condivisi, almeno così credo e spero, da larga parte dell’umanità e da diverse tradizioni culturali e religiose, e l’intento che si è proposto l’autore è di mostrare, a chi ebreo non è, che tali valori non sono affatto incompatibili con l’ebraismo, ma ne costituiscono, al contrario, la struttura portante.

Un’impostazione di questo tipo, peraltro, finisce giocoforza per dimostrarne la coerenza anche con l’ateismo. Talvolta possiamo addirittura respirare una sorta di aria di famiglia, come quando viene riportato il detto «due ebrei, tre opinioni». Non per niente l’autore non limita i suoi riferimenti alle fonti religiose, ma li estende ad autori laici assai diversi, quali Marx, Freud, Trockij, Einstein, Fromm, Primo Levi, uniti dalla comune ascendenza ebraica. A un autore come Baruch Spinoza, che pur dovette subire il durissimo ostracismo e la successiva espulsione da parte della sinagoga di Amsterdam, Schwarz riserva addirittura un intero capitolo, l’ultimo prima delle conclusioni.

Altro tema di particolare interesse trattato nel libro è quello del sapere. Non a caso è affrontato all’inizio. Non è nemmeno un caso, mi sento di poter dire, che nel descrivere l’attenzione storicamente posta dal mondo ebraico nei confronti della conoscenza, Schwarz non citi san Paolo, secondo cui «la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio». Nella vastità delle fonti, (tratte, se riesco a rendere il concetto, dalla storia del pensiero degli ebrei, piuttosto che dalla storia del pensiero ebraico), è peraltro assente quanto espresso all’interno del Nuovo Testamento. Un atteggiamento che appare opposto a quello proposto da Riccardo Calimani con il suo Gesù ebreo, dunque: ed è un aspetto su cui ha forse un po’ sorvolato Enzo Bianchi nella sua recensione apparsa su Tuttolibri. Anche perché il testo non omette di evidenziare le responsabilità della Chiesa cattolica tra gli elementi propulsivi dell’antisemitismo.

Il succo di questo breve ma densissimo libro è infine riassunto in una parola: «rispetto». Il testo si chiude infatti con questo auspicio: «possano queste esigenze di rispetto a trecentosessanta gradi diventare urgenza universale così da permettere a un’umanità redenta da dogmi e pregiudizi di vivere l’armonia che regola l’universo».

Una lettura che coniuga la capacità di stimolare al piacere dell’erudizione.

Raffaele Carcano
aprile 2007